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Per te

Domenica 01 Febbraio 2026 22:28 Pubblicato in Recensioni

C'è tanta dolcezza nel film di Aronadio. Il regista riversa tutta la sensibilità che serve per raccontare una storia vera. L' adolescente Mattia Piccoli fu insignito dell'onorificenza di Alfiere della Repubblica dal Presidente Mattarella proprio per aver assistito il padre colpito da Alzheimer precoce. È una storia di destino avverso ma di amore sconfinato, di difficoltà premature ma di risposte pronte.

Non si mostra il lato peggiore della malattia e nemmeno l'angoscia che subentra in chi vive accanto a chi subisce questa terribile condanna. Si sceglie di mostrare solo il lato meno duro e provare a dimostrare come si possa convivere con una malattia senza cura e con la responsabilità di un figlio ancora in crescita. Edoardo Leo è perfetto nell' incarnare un padre giovane, amorevole ma sempre più malato. I suoi occhi vivaci mutano e segnano il passaggio dalla felicità coniugale e genitoriale all' abisso che si ha di fronte dopo l'annuncio di una malattia così devastante. Eppure questa ladra di ricordi non può strappare anche quelle sensazioni profonde e viscerali che legano le persone che si amano. Nella malattia si riscoprono i valori, si fa pace con il passato, ci si rassegna senza per questo rinunciare a lottare. Non per guarire che è un obiettivo ancora utopico ma per trascorrere quanto più tempo possibile immersi in una bolla di armonia e benessere. Una regia forse troppo edulcorata, sicuramente mai estrema. Un dramma che sembra quasi una favola a lieto fine anche se già si conosce l' epilogo infausto.

Poetici i riferimenti al cinema muto, a spezzoni di film celebri che regalano un tocco di poesia e nostalgia ad un racconto che sembra di altri tempi quando la malattia era accolta e affrontata tra le quattro mura, lontano da cliniche e ospedali. Anche qui si indaga la dimensione umana, familiare. L' aspetto strettamente medicale è lasciato ai margini e il declino è raccontato sempre con una patina di soavità. La disperazione, la rabbia e la frustrazione rimangono fuori, a debita distanza. Per chi ha vissuto certi drammi, però, risulta difficile riconoscersi in un quadro così lieve. Sembra che ci sia una soluzione a tutto. Niente è davvero perduto. Anche lasciare buoni ricordi agli altri rinunciando a trattenerli a tutti i costi. Vivere la vita come se non ci fosse più tempo ottimizzando ogni esperienza per fissarla, se non più nella mente, almeno nel cuore e sotto la pelle. Un film che suscita nello spettatore un po' di incredulità, provoca molto stupore ma lo congeda altresì con tanta serenità. Un film che tocca corde emotive diverse dal solito per parlare di una malattia che non colpisce solo la persona che ne è affetta ma si impossessa di tutti coloro che le gravitano intorno come una piovra che avvinghia a sé e stritola.

