Finalmente arriva nelle sale il seguito di uno dei cult più apprezzati degli anni ’80, quel Top Gun che ha fatto sognare di volare a velocità folli e schivare missili intere generazioni di spettatori.
Pronto ormai da un paio d’anni, la sua uscita è stata posticipata in attesa di una situazione che potesse garantire un ritorno economico più stabile rispetto a quello possibile nel precedente periodo pandemico, ben più critico di quello attuale, e gli incassi delle hit uscite recentemente fanno ben sperare la Paramount Pictures.
L’espediente narrativo per giustificare il ritorno di Maverick nella celebre scuola Top Gun è quello di addestrare una squadriglia di giovani assi per una missione molto pericolosa. Oltre alla difficoltà insita nell’operazione stessa, la presenza tra le file di piloti del figlio del compianto Goose renderà i rapporti tra istruttore e allievi ancora più complicati del previsto.
Non è una sopresa che il film poggi interamente sulle spalle del celebre attore hollywoodiano, che nel tentativo di ricreare il cameratismo richiesto ricorrerà a mezzi più o meno tollerati dai superiori, ovviamente incapaci di opporsi al carisma del golden boy.
Anche il regista Joseph Kosinski ci mette del proprio nel confezionare un film su misura alla star, avendoci già lavorato nell’interessante Oblivion, ed essendosi già confrontato con un blockbuster di una major in Tron Legacy.
In questa situazione il suo lavoro ci regala emozionanti inquadrature tra i cieli e primi piani da torcicollo all’interno dei cockpit degli aerei.
Come anticipato precedentemente si avverte tutta la necessità di rientrare dei costi sostenuti perchè lo sforzo produttivo nel ricreare le coreografie a schermo è senza dubbio lampante. Trascina chi osserva nel mezzo dello spettacolo di un intrattenimento da pop-corn nel senso più pieno e divertente dell’espressione.
Per il resto il film cerca di incanalarsi sulle strade già battute dall’originale, cercando di ricreare un gruppo affiatato di piloti per cui parteggiare, e usando situazioni fuori dalla cabina di pilotaggio che rievocano sensazioni di deja-vù.
Gli interpreti cambiano, qua Jennifer Connelly in luogo di Kelly McGillis, ma le dinamiche rimangono funzionali, il tutto accompagnato da sonorità anch’esse affini al capostipite, riarrangiate da artisti d’eccezione quali Hans Zimmer e Lady Gaga.
E’ da sottolinare anche una cura ricercata nei dettagli e nomenclature di aerei e situazioni di volo, che impreziosiscono ulteriormente la visione all’appassionato di aeronautica, per tutti gli altri invece rimane un film in grado di tenere attaccati alla poltrona e con la mente oltre la velocità del suono per due ore abbondandi, e non è affatto poco.
Omar Mourad Agha
Dopo oltre 5 anni di tempo Darren Aronofsky torna con l’opera successiva al discusso Madre!, un film particolarmente complesso nelle tematiche e nella struttura, le cui critiche nettamente polarizzate presso pubblico e stampa avevano creato più di un grattacapo alla carriera del regista americano.
Con questo The Whale si ricrea un’atmosfera a lui più congeniale, indagando sulle tensioni delle nostre pulsioni emotive e guardando in faccia personaggi che spingono le proprie esistenze al limite del baratro, percorso già esplorato con titoli del calibro di Requiem for a Dream o il Cigno Nero.
Il protagonista Charlie (Brendan Fraser), è un insegnante di letteratura inglese dal peso di oltre 270Kg, una stazza che gli impedisce o rende faticosissimo anche il più comune dei movimenti per una persona normale. Dopo essere scampato ad una crisi potenzialmente fatale, visto che l’obesità è notoriamente una condizione fisica molto pericolosa, il nostro docente si rende conto di dover rimettere ordine nella propria vita. Cercherà una rivalsa sociale e personale riallacciando i rapporti con la famiglia e proverà ad affrontare demoni del passato che lo hanno direzionato verso questa situazione.
Come nelle precedenti opere, l’occhio del regista è inquisitore, crudo e senza filtro, talvolta sembra sconfinare nel vouyerismo e nel proibito, ma è necessario per cristallizzare un momento di pura sincerità nella vita dei suoi protagonisti.
