Kill the Jockey è un film argentino del 2024 diretto da Luis Ortega, basato sul romanzo omonimo di Nicolas Hénin. La pellicola segue la storia di un giovane uomo che si trova a dover affrontare le conseguenze delle sue azioni dopo aver commesso un crimine. Una trama avvincente e piena di colpi di scena coadiuvata dalla regia di Ortega, è caratterizzata da una sensibilità e una profondità che permettono allo spettatore di immergersi nella storia e di condividere le emozioni del protagonista.
La performance degli attori è altrettanto impressionante, e riesce a trasmettere la complessità e la vulnerabilità dei personaggi. Gli attori principali sono in grado di creare un'atmosfera di tensione e di suspense, e la loro recitazione è convincente e credibile.
Il film affronta temi come la colpa, la redenzione e la ricerca di identità, e lo fa con una delicatezza e una sensibilità che evita ogni cliché. La fotografia e la colonna sonora sono altrettanto efficaci nel creare un'atmosfera immersiva e suggestiva. La regia di Ortega è in grado di bilanciare perfettamente la tensione e la suspense con momenti di riflessione e introspezione, creando un'esperienza cinematografica unica e coinvolgente.
In sintesi, "Kill the Jockey" è un film che merita attenzione, un'opera cinematografica che invita a riflettere sulla natura umana e sulle conseguenze delle nostre azioni, e che offre uno sguardo profondo sulla complessità della vita e delle relazioni umane. Se siete appassionati di cinema argentino o semplicemente cercate un film che vi faccia riflettere sulla condizione umana, "Kill the Jockey" è sicuramente un titolo da non perdere.
David Siena
"Leurs enfants après eux" è un film drammatico francese del 2024 diretto da Ludovic e Zoran Boukherma, che offre un ritratto autentico e sensibile dell'adolescenza negli anni '90. La pellicola segue la storia di due adolescenti, Anthony e Hacine, che vivono in una città post-industriale dell'est della Francia, e che si trovano a dover affrontare le sfide della loro età e del loro ambiente.
Il film è stato presentato in anteprima alla 81ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente, assegnato a Paul Kircher. Questa candidatura e il premio vinto sono un riconoscimento del talento e della sensibilità con cui il film è stato realizzato. La giuria di Venezia ha evidentemente apprezzato la performance dell'attore, che ha saputo portare sullo schermo con grande intensità e autenticità il personaggio di Anthony.
I punti di forza del film sono molti. Innanzitutto, la regia dei gemelli Boukherma ha la capacità di catturare l'essenza dell'adolescenza e delle sue sfide. I registi hanno saputo creare un'atmosfera autentica e immersiva, che trasmette allo spettatore la sensazione di essere parte della storia. La colonna sonora, composta da brani di Aerosmith, Red Hot Chili Peppers e Bruce Springsteen, aggiunge emozione e atmosfera al film, e contribuisce a creare un senso di nostalgia per gli anni '90.
Viene offerto un ritratto autentico e sensibile dell'adolescenza negli anni '90, intrecciando i turbamenti dei protagonisti con il contesto socio-economico della Francia post-industriale. Importanti temi trovano spazio nella pellicola come la povertà, la disoccupazione e la marginalizzazione, senza cadere nel cliché o nella retorica. Si delinea un omaggio alla resilienza e alla creatività degli adolescenti, che trovano il modo di sopravvivere e di sognare nonostante le difficoltà.
David Siena
Vermiglio di Maura Delpero: un'opera cinematografica che esplora la complessità della vita, offre uno sguardo profondo e sensibile sulla vita di una donna. La pellicola segue la storia di una protagonista che si trova a dover affrontare le sfide della sua vita personale e professionale, e che attraverso questo percorso di scoperta e di crescita, trova un nuovo senso di sé e della sua esistenza.
Nel 1944, il giovane soldato siciliano Pietro porta il suo compagno ferito, Attilio, fino alla sua casa in montagna. Come nuovo arrivato in paese, Pietro è molto chiacchierato, ma resta in disparte. Ben presto Pietro e Lucia si innamorano.
Il film nasce da un sogno fatto dalla regista qualche mese dopo la morte del padre, in cui il genitore tornava nella casa della sua infanzia, a Vermiglio: «Aveva sei anni e due gambette da stambecco, mi sorrideva sdentato, portava questo film sotto il braccio: quattro stagioni nella vita della sua grande famiglia». Il film è la traduzione di quel sogno, «una storia di bambini e di adulti, tra morti e parti, delusioni e rinascite, del loro tenersi stretti nelle curve della vita, e da collettività farsi individui» sostiene Delpero.
La regia per questo coinvolgimento personale è caratterizzata da una sensibilità e una profondità che permettono allo spettatore di immergersi nella storia e di condividere le emozioni della protagonista. La performance dell'attrice protagonista Martina Scrinzi è altrettanto impressionante, e riesce a trasmettere la complessità e la vulnerabilità del personaggio.
