La vendetta di chi ha perso tutto non conosce confini. La trama si sviluppa intorno ad un massacro che viene ideato e messo in pratica da chi vuole dare una lezione a chi non ha voluto aiutare chi si trovava in difficoltà causandone la morte. La morte di una persona vicina a colui che agira' un piano di vendetta sanguinoso e truculento. Il film intreccia il presente con un episodio analogo già verificatosi in passato ricollegandosi al primo lungometraggio di cui questo film ne costituisce il seguito. Si ripercorre, pertanto, quello che è successo nel 1997 ad una compagnia di ragazzi. Come all' ora, un gruppo di giovani adesso affronta un killer che agisce mascherato. Un film che ha molti colpi di scena, tutti però anticipati da molti indizi che portano lo spettatore quasi in automatico ad accorgersi quasi immediatamente di quello che sta per succedere senza avere neanche il divertimento di concepire in autonomia quali potrebbero essere gli sviluppi. Si assiste ad una serie di jumpscares troppo annunciati che vanificano l' effetto sorpresa mantenendo un tono più da commedia che da film horror. Anche le scene disturbanti sono prevedibili nell'utilizzo degli stessi strumenti di morte agiti più volte. La storia è ricca di momenti che risultano forzati se passati sotto la lente della credibilità ma questo aspetto era prevedibile e nemmeno il peccato più grave della pellicola.
Purtroppo il vero problema è il racconto che non è così avvincente e, non potendo sfruttare nemmeno la carta dell'originalità, non conduce lo spettatore sulla strada della curiosità e della voglia di approfondire. Una banale ragazzata che si trasforma in un incubo ma senza che ci sia il benché minimo approfondimento psicologico dei vari personaggi coinvolti. Vengono trattati dalla sceneggiatura al pari di un gruppo coeso portando a pensare che tutti siano vittime innocenti. Ad un certo punto si cerca un colpevole fuori dal gruppo ma è questione di pochi attimi e il ragionamento già di per sé labile oltreché semplicistico si scioglie come neve al sole. Inoltre non c'è il benché minimo contesto, si parla di Southport senza che venga mai descritta. Appare una città finta come tutto il racconto, così sopra le righe, esagerato, gonfiato, iperbolico. Un enorme soufflé che si sgonfia del tutto e risulta pure indigesto. Come se non bastasse lo spettatore è richiamato, oltre i titoli di coda, per un finale a sorpresa che apre ad un ulteriore sequel come se l'idea non fosse già stata spremuta abbastanza. In realtà la mucca non ha più latte e si cerca di montare la panna senza avere gli ingredienti essenziali. Non c'è quasi per nulla la presenza di scene che inducano alla paura, che suscitino suspence, provochino orrore. Tutto tiepido e rarefatto come una giornata estiva americana sotto il sole in una villa con piscina. Noia allo stato puro. D'altronde anche la nostalgia è un sentimento sopravvalutato.
Virna Castiglioni