Se ad esempio nel già citato Cigno Nero i tormenti della giovane Nina sfociavano in un autolesionismo che non lasciava nulla all’immaginazione, in questo The Whale, Charlie ci rende testimoni della schiavitù nei confronti della sua condizione con altrettanta efficacia. I primi piani mentre si nutre con voracità e senza alcun ritegno mostrano una creatura votata a saziare un istinto primordiale, con uno sguardo predatorio, ma tragicamente incapace di riempire i vuoti della sua intimità.
Trova necessario e salvifico cercare conforto nel cibo quando i legami sono così labili e saltuari, con la solitudine interrotta solo dall’intervento routinario delle visite mediche a domicilio.
Nonostante la dura realtà a schermo, la vicinanza col protagonista viene però molto naturale; Brendan Fraser si dedica anima e corpo, in tutti i sensi, a conferire dignità e umanità alla sofferenza di Charlie.
La sua è una prova attoriale di assoluto livello, con un ruolo di rinascita personale in cui ha infuso ogni tentativo di raddrizzare una carriera costellata di alti e, soprattutto negli ultimi anni, di profondi bassi.
Se il regista riesce a dipingere un ritratto così lucido, gran parte del merito è ovviamente suo; egli veste i panni di un personaggio anche fisicamente molto impegnativo, ma lo sforzo lo riporta al centro dei riflettori e in prima linea nella stagione delle premiazioni.
Il resto del cast, a partire dalla Sadie Sink di Stranger Things, colpisce meno, ma è anche comprensibile perché l’epopea personale di Charlie lascia poco spazio a tutto ciò che gravita intorno. Non sembra necessario indagare da altre parti quando c’è così tanto del protagonista ad appesantire le nostre emozioni.
Anche la forma segue le stesse intenzioni, perché questo diventa l’ennesimo film recente ad adottare un formato 4:3, ormai tipico nel creare più coinvolgimento nello spettatore, e tutta la vicenda è ambientata in un set praticamente unico, l’interno dell’appartamento di Charlie, a non voler spostare nemmeno fisicamente l’epicentro della narrazione.
The Whale si rivela quindi un film di grande livello, che si inserisce perfettamente nel filone drammatico-psicologico tracciato da Darren Aronosfky lungo tutta la sua filmografia. Egli rimane uno dei pochi artisti in grado di creare personaggi profondamente umani, forti e fragili, con un’autorialità che a volte respinge, ma comunque colpendo l’immaginario dello spettatore, lasciando il segno e generando discussione. Se ne sentiva decisamente la mancanza.
Omar Mourad Agha
"Strange darling" è un ottimo horror che si avvale di una fotografia eccellente. Giovanni Ribisi ne è la firma e ci regala immagini che ricordano molto gli anni settanta. Molto colorate e accattivanti. Gli attori protagonisti sono le vere colonne portanti di un racconto semplice ma che si fa via via sempre più intrigante. The electrical Lady è l'incarnazione del male travestito da angelo biondo. È delicata. Ispira tenerezza. È uno scricciolo, ha un corpo esile che ricorda quello di una bambina eppure sa essere furia, belva, malvagia, crudele. Quando entra in "modalità sopravvivenza" può uccidere chiunque le capiti a tiro e interferisca con la sua intenzione di sconfiggere il demone che vede davanti a sé. Compie omicidi con ogni mezzo possibile e senza mostrare il minimo ripensamento o essere sfiorata dalla minima esitazione.
Il film si avvale di un montaggio che rende tutto più avvincente. Dona alla pellicola il giusto ritmo. Senza lasciare tempi morti. Purtroppo il gioco di tenere sulla corda lo spettatore dura lo spazio di tre capitoli. Il film è suddiviso in 6 parti che vengono presentate allo spettatore in una sequenza non lineare e spezzettano la storia per traghettarla ad un epilogo finale che è anche la parte meno riuscita del film nel senso che diventa quasi pleonastica. Un di più che non lascia spazio ad altre interpretazioni. All'inizio siamo travolti dalla corsa sfrenata di una giovane ragazza che fugge terrorizzata da qualcosa o qualcuno. Nel breve spazio di qualche sequenza lo spettatore più avvezzo è già indotto a pensare che lo schema non può essere così banale. La ragazza non può essere la vittima e, per il resto della pellicola, rimanga solo la sorpresa di conoscere l'aggressore o la situazione spaventosa che ha determinato l'inizio della corsa disperata. Eppure, se così fosse, il film funzionerebbe lo stesso. La sceneggiatura però vuole sparigliare le carte e fare riflettere sulla situazione opposta.
