Tre storie, tre famiglie, tre situazioni apparentemente slegate tra loro.
E' con un'antologia che Jim Jarmush decide di partecipare al concorso del Lido. I suoi personaggi sono figli che vanno a trovare il padre dopo tanto tempo, figlie che si ritrovano dalla madre a condividere un tè, oppure fratelli che devono capire cosa fare con l'appartamento dei genitori.
Nelle dinamiche famigliari troviamo silenzi, sguardi imbarazzati e dialoghi di circostanza, dei gesti banali e comuni, ma profondamente radicati nelle vite di ognuno.
Non c'è modo né volontà di contestualizzare la scena, passato e futuro non ne fanno parte, e viene lasciato allo spettatore il compito di riempire gli spazi.
Non è un male, anzi, dà modo di avvicinarsi allo schermo, di prendere posto di fianco, e di partecipare alla conversazione. La regia asciutta e prevalentemente statica aiuta a entrare nel flusso dei pensieri.
Ma emerge anche la delicatezza e la sensibilità della narrazione, Jim Jarmush ci racconta ancora una volta di personaggi unici e allo stesso tempo così reali e normali.
Il suo è un film pulito, ben confezionato e ordinato, in cui tutto ruota attorno a una comunicazione accennata e talvolta distante, ma non per questo meno significativa.
Sono persone che non sanno bene cosa fare, si portano dietro i loro problemi e nascondono qualcosa ai loro interlocutori, ma alla fine mostrano il loro affetto.
Perché il nucleo della comunicazione è lì, non nel come o nel cosa, ma nelle intenzioni. Anche fosse dettato da dovere sociale o cortesia, venirsi incontro lascia comunque un sedimento, una traccia riconoscibile, un ricordo.
Per il resto del film, però, se guardiamo più in generale sembra che manchi qualcosa. Forse paga eccessivamente la sua sobrietà, perché si ha quella voglia di vedere uno sviluppo, qualcosa in più dai personaggi che vediamo a schermo.
Ma è solo una sensazione, in questo caso il risultato finale è ben più della somma delle singole parti, e ne esce fuori un gran bell'omaggio alle differenze ed anche all'universalità dei rapporti che ci legano gli uni agli altri.
Omar Mourad Agha