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Visualizza articoli per tag: nick cave
Il 22 marzo scorso è uscito Grief Is The Thing With Feathers di Teho Teardo. Otto intensissime tracce sulla scia dell’elaborazione di una perdita. L’idea nasce nel 2017 a seguito della lettura dell’omonimo libro di Max Porter (Il dolore è una cosa con le piume, edito in Italia da Guanda) alla quale, un mese dopo, si accoda il regista e scrittore Enda Walsh (tra i suoi lavori più importanti nella scrittura Lazarus con David Bowie e Hunger di Steve Mc Queen) che decide di farne uno spettacolo teatrale. Cillian Murphy ne è il protagonista, ora in scena al St. Ann’s Warehouse di New York fino a metà maggio e già sold out nel mese di aprile al Barbican di Londra.
L’album si fregia di validissimi musicisti oltre che di collaborazioni altisonanti del calibro di Joe Lally (Fugazi) al basso. Grazie ad un ascolto privato e riservato a pochi, ho potuto sentirlo in anteprima, nello studio dove è stato creato, e questa intervista è frutto di questo straordinario incontro. 
 
 
Per partorire questo album hai impiegato quasi 2 anni, quanto è cambiato dal 2017?
 
È cambiato un bel po’ c’erano delle cose che ad un certo punto non mi piacevano più e ho dovuto limare dei passaggi che in scena vanno benissimo ma non hanno lo stesso effetto dentro un disco.
Al 95% la musica è la stessa ma con alcune variazioni. Quando sei in uno spettacolo devi interagire con il luogo, con necessità degli attori e altre di scena e anche l’ascolto di un album ha necessità ben precise, ci sono altri livelli di dinamiche, altre durate. Per lo spettacolo importante è stato anche il buon rapporto con Cillian,con cui già mi ero trovato a lavorare. Lui di fatto è un musicista mancato, avendo iniziato la sua carriera nella musica ma poi, proprio grazie ad Enda, si è riscoperto attore.
 
 
 
È necessario un diverso approccio al cinema rispetto al lavoro per il teatro?
 
No, per me si tratta sempre di fare della musica che deve trovare una via per un progetto. Non  ho uno stile per il teatro, uno per il cinema, questo mi sembrerebbe una stronzata. 
Quando ero ragazzino andavo al cinema e sentivo delle colonne sonore, compravo il disco e talvolta succedeva che aveva tutt’altro effetto non funzionando più o viceversa, ad esempio con la colonna sonora di Paris Texas sono nati bambini anche di persone che conosco. Bisogna tenere presente però che la musica per il cinema o per il teatro deve essere più semplice avere meno elementi, in genere più è elaborata e più tende a sgonfiarsi.
 
Qual’è il tuo riferimento per la composizione nei film o nel teatro?
 
C’è un disco fondamentale che dovrebbe essere studiato ed è la colonna sonora di Sandokan dei De Angelis, quel lavoro ha i titoli che corrispondono alle sequenze del film e quando lo ascolti hai sempre quell’unico riferimento e inevitabilmente questo arresta tutta una serie di possibilità che si potrebbero avere. Se cristallizzi la musica in un punto preciso della narrazione riduci la potenzialità della musica stessa. La diversità del teatro è che comunque lo spettacolo ha un certo numero di repliche ma poi finisce rischiando di trasformare l’ascolto successivo in qualcosa di tendenzialmente nostalgico. 
Io perciò compongo basandomi unicamente sulla sceneggiatura e sui colloqui che ho col regista, questo mi garantisce maggiore libertà.
 
Noi in Italia abbiamo codificato un modo di fare musica per il cinema, penso ad esempio ad Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Morricone che raggiunge vette altissime. Quando ho iniziato a far questo lavoro mi sono domandato che tipo di impostazione volessi seguire, inserirmi in una scia che mi avrebbe portato dritto al piano bar oppure fare altro? Io vengo dal punk rock e ho ritenuto che ci potesse essere anche un altro modo per avvicinarsi ad un racconto. Facendo musica senza basarmi unicamente sulle immagini hai musica svincolata ma legata alla storia, entrando in un gioco che dà vita anche ad una serie di contraddizioni, in una ricerca di connessioni tra quello che ti lancia la musica e quello che evocano le immagini. Si creano così infinite possibilità perché l’immagine ha un perimetro ben definito mentre la musica ha un raggio molto più vasto.
 