Deve per forza esserci qualcosa di diverso dallo schema classico (aggressore uomo serial killer che miete vittime fra fanciulle sexy e bionde). Non può essere tutto cosi semplice.
L' uso del bianco e nero per presentare l'antefatto sembra proporre qualcosa di anacronistico che si perde nella notte dei tempi. È quasi utopico ai giorni nostri, non è quasi più possibile nella nostra contemporaneità, assistere ad un incontro occasionale fra due persone che non hanno problemi mentali ma cercano solo un modo per divertirsi insieme. Sotto sotto ci deve essere qualcosa di raccapricciante. Non basta scoprire che i due vogliono giocare insieme dei ruoli, che la donna sia la padrona che comandi, che il sesso sia solo l'esca per accalappiare la giusta preda. Non basta più solo la violenza sessuale. È il preliminare a qualcosa di ben peggiore.
La storia non è un granché, la trama è sottile come carta velina. L' intuizione geniale è il ribaltamento di ruoli e lo scambio fra vittima e carnefice che non segue le logiche comuni. In questo caso l'uomo che è anche un poliziotto (sebbene non troppo convenzionale) non è il cattivo della situazione. Per una volta il maschio non è l' aggressore ma la vittima.
Il film gioca gran parte del suo fascino nel ribaltare i luoghi comuni, nel prendersi gioco del preconcetto, del cliché. La pellicola è sporca, cattiva, ruvida e cola sangue come se non ci fosse mai un argine che possa fare da sponda. Non si contano le scene splatter portate alle estreme conseguenze. Un iperbole di situazioni che portano ad un escalation finale cruenta al quale fa seguito una momentanea stasi. Sembra, ma è solo una breve illusione, di poter essere arrivati alla fine dell' incubo e invece la scrittura ha ancora in serbo qualche cartuccia anche se è solo un colpa di coda che non supera in sorpresa quello che è appena avvenuto.
Il film deve la sua forza ai continui e ben congegnati twist narrativi che sanno cogliere sempre in contropiede. Le scelte registiche propinano la giusta dose di adrenalina e riescono nell'intento di non far calare mai troppo la tensione.
Virna Castiglioni
Sequel di "Nella tana dei lupi" vede ancora una volta la stessa fortunata coppia composta da Gerard Butler nei panni del poliziotto Big Nick e l'antagonista O' Shea Jackson Jr. nei panni del bad boy Donnie. Entrambi invecchiati, anche perché nel frattempo tra il primo film e questo sono passati già sette anni. In questo secondo capitolo, lo scenario è decisamente più ampio e la storia cerca di avere un respiro più internazionale. L' azione inizia all' aeroporto di Anversa, poi si sposta al Diamantic Centre di Nizza e si conclude, dopo inseguimenti al cardiopalma, fughe in elicotteri e sparatorie all' ultimo respiro, in Sardegna. Tre locations che vengono rese ancora più interessanti da una bella fotografia e da riprese aeree efficaci, a forte impatto visivo, che coinvolgono lo spettatore e lo lasciano per alcuni istanti senza fiato. Le sequenze dei colpi messi a segno dalla banda criminale, sia quell' iniziale nell' hangar che quello centrale alla borsa dei diamanti, sono girati con una precisione millimetrica riuscendo a restituire molta suspence. Anche lo spettatore ne è coinvolto, sembra anch'esso dover pendere da una corda che oscilla nel vuoto e potrebbe fare fallire il piano da un momento all' altro. Si segue la sequenza con il fiato sospeso. A distrarre chi deve vigilare sulla sicurezza, l'espediente di una partita di calcio importante, che vede tutti incollati allo schermo, come succede anche nella vita reale.
Il film non si discosta nemmeno un po' dai cliché tipici del genere action ma non è propriamente un difetto. Anche senza virtuosismi di sceneggiatura si è comunque rapiti dalla storia e siamo curiosi di capire dove si voglia arrivare soprattutto con l'entrata in scena degli italiani. Purtroppo questi ultimi non brillano e non si fanno ricordare per performances attoriali di alto livello, rimanendo poco più che comparse. Il film gira bene, anche nelle parti più tradizionali, perché la regia è attenta al dettaglio, incastra tutto in modo preciso, non ci sono sbavature. Questa eccessiva apertura finale, prevedibile perché propedeutica ad un terzo capitolo, è fin troppo apparecchiata. Un film che non si può annoverare fra i capolavori del genere ma che conserva una sua dignità resa soprattutto dalle scelte di regia che sanno calibrare i momenti più adrenalinici con quelli di maggiore concentrazione e concatenazione puntuale degli eventi.
