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Frankenstein

Giovedì 06 Novembre 2025 21:39
“Frankenstein” vive nella mente di Guillermo del Toro sin dagli esordi, prova che quando la passione bruciante non ti consuma puoi abbracciare la luce del sole e lasciare che ti riporti alla vita. Come spettatore affezionato non si cerca un’aderenza totale al classico immortale di Mary Shelley, si opta per una visione interna, viscerale, il romanzo del 1818 viene fatto a pezzi dal regista messicano per rinascere nel suo film autoriale. Un raro esempio moderno di quando una storia si possa con rispetto distruggere e ricostruire per coglierne l’essenza. Il dottore, Victor Frankenstein (Oscar Isaac) è un personaggio controverso. Fin da bambino è cresciuto nella casa del padre (Charles Dance) un uomo serio dedito al lavoro nel campo della medicina, che gli ha trasmesso la scintilla per capire il potere della scienza applicata ma non la sensibilità per comprendere il dolore di qualsiasi natura esso sia. Così nel tempo Victor “inseguito” dal fantasma della madre, sviluppa un desiderio molto umano e terreno: vuole sconfiggere la morte ignorando la responsabilità che comporta mettere al mondo una vita. Guidato in sogno dalla visione di un angelo, si fa beffe dei luminari suoi pari che lo ritengono un folle dalle idee blasfeme e con il solo aiuto di un mecenate ricco e non disinteressato Harlander (Cristoph Waltz) decide di ri-creare in laboratorio un uomo perfetto. È nelle gelide vestigia di un campo di battaglia che recupera i corpi senza vita dei soldati più valenti, per assemblare la sua opera: non li macella, li asporta con chirurgica arte, pezzo dopo pezzo, e li assembla insieme nella sua torre di Babele, un laboratorio segreto in luogo abbandonato, dove prende vita il suo bellissimo ed esecrabile Prometeo. Il tutto avviene sotto lo sguardo di Elizabeth Lavenza  (Mia Goth) una donna curiosa, dalle idee scomode, la nipote di Harlander. Ella entra in scena con una citazione ad Amleto come dentro ad una natura morta con indosso un abito sontuoso (uno dei tanti, estri creativi della costumista Kate Hawley) accompagnata dalle note della colonna sonora di Alexandre Desplat. Victor è ossessionato da Elizabeth sua unica distrazione, un amore a metà, che gli sembra una favola. Nel secondo atto di questa vicenda anche la creatura (Jacob Elordi dopo 11 ore al trucco) ha la sua verità da raccontare. Il suo destino è legato all’insoddisfazione del dottore, frustrato per la sua scarsa capacità di saper utilizzare la dialettica, egli infatti riesce inizialmente a proferire una sola parola, il nome del suo creatore: "Victor"  e questo a lui suona come a monito del suo totale e inevitabile fallimento. Il mostro non è condannato dall’autore è un essere puro (come l’innocenza di Elizabeth). Inconsapevole della violenza del mondo. Non ci si meraviglia che riesca a trovare più affinità con gli animali, la neve e tutto ciò che gli assomiglia al livello emotivo, anche la stessa strana, donna che interessa al suo creatore, eroticamente tentata dalla sua natura peculiare. Tra i due uomini si avverte un’ostilità sotto pelle che ruota intorno a lei, promessa, tra l’altro, già da tempo ad un altro. Più avanti nella sua sfortuna la creatura viene aiutata da un vecchio mentore cieco (David Bradley) che crede sia lo “spirito della foresta”. Così egli rappresenta qualcosa di diverso per ogni personaggio che incontra, per alcuni è un mostro per altri è un dio, questa dicotomia è la stessa utilizzata ne “La forma dell’acqua” (2017) e questo film racchiude tutti i temi cari al regista: le diatribe che portano padre e figlio a separarsi come in “Pinocchio” (2022).  La genesi di una bestia (Nightmare Alley, 2021) e il concetto di redenzione il più potente di tutti quando niente sembra poter ricucire le ferite da chi rifulge l'unica emozione che può portare alla salvezza. L’amore, come in Crimson Peak (2015). Ci sono omaggi alle altre rappresentazioni cinematografiche della creatura, utilizza nella fotografia i motivi concentrici de “Il Labirinto del fauno” (2006) e i colori del Technicolor di Lamberto Bava . Niente sfugge all'occhio meticoloso di Guillermo Del Toro, che ci mette in parte anche caratteri autobiografici, citazioni alla sua stessa collezione a tema Frankenstein e anche nei dettagli si concentra sul suo vissuto, perfino i topolini del fienile ricordano una sua dolce esperienza personale con un singolare animale domestico (Twitter lo ricorderà). Trascurando un piccolo apporto di CGI il film, prodotto con Netflix, vanta una manifattura artigianale in tutte le sue parti. Non c'è la presunzione di corroborare la materia, ma la consapevolezza di conoscerla  così tanto e bene in ogni declinazione filmica e non, da poterla raccontare con rispetto e amore. Plasmare creare, inventare perfino sfidare una dea della letteratura, con la soddisfazione di essere arrivati a chi ha cuore per poter raccogliere l'energia del fulmine dell’arte. 
 