Il film affronta temi come l'identità, la libertà e l'espressione di sé, e lo fa con una delicatezza e una sensibilità che evita ogni cliché. La fotografia e la colonna sonora sono altrettanto efficaci nel creare un'atmosfera immersiva e suggestiva. Delpero è in grado di bilanciare perfettamente l'introspezione e la riflessione con momenti di azione e di cambiamento, creando un'esperienza cinematografica originale e coinvolgente.
Uno degli aspetti più interessanti del film è infatti la sua capacità di esplorare la complessità della natura umana, senza cadere in stereotipi o cliché. Scrinzi incarna un personaggio complesso e multifacético, che si trova a dover affrontare le sfide della sua vita personale. Delpero ne cattura vulnerabilità e forza, creando un personaggio che è allo stesso tempo fragile e resistente.
La fotografia del film è altrettanto efficace ricreando un'atmosfera immersiva e suggestiva e le immagini giocano con la luce, utilizzando i colori esattamente per il medesimo scopo.
David Siena
"Diva Futura" di Giulia Louise Steigerwalt è un interessante opera che indaga la storia del porno italiano, raccontando la nascita dell'agenzia di casting e produzione "Diva Futura" fondata da Riccardo Schicchi negli anni '80.
La protagonista del film è proprio la "Diva Futura", fulcro attorno al quale ruotano personaggi e avvenimenti descritti. La Diva Fututa ha un ruolo ben definito e particolare che, la pellicola sottolinea, assurgendo a fenomeno culturale e sociale importante nella storia italiana. La Steigerwalt è abbastanza abile da riuscire a catturare l'essenza di questo fenomeno, mostrando come il porno sia stato un elemento di rottura e di innovazione nella società italiana.
Degna di nota è la performance di Pietro Castellitto, che riesce in modo molto fedele a trasmettere l’energia e l’ anticonformismo di Riccardo Schicchi, muovendosi nei toni, per la prima parte del film, di una commedia surreale e un po’ sgangherata ma che funziona bene, coadiuvato dalla fotografia e dalla colonna sonora, efficaci nel creare un'atmosfera immersiva e suggestiva.
La pellicola presenta però anche alcuni limiti, un po’ precario è infatti l’impianto narrativo della seconda parte, che perde il suo ritmo eccedendo un po’ troppo nei toni cupi con una regia che si perde troppo nelle vicende private dei protagonisti, abbandonando l’enfasi del primo tempo.
Importante infine sottolineare che "Diva Futura" vede la produzione di Massimiliano Caroletti, marito di Eva Henger, vedova di Schicchi, con la quale collabora per questo lavoro interessante, offrendoci scorci della reale vita vissuta dalla Henger con Schicchi misti alla fiction cinematografica e regalandoci per questo uno sguardo differente sulla storia del porno italiano.
David Siena
Babygirl della regista olandese Halina Reijn sbarca oggi al Lido con il suo provocatorio film in concorso. Protagonista una CEO di un'importante multinazionale che produce robotica per logistica.
È Nicole Kidman che dà il volto ad una donna in carriera con un torbido lato oscuro. Si invaghisce di uno stagista con il quale apre una relazione di giochi di potere sado-masochisti che rischiano di rovinarle la carriera e il matrimonio con un ritrovato Antonio Banderas.
Al centro del film c'è il sesso e le sue dinamiche di potere. La regista apre la scatola nera dalla quale fuoriescono desideri negati che si trasformano in realtà, perché troppo a lungo dormienti all'interno della personalità. Il contrasto tra l'apparenza professionale impeccabile e la vulnerabilità erotica crea una tensione costante che permea ogni sequenza.
La Reijn costruisce un'architettura narrativa dove il potere economico e sociale si ribalta completamente nella sfera intima, rivelando quanto fragili siano le nostre certezze identitarie.
La performance di Nicole Kidman è magnetica nella sua capacità di mostrare una donna che scopre parti di sé mai esplorate. L'attrice australiana naviga con maestria tra controllo manageriale e abbandono fisico, restituendo un personaggio complesso che sfugge agli stereotipi. Antonio Banderas, nel ruolo del marito ignaro, porta una tenerezza malinconica che amplifica il senso di colpa della protagonista.
Qui si fa luce sulle molteplici sfaccettature dell'animo umano in continua lotta dentro noi stessi. Halina Reijn non giudica, e questo avvalora notevolmente l'opera, che porta in seno ideali progressisti. Lascia uscire la bestia, senza alcun timore. Riflette sulle forze e sulle debolezze soprattutto della sfera femminile. Ammira, nel vero senso della parola, la sua protagonista. E dirige con mano ferma un lungometraggio mai indebolito dalla morale; di conseguenza ne guadagna il ritmo, mai sotto i 180kmh.
La fotografia sottolinea il contrasto tra gli spazi freddi dell'ufficio e l'intimità soffocante degli incontri clandestini, mentre la colonna sonora amplifica la tensione erotica senza mai scadere nel voyeurismo.
Un sentito omaggio alle donne, che nei thriller erotici anni '80 venivano punite.