Virna Castiglioni
In "Volvereis" si racconta la vita di una coppia che senza drammi, senza scenate, senza guerre ma semplicemente prendendo atto che la vita ha portato entrambi su binari differenti decide che è arrivato il momento di separarsi. Sembra tutto quasi un gioco, uno scherzo, una prova e forse un solo semplice esperimento per vedere un po' l'effetto che fa sui parenti e gli amici. In realtà è tutto molto serio.
Si va avanti con i preparativi di una festa che si ha intenzione di dare, per suggellare il momento proprio come si usa fare per sancire il fidanzamento e poi l'eventuale matrimonio, come se la separazione fosse proprio una tappa obbligata della vita coniugale. Un traguardo che, con tempi diversi, prima o poi tutte le coppie, anche quelle più innamorate, raggiungono. Non ci si deve per forza incattivire. Non si deve necessariamente intraprendere una guerra volta a distruggere chi si è scelto e amato nel passato. Se l'amore finisce e, prima o poi di sicuro finisce, si può comunque rimanere amici e complici. Sereni e felici anche se non si condivide più lo stesso letto e lo stesso tetto.
Il film sconta il fio di parlarsi addosso con una dose eccessiva di autoreferenzialità e quei tanti elementi di meta cinema, di citazioni colte finiscono per incartarsi sempre più. Si assiste ad un esercizio che viene portato avanti con estrema perizia ma lascia decisamente indietro la curiosità e l' interesse per la trama che si perde a scapito di questi artifici. Un film decisamente raffinato che non emoziona quanto dovrebbe, non arriva alla pancia ma si mantiene sempre molto cerebrale. Un film intimo e intimista dove l' azione è risicata e la trama, quando avanza torna anche sempre indietro per auto analizzarsi. Sicuramente un prodotto che incuriosisce anche e soprattutto per il fatto che fino alla fine non si è mai sicuri del tutto di assistere ad una finzione che simula la realtà o proprio ad una finzione tout court.
Questo perché i protagonisti Ale e Alex sono anche addetti al meraviglioso mondo del cinema. Lei una regista che sta proprio girando un film che vede protagonista il compagno e che mette in scena la loro stessa vita.
Virna Castiglioni
Un film che racconta di un dramma silenzioso che miete migliaia di vittime nel mondo. Il disturbo è il dspt (acronimo che definisce il disturbo post traumatico da stress) e colpisce soprattutto i reduci di guerra. Il film si concentra su questo tema, prendendo spunto proprio dalla storia privata del regista che è esso stesso un veterano di guerra. La storia prende come esempio la vita di una soldatessa americana che, tornando da una missione in Afghanistan, prosegue o meglio cerca di proseguire la sua esistenza di giovane donna, lasciando alle spalle quello che ha visto e vissuto obbedendo alla Patria. In missione aveva stretto una forte amicizia con un'altra soldatessa, Zoe. Le aveva fatto una promessa. L' aveva convinta a non arruolarsi di nuovo ma poi i buoni propositi sono evaporati e l' amica è rimasta al palo con nemmeno un progetto concreto all' orizzonte. Il vuoto davanti a sé ha acuito un senso latente di inutilità e ha fatto esplodere una depressione che ne ha causato la morte.
Merit convive con un grande senso di colpa. È bloccata nel ricordo dell' amica scomparsa. La vede e le parla come se fosse ancora seduta al suo fianco. Il film alterna moltissimi momenti presenti a situazioni del passato in un parallelismo che inchioda Merit ad un profondo senso di smarrimento. Si colpevolizza per non aver mantenuto quanto promesso, per essersi dimenticata di una persona che avrebbe avuto bisogno del suo supporto pieno.
Durante una giornata di lavoro il senso di frustrazione misto al dolore e all'amarezza per essere ancora in vita a scapito dell' amica le fanno commettere un passo falso.
Costretta per questo a frequentare un gruppo di auto aiuto cerca lo stesso in tutti i modi di svicolare dall' impegno impostole. Troppo doloroso parlare ad altri di quello che la tormenta. Contemporaneamente il nonno paterno ha un' aggravamento delle sue condizioni di salute. Non si può più lasciare da solo nella grande casa sul lago perché affetto da Alzheimer. L' alternativa potrebbe essere una casa di riposo ma Zoe coglie l' opportunità per potersi allontanare con una scusa valida da un ambiente che la fa stare male.