Virna Castiglioni

Amata

Domenica 01 Febbraio 2026 22:25 Pubblicato in Recensioni

La poetessa Szymborska così scrisse: "alla nascita d'un bambino il mondo non è  mai pronto". Questa celebre citazione introduce il film. Se questo è vero quello che serve ad ogni bambino per crescere è sicuramente che sia amato da qualcuno. Questo sembra dirci nella pellicola Elisa Amoruso che usa proprio l' aggettivo "amata" per il suo lungometraggio. Un cast di attori strepitosi sui quali spicca per intensità e padronanza scenica la giovane, che è già una certezza, Tecla Insolia. Lei e Miriam Leone interpretano due madri che non si incontreranno mai nel loro cammino ma che saranno accomunate dalla gioia di esserlo entrambe per Margherita. Nome scelto dalla madre biologica Nunzia, giovane e spaventata studentessa fuori sede. Brillante negli studi ma ancora molto fragile nella vita. A diciannove anni è alla ricerca di esperienze, ancora distante dalle responsabilità, immersa nella scoperta di sé stessa e degli altri. Quando, per caso, scopre di aspettare un bambino un vortice di sentimenti contrastanti la sovrasta. Paura e incredulità si sommano ma la notizia di non essere più in tempo per abortire cambia il suo disegno di vita. La macchina da presa segue come un segugio questa ragazza nelle sue scelte, nelle sue azioni, nelle sue contraddizioni. Angelica e dolce sa invece il fatto suo. Non potrà essere madre della creatura che ha partorito. Dall' altro lato Maddalena è invece una donna che ha una forte determinazione, granitica e contraria a quella di Nunzia.  Vuole un figlio a tutti i costi ed è disposta a sacrificare sé stessa, la sua salute, pur di ambire allo status di madre. È ingegnere civile e sa, per professione, che la realizzazione di un progetto parte sempre da lontano.  Interessante la regia che sovrappone con scene quasi speculari i momenti topici di passaggio che vivono le due donne contemporaneamente. Distanti per estrazione sociale, differenti per età, agli antipodi per inclinazioni e desideri, lontane per provenienza culturale. Non potrebbero essere più diverse queste due madri che sono profondamente legate senza saperlo. Un film che indaga e mette sotto la lente di ingrandimento anche il doloroso iter alle quali si sottopongono le coppie sterili che fanno richiesta di adozione. Un passaggio transitorio ma obbligato che è sempre foriero di ansia, di preoccupazione, di senso di inadeguatezza, di umiliazione. Delicata e struggente la colonna sonora che chiude il racconto, affidata ad un grande maestro della musica italiana. Il testo della canzone scelta incornicia una storia che, pur essendo cruda e dura, è sempre circondata da un' aura di dolcezza. La stessa che trasfigura il volto di ogni donna quando solleva il proprio bimbo e lo stringe al petto.

Virna Castiglioni

2000 metri ad Andriivka

Lunedì 19 Gennaio 2026 17:59 Pubblicato in Recensioni

Guerra che è scoppiata alle porte di casa e chiede il coinvolgimento diretto e indiretto del mondo. Invasione russa del popolo ucraino che reagisce e contrattacca. Qui siamo dalla parte ucraina e il resoconto è la lenta, sofferta avanzata di una brigata d'assalto verso una cittadina da liberare. Simboli forti come bandiere che si issano ormai dove non esiste più vita. Non esiste nemmeno più il villaggio ridotto a un cumulo fumante di macerie. Rimane solo un nome di una città che, nelle speranze migliori, possa essere nel giro di pochi anni ricostruita. Come la natura potente e sovrana sa rifiorire e rinascere dopo la morte dell' inverno. Giovani, giovanissimi mandati incontro al nemico, guidati da chi negli avamposti scruta con radar il territorio. Il documentario non è ricostruito post avvenimenti ma è il risultato di quello che bodies cam, go pro montate sugli elmetti riprendono mentre i soldati strusciano, si introducono in scantinati, avanzano tra trincee nemiche. Tutto in diretta senza censura e nessun elemento che stemperi la cruda realtà. Solo gli animali superstiti che ancora popolano la terra violentata sanno restituire allo spettatore una carezza dopo tutta la violenza di un racconto che è forte come un pugno alla bocca dello stomaco e costringe a vomitare il disgusto per appartenere allo stesso genere umano di chi ancora tenta e vuole ristabilire la pace attraverso la guerra. Un documentario che narra un solo lato della storia, sempre lo stesso. Mostra una Russia nemica, cattiva che non ha nessuna voce in suo favore, nemmeno quella degli stessi soldati che combattono in suo nome. Un film che trascina lo spettatore nel teatro di guerra e lo costringe a respirare polvere, angoscia, distruzione e morte. Ci si vorrebbe alzare, interrompere la visione, prendere fiato, tornare a respirare e quegli stacchi neri fra una tappa e l' altra del percorso sono forse il time out concesso per riprendere forza e coraggio. Le stesse di cui si armano i protagonisti che hanno lasciato le loro famiglie e interrotto le loro professioni o i loro studi per riprendere possesso di un territorio sul quale sorgevano le loro case, dove si alimentavano sogni e speranze. I funerali tolgono padri a figli non ancora nati, figli a madri alle quali non rimane nulla, mariti a mogli che avrebbero voluto e dovuto essere protette e aiutate nella loro quotidianità e invece aspettano in silenzio i loro uomini che si prodigano in una guerra che non vede risoluzione. Non chiamateci eroi è la richiesta di questi soldati per necessità perché gli eroi non muoiono mai. Invece in battaglia una serie numerosa di uomini ha incontrato la morte anche se alle adunate i compagni rispondono in coro "presente". È un duro documentario che fa male e rende tristi chi, seduto in poltrona, guarda qualcosa che non si riesce a fermare nonostante sia chiaro a tutti che non porti a nulla di buono.

