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Dalai lama - La saggezza della felicita'

Lunedì 06 Ottobre 2025 12:19 Pubblicato in Recensioni

Dalai Lama figura spirituale importantissima che svolge la sua missione in esilio dopo che la Repubblica Democratica Cinese invase il Tibet e lo costrinse, dopo una rivolta repressa, ad essere ospite, rifugiato politico in territorio indiano. Predestinato, incarnazione vivente del precedente Dalai Lama, ormai novantenne disserta circa lo stato attuale del pianeta ed espone, con acume, scusandosi per il suo inglese approssimativo come farebbe un qualsiasi studente, lo stato dell'arte del mondo intero alle prese con terribili problemi. La chiave, per capire questi nostri tempi così bui e dagli esiti così incerti, è semplice e complessa nello stesso tempo. Quando ci si dimentica di essere interconnessi, legati gli uni agli altri ma soprattutto quando non si è più in grado di esercitare la compassione nei confronti dell'altro essere umano vivente siamo destinati inevitabilmente alla fine. Un messaggio di pace e speranza che travalica confini e abbraccia l'intera umanità divisa, oggi più che mai, da odio e indifferenza. Non abbiamo alternative se non preservare la terra che abitiamo cercando di rimanere uniti e solidali in questo destino comune.

Alle sfide complesse che ci attendono si deve rispondere innanzitutto con pace e serenità interiore. Ognuno deve cercare di conservare e tutelare la pace dentro di sé per poi poterla portare al di fuori, nel mondo. Il fine ultimo di ognuno è quello di essere felici. La ricerca della felicità è il primario obiettivo ed il principale compito di ogni uomo sulla Terra. Attraverso un dialogo intimo, una modalità serena e coinvolgente di parlare a tutti questo documentario che si fa principalmente ascolto di quello che oggi è mancante o deficitario, è foriero di serenità e calma. Si è rapiti ed accompagnati in un viaggio mentale e spirituale che consola, rassicura, fa ragionare. Un lungo discorso che colpisce per la semplicità dei concetti espressi che sono trasversali e universali ma necessitano di sforzi condividi perché siano messi in pratica. Un appello che ha la forza gentile di entrare in profonda connessione con chi si pone in ascolto. La visione di questo filmato regala tranquillità, senso di armonia e voglia di fare bene e meglio.  È una chiamata alle armi del buon senso, della intelligenza, della condivisione e della compassione che rimane il film rouge che domina la dissertazione nella sua interezza. Senza mettersi nei panni dell' altro, esercitando empatia, non ci può essere fratellanza ma siamo su questa Terra fratelli e sorelle di un unico Padre che ha dato un solo giardino comune. 

Nel novantesimo genetliaco del Dalai Lama, questo film evento può essere considerato il suo testamento spirituale per l' intera comunità di credenti e atei.

Virna Castiglioni

Partito con successo La paura dei numeri di Mauro John Capece

Domenica 12 Ottobre 2025 12:11 Pubblicato in News

Nell’attesa di ricevere il premio per la migliore fotografia all’Amsterdam New Cinema Film Festival e di essere presentato il 17 Ottobre 2025 alle ore 21.00 a San Benedetto del Tronto (AP) presso il Teatro Concordia, nell’ambito del Piceno Cinema Festival, La paura dei numeri di Mauro John Capece ha trionfato al Castelli Romani Film Festival Internazionale di Frascati, dove si è aggiudicato un riconoscimento per il miglior film sociale e ha ottenuto una menzione speciale per la miglior attrice a Corinna Coroneo. Patrocinato dalla Marche Film Commission, La paura dei numeri è un racconto sul tempo, la diversità e l’autismo affrontati con sguardo rigorosamente formale, ispirandosi ad una suggestiva leggenda marchigiana. Al centro della storia c’è una bambina di undici anni affetta dalla sindrome dello spettro autistico. Attraverso il suo punto di vista l’opera intreccia due piani temporali — il 1923 e l’oggi — interrogandosi con urgenza su come era essere autistici allora e come lo è ora.

