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La gioia

Mercoledì 11 Febbraio 2026 21:52 Pubblicato in Recensioni

Un tema doloroso quello affrontato da Gelormini nel suo "la gioia" per traslare sul grande schermo una storia di recente cronaca giudiziaria. Gloria Rosboch fu brutalmente assassinata da chi aveva aiutato. Insegnante di lingua francese. Di mezza età,  convivente ancora con gli anziani genitori credeva di aver incontrato finalmente l'amore e le aveva aperto il cuore. Quel desiderio che non aveva mai conosciuto per timidezza ma anche per l' educazione ricevuta un po' rigida e molto cattolica irrompe come un vento estivo che d' improvviso spalanca tutte le porte che sono rimaste socchiuse. Una vita lenta che prende un abbrivio fatale per un incontro infausto. Un cast eccezionale supporta la sceneggiatura che ha vinto il premio Solinas nel 2021. Fra tutti si staglia Valeria Golino che si imbruttisce, si mortifica per dare voce e corpo a quella donna rimasta un po' adolescente, fra le quattro mura, nella sua cameretta di ragazza. La regia avrebbe potuto partire dall' epilogo non dovendo celare qualcosa di noto ma sceglie di ripercorrere la vita tranquilla e serena dall'inizio. Prima che un tornado incontrato per caso mandasse in frantumi la vita di una brava persona, di una donna dimessa e gentile che si perdeva nelle pagine di Flaubert, sognando di vivere un giorno le stesse emozioni da romanzo.

Interessante la colonna sonora che riprende pezzi iconici che hanno fatto la storia della musica leggera. Quelle hit che sono state il sottofondo musicale di tante ragazze alle prese con i primi amori. Altrettanto interessante l' assenza di suono, il silenzio siderale che subentra quando avviene l' irreparabile a sottolineare il corto circuito della mente di chi sfrutta gli altri per proprio tornaconto e agisce senza tenere conto delle gravissime conseguenze. Lo spettatore assiste a scene di pura angoscia, trattiene il fiato, soffre con la protagonista che si immola come uno dei suoi amati conigli. Se la sua vita prima di incontrare il mostro era una gabbia dorata che la schermava dal mondo cinico e malvagio quella in cui verrà messa per estorcerle denaro da un duo che appare simile alla coppia collodiana del gatto e la volpe sarà invece ferrea e rugginosa. Gloria, che nel film muta in Gioia, è un Alice nel Paese delle meraviglie illusa, ingannata per finire gettata in un pozzo profondo come un rifiuto. 

Un film che non fa sconti, non edulcora nulla ma ricostruisce con precisione uno dei delitti più efferati degli ultimi anni restituendo un po' di dignità a chi non avrebbe mai fatto del male a una mosca ma si è trovata intrappolata fra le spire di un serpente a due teste. Rende onore anche alla memoria di due poveri genitori colpevoli solo di troppo amore nei confronti dell' unica figlia, principessa di casa, colomba mai volata lontana dal nido. 

Virna Castiglioni

La mattina scrivo

Mercoledì 11 Febbraio 2026 21:48 Pubblicato in Recensioni

Un racconto di una vita difficile ma portata avanti con la schiena dritta che si spezza ma non si piega e a testa alta. Paul Marquet è uno scrittore. Ha già licenziato il suo terzo libro ma la casa editrice è titubante. Le vendite non sono andate come speravano e uscire con un nuovo libro che ha per titolo "Storia di una fine" non fa ben sperare. Cosa fare? Gettare la spugna e rassegnarsi ad un piano b che non gratifica, seguire le orme del padre che ha vissuto bene materialmente ma con una insoddisfazione cronica interna per aver tradito sogni e desideri intrinsechi. Paul non ci sta. Si adatta, diventa flessibile, interpreta il ruolo che serve alla società. A giorni alterni è un traslocatore, un giardiniere, uno svuota cantine anche se il suo aspetto fisico lo tradisce. Magro, delicato con un paio di occhialini che rivelano la sua indole da intellettuale. Paul sopporta quanto male faccia stare lontano dai figli, non poterli raggiungere perché l' aereo costa troppo. A mani nude e senza rete comincia una strada in salita fatta di tariffe al ribasso, di algoritmi che decidono per lui, di dolori e rinunce sempre più pesanti. Ma cosa sarebbe la sua vita senza poter scrivere? Una sopravvivenza e nient' altro. La regia si sofferma sui dettagli, sui cambiamenti, sulle riflessioni intime che non si possono esternare e accompagna con una musica strumentale efficace la via crucis dell' uomo, del professionista, del padre. Un film che sembra parlare di una sola vita ma invece parla molto della società che abbiamo costruito un po' scientemente e un po' senza accorgercene. Una società che non vede il povero quando lo ha sullo stesso pianerottolo ma lo individua a distanza quando parte per un viaggio esotico. Invece in questo nuovo medioevo c'è chi vive di offerte, chi segna su un quaderno ogni uscita e spera in un' entrata che porti il bilancio perlomeno alla pari. Strepitoso l' attore protagonista che recita in sottrazione compiendo uno straordinario lavoro su sé stesso che lo porta a compiere per il personaggio che incarna una rivoluzione esistenziale. Non sara' più solo uno scrittore ma continuerà ad esserlo nonostante tutto quello che lo circonda. Un film che interroga lo spettatore e lo sprona costantemente a non fermarsi alle apparenze, a non valutare mai per l' aspetto chi abbiamo di fronte. Un racconto che riscopre anche l'arma potentissima della gentilezza, di chi offre anche un oggetto di poco valore ma che può fare la differenza per qualcuno. La regia non si avvale mai di sensazionalismi, non gioca mai con la sensibilità dello spettatore, non scivola mai nel patetico, non ricerca la commozione ad ogni costo. Espone i fatti e nei fatti mette tanto sentimento. Ogni gesto che l' attore compie è un monito a non giudicare, un pretesto per una riflessione che ponga l'essere umano sempre al centro.

