La dittatura militare in Cile seguita ad un golpe è una pagina buia della storia del Paese sudamericano. Già molto esplorata dalla cinematografia. In questo caso, un regista giovane alla sua prima prova nel lungometraggio, confeziona un racconto severo e rigoroso. Conciso, sintetico ma forte e potente allo stesso tempo. È un' indagine tesa quella mostrata da Sallato sul rovello interiore di un uomo che ha sempre fatto il suo dovere ed è un professionista stimato e rispettato. Ora si sente in trappola, schiacciato fra due imperativi. Uno intrinseco che lo vede perseverare nel rispetto che deve a sé stesso prima che a tutti gli altri nel non tradire i suoi valori e quello esterno di un militare qual è che deve obbedienza verso gli ordini emanati dai suoi superiori anche quando non li ritiene giusti o sono oggettivamente sbagliati.
Nell' ordine militare la gerarchia è tutto. La catena del comando è stringente. Non ammette dinieghi o deroghe improvvise. Signorsi va detto anche quando si vorrebbe fare il contrario. Ma non è così per tutti. Per coloro che hanno una coscienza ferrea prestare il fianco a coloro che, con prepotenza hanno preso il comando, è intollerabile e, anche alla lunga, impossibile.
Chi ha la schiena dritta non si piega. Le inquadrature che si fanno via via più strette, quasi a scovare nelle pieghe della pelle i minimi cedimenti, riescono a restituire allo spettatore il travaglio al quale l' uomo e il militare sono sottoposti. Una infinita gamma di sfumature grigie in un bianco e nero raffinato che accentua la dicotomia fra bene e male, giusto e sbagliato. La linea d'ombra si riduce sempre più fino a scomparire. Tutto diventa chiaro o scuro. La luce arriva dal profondo di un uomo che ha cercato di stare ai margini sperando in una risoluzione breve ma che lo ha portato all' esilio forzato per sottrarsi ad una carneficina.
Interessante il punto di vista scelto dal regista, già navigato documentarista, che affronta un tema già ampiamente esplorato ma non lo fa dal punto di vista delle vittime ma interroga la coscienza di un uomo di Stato che vede cambiare lo scenario politico e si trova di fronte ad un bivio morale che lo pone in una situazione di difficoltà estrema. Combattuto fra una posizione di comando e prestigio e il suo sistema valoriale che vacilla sotto il peso degli eventi. Il capitano dell' aeronautica Jorge Silva resta un uomo pensante che continua ad interrogarsi e non cede ad imboccare la strada più semplice ma si smarca dall' essere complice in una dittatura spietata.
Il racconto del golpe militare non viene indagato. Rimane sempre ai margini. Sullo sfondo. Sallato sembra dirci, con questa scelta, che non serve rammentare i fatti dell' 11 settembre 1973 quando Pinochet rovescerà il governo democraticamente eletto di Salvador Allende per istituire, con l' avallo e la protezione degli Stati Uniti di America, una dittatura militare che prenderà in ostaggio il Paese fino al 1990. Troppo nota e già ampiamente documentata. Con questo film si scopre che anche all' interno del potere militare non tutti la pensavano allo stesso modo e qualcuno ha avuto il coraggio di dissentire, pagando conseguenze personali onerose. Altro plauso all' opera prima di Sallato va alla capacità di fare respirare violenza e repressione allo spettatore senza mai mostrarla direttamente. La comprime nell' espressione turbata di chi ha il compito di assecondarla perché fa parte di un' apparato che, per costituzione serve il potere, anche quando arriva non per volontà democratica ma si impone con la forza brutale delle armi.
Virna Castiglioni