Una coppia che non si ama più, come purtroppo ce ne sono tante. Sembra una normale separazione, anche se tesa e resa difficile da una decisione che arriva unilateralmente. La coppia appartiene alla borghesia. Non ha problemi economici. È colta, ha in apparenza tutti gli strumenti per affrontare una dolorosa fase di vita ma che, con intelligenza e senso pratico, può essere gestita in modo civile. La regia sceglie di raccontare tutto il processo che sta nel mezzo fra quello che si è deciso nella coppia e quello che sarà decretato dalla legge. Ci sono sedute con il giudice che deve esprimersi circa l' idoneità di uno dei genitori a trascorrere maggior tempo con Andrea, unico figlio della coppia. Il bambino viene portato alternativamente dalla madre e dal padre a questi incontri. In altri sono presenti entrambi e vengono osservati mentre eseguono compiti condivisi di gioco e disegno. Momenti lunghissimi che sono una sofferenza per tutti ma soprattutto per il figlio che dimostra questa sua difficoltà in svariati modi mettendo sotto pressione tutti quanti. Capriccioso, svogliato, distratto, insofferente, assente.
Eppure non ci si può sottrarre. Si deve stabilire una volta per tutte quali e quanti giorni spettano ad entrambi i genitori. Non ci sono alternative. Una terza persona incaricata dal tribunale deve decidere cosa è meglio per Andrea. E lui, nel mezzo, tirato da una parte e dall' altra senza possibilità di chiedere, anche se il suo comportamento lo grida a gran voce, che uno dei due dovrebbe fare un passo indietro per il bene supremo di tutti.
È un stillicidio di sedute, di incontri, di recriminazioni, di accuse, di tira e molla. Il bambino è incontrollabile e la macchina da presa lo segue nel suo peregrinare indefesso, nel suo girare in tondo, nel suo malessere fisico che rispecchia come contraltare quello psicologico. Un capriccio costante che viene un po' assecondato, un po' represso, con la speranza di arginarlo e superarlo. Agli antipodi di questa lunga parte, così realistica ma anche tanto sfinente, che mostra una fase tecnica del processo di affidamento del minore coinvolto Capuano introduce la stessa identica scena. Se all'inizio non si comprende fino in fondo cosa sia realmente accaduto lasciando solo una profonda sensazione di disagio alla fine non si lascia adito al dubbio. Il cerchio si chiude per sempre ma c'è ancora una speranza e viene ancora una volta dallo sguardo ingenuo di un bambino e da una canzone di un artista sensibile che ha musicato una scrittura che è poesia ed è diventata il manifesto intellettuale di chi non vuole arrendersi alla violenza.
Il film di Capuano è un'opera asciutta, priva di sensazionalismi, in apparenza povera di elementi, semplice, ordinaria. In realtà il racconto così normale e comune racchiude un mare magnum profondo di sofferenza e dolore che senza annunciarsi in modo plateale, nel silenzio, deflagra. Un' opera che non arriva immediatamente, lasciando lo spettatore straniato, smarrito, quasi sorpreso come se non fosse possibile arrivare a quella conclusione, ad un gesto di estrema gravità con tutta quella fatica e quella meticolosità nel seguire un iter legale e terapeutico che avrebbe dovuto salvare il salvabile, perché ne aveva tutte le possibilità.
Virna Castiglioni