Un film che sdogana soprattutto il difficile lavoro di scrittura, di chi sa molto bene che "finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna".

Virna Castiglioni

"Cime Tempestose"

Mercoledì 11 Febbraio 2026 11:59 Pubblicato in Recensioni
Nell’aria fetida della brughiera nella contea dello Yorkshire, fin da piccola Cathy, sadica profittatrice prende alla lettera la folle idea del padre di trattare il suo protetto Heathcliff come un cane. Il bambino privo di prospettive, le ubbidisce, lo fa senza fiatare, affezionandosi alla sua padrona con l’intenzione di proteggerla da ogni male per tutta la vita e anche oltre. Così scardinando ogni pretesa di aderire fedelmente al testo di riferimento di Emily Brontë ci approcciamo ad una storia dove ribolle l’inquietudine della regista inglese, premio Oscar, Emerald Fennel, che con la sua lente morbosa (lo fu anche in Saltburn, 2023) ingrandisce (letteralmente) anche le gocce di sudore sulla pelle dei protagonisti per veicolare dei loro sentimenti, la nevrosi, che serpeggia già tra le pagine del capolavoro e passa qui, tra le pieghe della gonna della protagonista. L’autrice, regista e anche sceneggiatrice del film cede al piacere della riscrittura nel languore delle sue fantasie perverse su “Cime Tempestose”. Catherine, detta Cathy nella sua infanzia è pestifera : ride degli impiccati, tormenta la governate, sopporta la follia del padre padrone, Mr. Earnshaw (Martin Clunes) che di nobile ha solo il cognome, la disgrazia è ricaduta su di loro e non esiste redenzione. Heathcliff veglia su di lei è il suo compagno di giochi, il suo angelo custode e capro espiatorio delle sue punizioni. Da adulti sviluppano una naturale attrazione l’uno verso l’altra ostacolata dalle convenzioni sociali. Una cruda passione divorerà i due protagonisti fagocitati dalla loro brama di possedere tutto anche quello che non gli appartiene. Il ricco Edgar Linton (Shazad Latif) e la sua singolare sorella, Isabella (Alison Oliver) si stabiliscono come vicini di casa entrambi possono portare nuove prospettive per il futuro. La dimora dei Linton appare come una casa delle bambole (o la “Casa dei sogni” delle Barbie) una gabbia dorata dove entrambi resteranno a loro volta imprigionati.  Nelly (Hong Chau) la governate di Chaty, osserva e sposta i fili della trama spettatrice di un lontano e violento disastro. Una menzione speciale anche per i personaggi dei due servitori in casa Earnshaw, Zillah (Amy Morgan) e Joseph il macellaio (irriconoscibile Ewan Mitchell, famoso per il ruolo di Aemond Targaryen in House of the Dragon) il cast, fatto di pochi personaggi messi a fuoco (come nel teatro) ha dato la possibilità a tutti di avere un impatto sulla vicenda. Veniamo accolti dai brani che fanno da colonna sonora di Charli xcx, che propone brani pop appesantiti dalla gravità della solenne atmosfera da romanzo gotico (un’operazione simile venne fatta da Sofia Coppola per il suo Marie Antoniette, 2006). Gli abiti, couture non sono fatti per essere “storicamente corretti” bensì adattarsi alle immagini, la costumista Jacqueline Durran ha difeso questa scelta dichiarando: “Le nostre date sono tutte confuse nel senso che non stiamo rappresentando un momento nel tempo, stiamo solo scegliendo immagini o stili che ci piacciono per ogni personaggio”. Questa scelta così come quella del casting per età (di Margot Robbie) ed etnia (Heatfcliff non sarebbe abbastanza “dark skinned” per parte del pubblico americano) ha suggerito scalpore, scandalo e indignazione, polemiche (ri)cercate, che si trasformano in una scelta di marketing vincente per raccontare un film autoriale interessante che si fa manifesto di una sensibilità femminile e critica in quello che viene confezionato volutamente come film pruriginoso adatto alle coppie per San Valentino ma nasconde un adattamento che scuote le viscere e propone una suggestione spogliata della purezza dell’originale ma che mantiene l’intreccio centrale: prostrando a Heathcliff ai piedi Cathy. 
 