David Siena
Apre la Mostra del cinema di Venezia Beetlejuice Beetlejuice del ritrovato Tim Burton. Dopo quasi 35 anni dal primo capitolo torna lo spiritello porcello interpretato da un istrionico Michael Keaton.
L'attore americano riprende il personaggio con una naturalezza disarmante, come se non avesse mai smesso di indossare quell'iconico completo a righe bianche e nere. La sua interpretazione mantiene intatta quella follia controllata che aveva reso memorabile il personaggio originale, arricchendola di nuove sfumature che testimoniano la maturità artistica dell'interprete.
È chiaramente e senza alcun dubbio il manifesto del mondo gotico e oscuro di Tim Burton. Il regista californiano torna alle sue origini stilistiche con una sicurezza ritrovata, dopo anni di sperimentazioni non sempre riuscite. Ogni inquadratura trasuda quella poetica del macabro che lo ha reso inconfondibile, mentre la palette cromatica alterna sapientemente i toni cupi agli squilli di colore surreale che caratterizzano il suo universo visivo.
Infarcito di gag dark e spassose allo stesso tempo. La sceneggiatura è ben scritta ed autocitazionistica, il film ha un grande ritmo: incalzante, divertente, pieno di energia artistica, ci si trova al finale in men che non si dica. Gli sceneggiatori riescono nell'arduo compito di omaggiare il cult originale senza mai scadere nella mera nostalgia, costruendo invece una narrazione che dialoga intelligentemente con il passato pur guardando al presente.
I personaggi, con grande caratterizzazione, hanno partecipato all'opera con professionalità e con quella freschezza adatta al mood del film. Il cast riesce a creare una chimica perfetta, bilanciando i ritorni storici con le new entry in un equilibrio che non tradisce mai le aspettative.
Effetti speciali di una volta, senza CGI, ricordano gli anni ottanta dello stesso Burton, ma anche di Sam Raimi (La Casa, Darkman). Questa scelta tecnica si rivela vincente, restituendo al film quella fisicità artigianale che rende ogni creatura e ogni trasformazione credibile e inquietante. Il practical makeup e gli effetti analogici conferiscono autenticità a un mondo che vive di eccessi visivi.
Una famiglia strana in un mondo d'oggi forse ancora più strano. Bravo Burton a non fare un copia incolla del primo capitolo. Un film acuto e cattivello al punto giusto. Non proprio un sequel. C'è anche un sentito omaggio al cinema italiano di genere horror (Bava, Argento). Promosso!
David Siena
Oggi, in concorso a Venezia 81, Maria del regista cileno Pablo Larraín. Il lungometraggio mette in scena gli ultimi sette giorni di vita della divina Maria Callas, in una meravigliosa Parigi con una fotografia magistrale, con toni saturi azzeccati. La capitale francese diventa una quinta teatrale malinconica, dove ogni angolo sembra custodire i fantasmi di una grandezza ormai al tramonto. La macchina da presa di Larraín accarezza gli interni dell'appartamento della Callas con una delicatezza quasi sacra, trasformando gli spazi domestici in un palcoscenico intimo dove si consuma l'ultimo atto di una vita straordinaria.
Divina è anche la sua interprete: un'ispirata Angelina Jolie. L'attrice americana si cala nei panni della soprano con una dedizione totale, restituendo non solo la fragilità fisica degli ultimi giorni, ma soprattutto quella vulnerabilità emotiva che si nascondeva dietro la maschera del divismo. La sua interpretazione oscilla magistralmente tra la grandeur scenica e la solitudine più profonda, cogliendo l'essenza di una donna che ha sacrificato tutto sull'altare dell'arte.
Al suo fianco i fidati tuttofare Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, che costruiscono un microcosmo di affetti e protezione attorno alla protagonista. I due attori italiani danno corpo a quei personaggi di contorno che, pur rimanendo in secondo piano, risultano fondamentali per comprendere l'isolamento dorato della Callas.
Con Maria il regista chiude il trittico dedicato a 3 donne iconiche dello scorso secolo: Jackie Kennedy e Diana Spencer. Qui c'è meno visionarietà, ne guadagna la linearità narrativa, con ottimi dialoghi scritti da Steven Knight. Larraín abbandona le sperimentazioni più ardite per abbracciare una narrazione più classica, che permette di concentrarsi sulla profondità psicologica del personaggio senza distrazioni stilistiche.
Non troppo empatico il film rimane in superficie, ma è in grado comunque di disegnare il divismo, le verità e la discesa della Callas. La pellicola mantiene una certa distanza reverenziale dalla sua protagonista, preferendo osservarla piuttosto che giudicarla o compatirla.
Un cinema classico che, dopo tanti voli empirici dell'autore, non guasta. Angelina in odore di nomination agli Oscar, come anche le scenografie ed i costumi. Ma se proprio dobbiamo eleggere un vincitore: è la sublime voce della soprano greca corroborata dalle opere dei più famosi compositori italiani.
David Siena