Francesca Tulli
 

"Cime Tempestose"

Mercoledì 11 Febbraio 2026 11:59
Nell’aria fetida della brughiera nella contea dello Yorkshire, fin da piccola Cathy, sadica profittatrice prende alla lettera la folle idea del padre di trattare il suo protetto Heathcliff come un cane. Il bambino privo di prospettive, le ubbidisce, lo fa senza fiatare, affezionandosi alla sua padrona con l’intenzione di proteggerla da ogni male per tutta la vita e anche oltre. Così scardinando ogni pretesa di aderire fedelmente al testo di riferimento di Emily Brontë ci approcciamo ad una storia dove ribolle l’inquietudine della regista inglese, premio Oscar, Emerald Fennel, che con la sua lente morbosa (lo fu anche in Saltburn, 2023) ingrandisce (letteralmente) anche le gocce di sudore sulla pelle dei protagonisti per veicolare dei loro sentimenti, la nevrosi, che serpeggia già tra le pagine del capolavoro e passa qui, tra le pieghe della gonna della protagonista. L’autrice, regista e anche sceneggiatrice del film cede al piacere della riscrittura nel languore delle sue fantasie perverse su “Cime Tempestose”. Catherine, detta Cathy nella sua infanzia è pestifera : ride degli impiccati, tormenta la governate, sopporta la follia del padre padrone, Mr. Earnshaw (Martin Clunes) che di nobile ha solo il cognome, la disgrazia è ricaduta su di loro e non esiste redenzione. Heathcliff veglia su di lei è il suo compagno di giochi, il suo angelo custode e capro espiatorio delle sue punizioni. Da adulti sviluppano una naturale attrazione l’uno verso l’altra ostacolata dalle convenzioni sociali. Una cruda passione divorerà i due protagonisti fagocitati dalla loro brama di possedere tutto anche quello che non gli appartiene. Il ricco Edgar Linton (Shazad Latif) e la sua singolare sorella, Isabella (Alison Oliver) si stabiliscono come vicini di casa entrambi possono portare nuove prospettive per il futuro. La dimora dei Linton appare come una casa delle bambole (o la “Casa dei sogni” delle Barbie) una gabbia dorata dove entrambi resteranno a loro volta imprigionati.  Nelly (Hong Chau) la governate di Chaty, osserva e sposta i fili della trama spettatrice di un lontano e violento disastro. Una menzione speciale anche per i personaggi dei due servitori in casa Earnshaw, Zillah (Amy Morgan) e Joseph il macellaio (irriconoscibile Ewan Mitchell, famoso per il ruolo di Aemond Targaryen in House of the Dragon) il cast, fatto di pochi personaggi messi a fuoco (come nel teatro) ha dato la possibilità a tutti di avere un impatto sulla vicenda. Veniamo accolti dai brani che fanno da colonna sonora di Charli xcx, che propone brani pop appesantiti dalla gravità della solenne atmosfera da romanzo gotico (un’operazione simile venne fatta da Sofia Coppola per il suo Marie Antoniette, 2006). Gli abiti, couture non sono fatti per essere “storicamente corretti” bensì adattarsi alle immagini, la costumista Jacqueline Durran ha difeso questa scelta dichiarando: “Le nostre date sono tutte confuse nel senso che non stiamo rappresentando un momento nel tempo, stiamo solo scegliendo immagini o stili che ci piacciono per ogni personaggio”. Questa scelta così come quella del casting per età (di Margot Robbie) ed etnia (Heatfcliff non sarebbe abbastanza “dark skinned” per parte del pubblico americano) ha suggerito scalpore, scandalo e indignazione, polemiche (ri)cercate, che si trasformano in una scelta di marketing vincente per raccontare un film autoriale interessante che si fa manifesto di una sensibilità femminile e critica in quello che viene confezionato volutamente come film pruriginoso adatto alle coppie per San Valentino ma nasconde un adattamento che scuote le viscere e propone una suggestione spogliata della purezza dell’originale ma che mantiene l’intreccio centrale: prostrando a Heathcliff ai piedi Cathy. 
 
Francesca Tulli