Francesca Tulli

Dopo una serie di uscite-evento nelle sale cinematografiche del territorio nazionale, C’era una volta il beat italiano approda sia in streaming che su supporto fisico.

Già destinato a trasformarsi in oggetto di culto per gli amanti della ribelle e scatenata corrente musicale anni Sessanta, il docufilm diretto da Pierfrancesco Campanella è ora disponibile sulle piattaforme grazie a CG Entertainment e, contemporaneamente, in dvd curato da Digitmovies Cinema di Luca Di Silverio abbinato alla rivista di collezionismo musicale Raropiù.



C’era una volta il beat italiano ripercorre un mitico periodo storico con i cambiamenti sociali e del costume che hanno rivoluzionato il mondo attraverso fenomeni quali la contestazione giovanile, il femminismo, la liberazione sessuale, il rifiuto della guerra, la rivendicazione delle libertà individuali, l’affermazione di valori come l’uguaglianza e la lotta alle discriminazioni. Tra capelloni e minigonne, sulla scia dell’esplosione dei Beatles e dei Rolling Stones a livello mondiale, in Italia la cosiddetta “beat generation” ha attecchito con grande forza grazie ad artisti come Caterina Caselli, Patty Pravo, i Nomadi, l’Equipe 84, Gian Pieretti, Riki Maiocchi e tantissimi altri.

Sono molti gli artisti che hanno fatto la storia del Beat che si alternano nell’opera di Campanella offrendo le loro preziose testimonianze: da Don Backy – che del fenomeno è stato un precursore – a Ricky Gianco, entrambi provenienti dal Clan Celentano come pure Natale Massara e Gianni Dall’Aglio dei Ribelli, gruppo che accompagnava lo stesso Adriano. Poi Pietruccio Montalbetti dei Dik DikLivio Macchia dei CamaleontiGiuliano Cederle dei NotturniMario Pavesi dei Fuggiaschi e Renato Brioschi dei Profeti.
Citazione speciale per Mita Medici, prima “Ragazza del Piper”, simbolo di tutte le giovani dell’epoca che si ribellavano allo stereotipo dell’immagine femminile tradizionale, e per Rosanna Fratello, che negli anni Sessanta sognava di diventare famosa come i suoi idoli beat Rita Pavone e le già citate Pravo e Caselli, ma alla quale venne imposto un genere di canzoni completamente diverso quando è diventata a sua volta cantante professionista. 

Non mancano inoltre in C’era una volta il beat italiano Franco Oppini, che con i Gatti di Vicolo Miracoli fu la massima espressione del movimento “Verona Beat”, i cantautori Rodolfo GriecoClaudio DaianoIvan Cattaneo e Mauro Goldsand e le cantanti Donatella Moretti e Morena Rosini. Accanto ad interventi di prestigiosi addetti ai lavori quali i discografici Federico Monti Arduini (più noto come Guardiano del Faro), Andrea NataleFederico GnocchiItalo Gnocchi, il giornalista Fernando Fratarcangeli (direttore di Raropiù), gli operatori culturali Franco Mariotti e Carlo Lecchi (quest’ultimo Presidente dell’Associazione vinili Italiani), il paroliere e produttore discografico Alberto Salerno, il regista Luca Verdone, l’autore televisivo Massimiliano Canè (Techetechetè) e i press-agent Niccolò Carosi Francesco Lomuscio.

Particolarmente apprezzato per il serrato montaggio di Francesco Tellico, l’ironia e la leggerezza dei contributi, le splendide location curate da Laura Camia e la suggestiva fotografia di Francesco SicilianoC’era una volta il beat italiano è prodotto da Sergio De Angelis per la Parker Film e fa parte di una serie di documentari a tema musicale, coordinati dallo stesso Campanella, dedicati al rock progressivo, alla italo-disco, ai musical e alle colonne sonore. L’occasione per i giovanissimi per conoscere un mondo che non esiste più e per i meno giovani di rivivere atmosfere e suggestioni irripetibili.