Film denuncia, testimonianza della cronaca dei fatti, memoria per le generazioni future. Resoconto di uno scempio, ricostruzione di un dramma. Scelta registica opportuna il silenzio delle voci umane che non vengono udite dai potenti, sovrastate dai rumori di sottofondo che sono all'ascolto di tutti. L' inserimento di musiche struggenti risulta efficace a rimarcare la drammaticità degli eventi. Un film che andrebbe mostrato soprattutto a chi decide rischiando sempre e solo con la pelle degli altri. A tutti gli altri per non dimenticare voltandosi semplicemente dall'altra parte.

Virna Castiglioni

La scelta di Joseph

Domenica 25 Gennaio 2026 17:52 Pubblicato in Recensioni

Rivisitazione francese di un film di più di un decennio fa. "La scelta di Joseph" è la risposta francese all' americano "Locke" del 2013. Un uomo tutto d'un pezzo, capo cantiere in procinto di supervisionare un lavoro di estrema importanza, dopo una telefonata che lo turba parte in auto. Sarà una notte lunga che gli farà prendere tante decisioni. Indispensabile la scelta di un attore che possa reggere da solo l' intera ossatura del film. Vincent Lindon nei panni del protagonista è l' unico attore in scena nello spazio angusto della macchina. Al telefono interagisce con i figli, con la moglie, con la donna con cui sta per diventare padre per la terza volta, con il capo dell' azienda, con l' ostetrica dell' ospedale. Una lunga sequenza di chiamate che il protagonista fa e un' altrettanto lunga sequenza di chiamate ricevute dagli altri personaggi della storia. Ansiogeno quanto basta ma un po' troppo ripetitivo il racconto è tutto giocato sulla bravura dell' attore che riesce a passare dalla complicità con i suoi ragazzi, alle spiegazioni civili con la moglie, alle rassicurazione alla donna che sta per partorire, agli ordini e alle raccomandazioni per il suo sottoposto, al colloquio con il capo. In questo contesto emotivo anche il lavoro, la professione, la responsabilità, il rispetto del ruolo giocano una partita importante. Una prova attoriale convincente ma che non riesce ad essere così efficace dal fare dimenticare la performance eccellente di Hardy nel film precedente. Questo nuovo soggetto ricorda nella sua interezza, lo ripercorre, di certo non lo fa rimpiangere ma decisamente non riesce ad essere così forte e impattante come il predecessore. Rimane senz'altro un buon racconto sulle scelte, sulle decisioni da prendere, sul destino che spariglia le carte e sa essere incisivo fino alla fine riuscendo a non stemperare mai la tensione che man mano si accumula con il macinare dei chilometri sulla strada. Il finale è dolce e commovente e rimane aperto a possibili alternative come fa presagire l' inquadratura della macchina ferma nella corsia centrale prima di scegliere quale svincolo prendere. La fotografia è romantica e sottolinea tutta la contraddizione di una notte qualunque sulla strada per raggiungere un luogo in contrasto con il tumulto interiore di chi sa di allontanarsi dal certo per arrivare inevitabilmente ad un nuovo inizio. Un soggetto non originale che non si discosta dalla trama conosciuta senza per questo temere di risultare una banale scopiazzatura. Al contrario tiene incollato lo spettatore financo quello che non ha dimenticato il film originale, lo ha amato e non sentiva l' esigenza di un remake. Operazione sempre un po' rischiosa quando si tratta di film di successo sia di pubblico che di critica. 

Virna Castiglioni