Il ritorno alla casa di infanzia, l' amore del nonno anch'esso veterano di un' altra guerra terribile come è stata quella combattuta in Vietman, faranno bene a Merit. Il prendersi cura di qualcuno fragile e in difficoltà sarà un balsamo per il suo dolore interiore.
Il film nel suo impianto narrativo è davvero semplice. Lineare nel mostrare un prima e un dopo in un montaggio efficace che alterna fasi temporali diverse senza mai confondere. Non c'è particolare azione né nelle parti del passato in missione e neppure in quelle ambientate nel post. Si cerca invece di fare parlare i silenzi, i non detti, i pensieri in un continuo sottotesto che pervade tutto il film.
Il regista che ha subìto le stesse sorti della protagonista ci crede e nel film traspare tutta la passione che ha profuso nel progetto, per renderlo credibile, per smuovere coscienze, per fare prendere consapevolezza di un problema che coinvolge migliaia di persone che rappresentano un'altro esercito silenzioso e senza armi. Eppure tutto questo afflato non è stato sufficiente per confezionare un film che possa essere ritenuto in tutto e per tutto convincente. Non ci sono scene forti, non si scava troppo in profondità. Anzi la controparte di Zoe ha quasi sempre l' unica funzione di alleggerire il racconto, di renderlo quasi divertente. Il film è mosso da nobili intenzioni ma rischia di non essere così incisivo. Si riduce ad un racconto edificante dove la speranza abbinata alla giusta dose di coraggio risolve tutto. Magari bastasse così poco. Sarebbe davvero auspicabile che ciò avvenga anche nella vita reale.
Virna Castiglioni
Terzo capitolo della zombie saga di Danny Boyle, che continua a portare la sua autorialità nel genere e a voler percorrere una strada alternativa, a lui più congeniale, rispetto alla totalità delle distopie odierne.
Passati 28 anni dal primo capitolo, la situazione della Gran Bretagna è ormai in una cronica quarantena, con il resto del mondo che è riuscito a respingere il virus e i sopravvissuti inglesi abbandonati al loro destino.
In questo punto della saga si vuole ignorare volutamente quanto successo nel secondo episodio, il punto più basso della trilogia, per ripartire verso nuove direzioni e un ciclo di storie ambientate in questa landa infetta. È in un’isola delle Highland scozzesi che vive il giovane protagonista Spike (Alfie Williams), in una comunità autosufficiente, che si è salvata dall’infezione perché l’unico collegamento con la costa è facilmente difendibile: una sottile striscia di terra percorribile solo con la bassa marea, per 4 ore al giorno.
L’occasione della sua prima caccia, al di là di questa strada sicura, gli darà modo di vedere coi propri occhi il terrore che ha sconvolto il resto del Paese decenni prima, cancellando una realtà che per lui è esistita solo nei racconti del suo villaggio.
Questo capitolo manca ovviamente della forza di rottura del capostipite, che nel 2002 fu uno dei primi a soffermarsi sulla condizione in cui versano le persone mentre affrontano uno sconvolgimento tale. Le conseguenze sulle proprie vite sono anche e soprattutto morali, con istinti animali che prendono il sopravvento su una civiltà ormai sempre più morente.
In un contesto consolidato, ad anni di distanza dall’evento pandemico, tuttavia, il motore principale del film deve essere necessariamente altro, e la scelta di un giovane protagonista alle prese con il suo percorso di formazione funziona bene. Nelle scelte e negli occhi del ragazzo troviamo quell’umanità che la malattia ha portato via al resto della popolazione, costretta a vagare in una rabbia inesauribile. Ma anche attraverso gli altri personaggi, i genitori (Aaron Taylor-Johnson, Jodie Comer) e il Dott. Kelson (Ralph Fiennes), riviviamo situazioni di un’epoca ormai dimenticata, andando oltre la potenza di una natura che ha preso il sopravvento, e la ferocia di creature un tempo governate dalla ragione.