“Noi non siamo diversi, sono gli altri che sono tutti uguali” è una delle frasi centrali del cortometraggio, a proposito del quale il regista afferma: “La paura dei numeri rappresenta una mia momentanea incursione nel linguaggio del cinema breve, dopo aver realizzato, accompagnato e curato la distribuzione di nove film diretti da me negli ultimi vent’anni. La sceneggiatura di questo “piccolo capolavoro” mi ha spinto a tornare a raccontare storie più essenziali, restando comunque fedele alla mia cifra cinematografica, precisa e rigorosa. Ne è nato un corto intenso e curato nell’estetica, a cui sono profondamente affezionato, nettamente distante dalle opere convenzionali. Ho voluto mostrare come venivano trattati, in passato, i bambini con sindrome dello spettro autistico, circa un secolo fa, e come, invece, oggi ci si relaziona con loro. Ho realizzato immagini forti per un progetto che alterna scene ambientate negli anni Venti — periodo in cui questi bambini ‘particolari’ venivano talvolta condotti persino dall’esorcista — ad altre collocate nella contemporaneità, dove finalmente possono ricevere l’attenzione e il sostegno che meritano”.

 

Ispirato al racconto Il fantasma della fontana di Elisabetta Garbati (Marche d’Autore – Imisteri, 2023), La paura dei numeri è sceneggiato da David Miliozzi, Jonathan Arpetti e Valerio Tatarella, con la collaborazione di Lorena Pinciaroli e della stessa Garbati, presente anche nel cast insieme ai citati Coroneo e Miliozzi e ad Andrea Pierdicca, Meri Bracalente, Maurizio Boldrini, David Romano e, per la prima volta sullo schermo, Margherita Caracini e Francesco Pugnaloni. Mauro John Capece si occupa anche della fotografia, mentre scenografia e costumi sono di Cristina Alaimo e il montaggio di Danny Mecozzi e Demetra Diamantakos.

La paura dei numeri è prodotto da Associazione Culturale Picus, con produzione esecutiva Evoque Art House e con il patrocinio delle Marche Film Commission.

 

Him

Domenica 05 Ottobre 2025 16:58 Pubblicato in Recensioni

Ricco, denso, a tratti caotico ma decisamente molto avvincente. Si viene trascinati in un vortice folle che non vuole dare tregua fino alla fine. Protagonista assoluto un quaterback che vede allontanarsi per sempre il sogno inseguito da una vita fin dalla più tenera età, grazie al padre che se ne è andato troppo presto ma gli ha trasmesso una grande (ma forse insana) passione. Quella per lo sport e il football in particolare è diventata per lui un' ossessione, una ragione di vita, l' unico modo esistente per rendere orgogliosa la sua famiglia, un credo, una religione per la quale farsi anche vittima sacrificale. Durante un allenamento in solitaria, complice l' oscurità, viene aggredito alle spalle da qualcuno che indossa uno strano costume. Il trauma riportato alla testa è serio e sufficientemente grave da compromettere per sempre la sua carriera. Invece, inaspettatamente, ma è già chiaro allo spettatore avvezzo che tutto è collegato, l' occasione giusta arriva proprio dal suo idolo sportivo. Il riscatto e il sogno di rivincita da una vita umile gli viene servito su un piatto d'argento. Forse un po' troppo facilmente. È  lo storico quaterback della squadra del cuore "San Antonio Saviors" che gli offre di allenarsi nella sua tenuta. È  alla ricerca di un successore perché prossimo ad abbandonare la carriera sportiva e lui sembra il delfino perfetto per succedere al trono che lascerà vacante. Dietro la patina glamour, i soldi facili, e una bellezza che aiuta a raggiungere gli obiettivi è sempre questione di duro lavoro e di grande sacrificio ottenere il massimo.  In questo caso, però, la villa faraonica del campione uscente è una trappola e il giovane ingenuo, tutto muscoli e buone maniere, rimarrà invischiato in un gioco pericoloso che se non fermato in tempo potrebbe costargli addirittura la vita. In questa fossa dei leoni scoprirà che a tutto c'è un prezzo ma che non basta tutto l'oro del mondo il rischio di non poter rimanere se stessi snaturandosi per sempre.

Un film che ha molto da dire, sceglie di farlo con tanto materiale, accumulando e stratificando molti stimoli. Input visivi innanzitutto, il film è costellato di parti che tracimano liquidi corporei: sangue, sudore, acqua ghiacciata. Muscoli, pelle, ossa in evidenza. Fisicità che si plasmano con allenamenti estremi ma si lacerano e deteriorano sotto torture spacciate per soluzioni avanguardistiche mediche.

La regia affidata a Justin Tipping compie un buon lavoro di presa dell'attenzione cercando di ricreare un contesto sempre più ristretto e claustrofobico dando le sensazione fisica e mentale di essere relegati in una gabbia, ridotti a oggetti nelle mani di chi sta compiendo esperimenti.

Il mix di splatter e gore è abbandonante ma non ridondante lasciando sempre la sensazione che non sia un modo facile solo per proseguire nella narrazione ma un tecnicismo di genere funzionale che viene utilizzato in modo convincente, tanto ma quanto serve.

L' idea di un horror che si insinui nel tempio dorato dello sport e ne scardini la facciata di rigore, disciplina, correttezza e legalità è originale e rapisce lo spettatore per una immersione psichedelica che lascia il segno, grazie soprattutto al carisma del protagonista che incarna alla perfezione il ragazzo buono e di sani principi che ha un sogno da raggiungere e tutte le potenzialità per farlo, giovane età, fisico statuario e mente lucida che lo potranno e lo dovranno sostenere contro il male rappresentato da chi è professionalmente a fine corsa e non ha più nulla da perdere ma è pronto a fare inabissare le nuove leve nello stesso inferno di dannata perversione che ha tenuto in ostaggio la vecchia guardia.

Virna Castiglioni

L'isola di Andrea

Giovedì 02 Ottobre 2025 16:53 Pubblicato in Recensioni

Una coppia che non si ama più, come purtroppo ce ne sono tante. Sembra una normale separazione, anche se tesa e resa difficile da una decisione che arriva unilateralmente. La coppia appartiene alla borghesia. Non ha problemi economici. È colta, ha in apparenza tutti gli strumenti per affrontare una dolorosa fase di vita ma che, con intelligenza e senso pratico, può essere gestita in modo civile. La regia sceglie di raccontare tutto il processo che sta nel mezzo fra quello che si è deciso nella coppia e quello che sarà decretato dalla legge. Ci sono sedute con il giudice che deve esprimersi circa l' idoneità di uno dei genitori a trascorrere maggior tempo con Andrea, unico figlio della coppia. Il bambino viene portato alternativamente dalla madre e dal padre a questi incontri. In altri sono presenti entrambi e vengono osservati mentre eseguono compiti condivisi di gioco e disegno. Momenti lunghissimi che sono una sofferenza per tutti ma soprattutto per il figlio che dimostra questa sua difficoltà in svariati modi mettendo sotto pressione tutti quanti. Capriccioso, svogliato, distratto, insofferente, assente.

Eppure non ci si può sottrarre. Si deve stabilire una volta per tutte quali e quanti giorni spettano ad entrambi i genitori. Non ci sono alternative. Una terza persona incaricata dal tribunale deve decidere cosa è meglio per Andrea. E lui, nel mezzo, tirato da una parte e dall' altra senza possibilità di chiedere, anche se il suo comportamento lo grida a gran voce, che uno dei due dovrebbe fare un passo indietro per il bene supremo di tutti.

È un stillicidio di sedute, di incontri, di recriminazioni, di accuse, di tira e molla. Il bambino è incontrollabile e la macchina da presa lo segue nel suo peregrinare indefesso, nel suo girare in tondo, nel suo malessere fisico che rispecchia come contraltare quello psicologico. Un capriccio costante che viene un po' assecondato, un po' represso, con la speranza di arginarlo e superarlo. Agli antipodi di questa lunga parte, così realistica ma anche tanto sfinente, che mostra una fase tecnica del processo di affidamento del minore coinvolto Capuano introduce la stessa identica scena. Se all'inizio non si comprende fino in fondo cosa sia realmente accaduto lasciando solo una profonda sensazione di disagio alla fine non si lascia adito al dubbio. Il cerchio si chiude per sempre ma c'è ancora una speranza e viene ancora una volta dallo sguardo ingenuo di un bambino e da una canzone di un artista sensibile che ha musicato una scrittura che è poesia ed è diventata il manifesto intellettuale di chi non vuole arrendersi alla violenza. 

Il film di Capuano è un'opera asciutta, priva di sensazionalismi, in apparenza povera di elementi, semplice, ordinaria. In realtà il racconto così normale e comune racchiude un mare magnum profondo di sofferenza e dolore che senza annunciarsi in modo plateale, nel silenzio, deflagra. Un' opera che non arriva immediatamente, lasciando lo spettatore straniato, smarrito, quasi sorpreso come se non fosse possibile arrivare a quella conclusione, ad un gesto di estrema gravità con tutta quella fatica e quella meticolosità nel seguire un iter legale e terapeutico che avrebbe dovuto salvare il salvabile, perché ne aveva tutte le possibilità.

Virna Castiglioni