Il suo più grande merito tuttavia è quello di osare ancora di più. Nell’immaginario scritto da Alex Garland non mancano scene molto importanti anche dal punto di vista simbolico. Nel suo piccolo cerca di dare nuovi significati a temi universali come il miracolo della vita o, ancora di più, all’ineluttabilità della morte, in un contesto dove la sua presenza è forse l’unica costante nella difficile esistenza dei suoi protagonisti. Lo sceneggiatore ormai è a suo agio nel creare parentesi così significative, basti pensare al recente Civil War, e i tanti momenti che rimangono impressi riguardano comprimari che in un qualsiasi altro esponente del genere farebbero solo la figura della carne da cannone. Qua tutto occupa un suo posto, certi anche un posto d’onore, in cima, a rimarcare la solennità che un gesto d’amore deve essere salvato e preservato anche nelle peggiori circostanze.
Ma questo è un film che merita al di là delle tematiche, perché oltre a far riflettere ha un ottimo ritmo, intrattiene e diverte.
Quando Boyle accelera, regala scene ad alto tasso di adrenalina, in un un montaggio frenetico ma sempre molto chiaro e intellegibile. Svariate sequenze lasciano appesi in una tensione palpabile, mentre a schermo non manca il gore e la violenza. Mai per caso, però, perché anche una testa strappata con la sua spina dorsale ancora attaccata ha un ruolo nell’economia dello spettacolo offerto.
È con un gran ritorno ai film di genere che Boyle decide di riaprire un capitolo cominciato 25 anni fa, con questo ottimo primo passo e un seguito diretto già pronto, che a questo punto non vediamo l’ora di gustare. La speranza poi è che il successo di questi possa ispirare il ritorno alla saga di Cillian Murphy, per una chiusura del cerchio che sarebbe proprio perfetta.
Omar Mourad Agha
Una giovane agente dell’FBI che indaga su un serial killer basta a far tornare alla mente scomodi paragoni cinematografici di cannibale memoria, ma questo Longlegs prende coscientemente una direzione diversa, basando la vicenda su un culto satanico che ha diramazioni all’apparenza insospettabili.
Il lavoro principale del regista di genere Osgood Perkins si concentra su un’atmosfera tetra, angosciante e disturbante, portando avanti un’ambiguità di fondo che accompagna lo spettatore fino praticamente alla risoluzione finale.
Con svariate opere di questo tipo alle spalle il compito riesce decisamente bene, e l’inquietudine si fa strada praticamente indisturbata, grazie anche a musiche che graffiano, stridono e strisciano nell’oscurità. In questo senso interviene anche il fuoricampo, con battute alle spalle o fuori inquadratura ad enfatizzare il disorientamento.
Una fotografia vintage, inframezzata da dei rossi molto saturi, invece gioca coi contrasti, restituendo delle impressioni visive decisamente riuscite.
Sapendo ciò a cui si va incontro è un’esperienza molto interessante, a patto di fare poco caso a un’investigazione piuttosto sfilacciata, principalmente per via di una scelta narrativa un po’ di comodo. È troppo banale giustificare l’uso di vari deus ex machina col fatto che la protagonista sia particolarmente intuitiva.
A livello interpretativo la ragazza fa comunque un’ottima prova, aiutata anche da una controparte antagonista come Nicolas Cage nei panni del famigerato serial killer.
La sua è una situazione particolare perché dopo che era stata posta molta aspettativa nei confronti della sua trasformazione estetica, sia in fase di marketing ma anche per come il film inizialmente gioca molto col montaggio e le inquadrature per celare il suo viso, si poteva incorrere nel rischio di osare troppo. Il suo trucco e parrucco è su quel limite oltre il grottesco che può sfociare nel patetico, ma un deciso istrionismo, molto adatto alla parte, rompe questo equilibrio e ci regala un’ottima performance.
È un film a cui avvicinarsi con la giusta premura, cercando di dribblare la campagna mediatica che lo ha circondato, perché paradossalmente fa più disinformazione che altro.
Come già citato inizialmente ha ben poco da spartire col Silenzio degli Innocenti, e non è assolutamente uno dei più spaventosi degli ultimi anni, ma sa intrattenere con una buona mano registica e appoggiandosi a un antagonista piuttosto sopra le righe.
Poi si potrebbe dire che poteva chiudere tutto mantenendo quell’elegante ambiguità che aveva contraddistinto quasi tutta la trama, e in generale una struttura narrativa ben più robusta avrebbe dato più contesto, ma tutto sommato è un’opera che ha un suo deciso valore e per un amante del genere rimane caldamente consigliato.
Omar Mourad Agha