 
Hai un compositore di riferimento?
 
I miei compositori di riferimento sono i Cramps, il rock’n roll primitivo e brutale, essenzialmente elementare, perché ci sono talmente pochi elementi che o funzionano oppure no, non c’è scampo. Con la tecnologia, i mezzi, un’orchestra, si può in qualche modo confondere le acque per far passare degli andamenti come delle composizioni invece spesso è soltanto aria fritta. Mi piace quel tipo di musica che poi deriva dal blues degli anni 20/30 dove c’era soltanto un uomo con una chitarra e per allargare le cose usava un collo di bottiglia, erano a quel tempo gli archi dei poveri perché, non potendo permettersi altro, davano in questo modo una distorsione. Amo il concetto di ultraeconomia che con pochissimo devi trovare una soluzione. Molta musica che arriva dal cinema non è così e a me stanca tanto. Le cose che mi colpiscono del cinema sono poche, penso ad esempio al lavoro che ha fatto Sakamoto che però non veniva dal cinema, o Trent Reznor che è un gigante ma arriva da un altro ambito musicale, e secondo me è necessario che dopo cento anni di colonne sonore si cambino un po’ le cose. 
 
Una cosa fighissima dei compositori italiani è che di solito hanno sempre il budget più basso rispetto a tutti. Morricone faceva 50 film in un anno, adesso nell’ipotesi migliore uno ne fa tre, quattro, all’epoca lui aveva molto meno tempo per lavorarci il che vuol dire che tutta una serie di cose non le poteva fare e doveva operare delle scelte, questo modo di lavorare continua ad intrigarmi molto. 
 
Sembra tu abbia un marchio ben chiaro oltre che una forte vicinanza a Londra.. 
 
Sono diversi anni che lavoro assieme ad un certo team e Londra è sempre la base dell’operazione e per me è diventato un luogo di riferimento importante e di conseguenza lo è per la mia musica. Mi fa piacere che si senta che c’è un marchio perché quello che faccio è tentare sempre di cancellarlo per poi immancabilmente ritrovarlo. Uno dei miei gruppi preferiti sono i Ramones che hanno un sound ben codificato che si riconosce nell’immediato. È importante avere uno stile preciso che cambia e si trasforma nel tempo ma che faccia sempre riferimento a ciò che precede e ciò che verrà.
 
 
Qual’è il messaggio che vorresti lanciare e c’è un’evoluzione personale all’interno di questo album? 
 
Non ho messaggi politici palesi, però se penso alle persone che hanno suonato in questo disco, al tipo di circuitazione che ha questa musica è già un tipo di messaggio evidente del mio modo di pensare. È interessante anche vedere che queste idee possano poi avere una diffusione ultramainstream come al Barbican di Londra, però arrivano da un altro punto di inizio e questo è già un messaggio. È comunque una questione talmente privata da diventare politica. Non sono assolutamente in sintonia con l’andamento politico di questo paese e credo che questa musica lo manifesti pienamente. È una musica che non è allineata in alcun modo con gli standard estetici che, sia in modo mainstream che underground, sono imperanti, è un no evidente a tutto questo. PJ Harvey diceva che non serve fare delle gran critiche basta fare dei pezzi e non serve nemmeno fare delle interviste per dirlo, basta fare musica. 
In Italia che musica esce? Ok c’è tutto quello che sappiamo ma c’è anche questo e poi tu le cose le metti tutte lì vicine e le cose parlano da sole, dipende anche da chi vuole ascoltare e da come vuole ascoltare.
 
È una musica che però ritrova le sue basi nel passato e che quindi dovremmo già aver metabolizzato, secondo te rimane ancora solo un ascolto di nicchia? Cosa è successo, ci siamo  arrestati? 
 
Cosa io penso degli ultimi 20 anni di questo paese è che ha iniziato a guardarsi l’ombelico sempre più spesso fino a non vedere più niente. C’è stata un’invenzione del rock italiano che in realtà era rock anglosassone ma solo cantato in italiano e questo secondo me è un problema serio. 
Io ad esempio suono perché a 17 anni un mio amico m’ha portato a vedere James Brown a Pordenone e quando l’ho visto sono rimasto folgorato capendo che volevo fare veramente musica nella vita, essere una presenza sul palco che dice delle cose, io volevo far qualcosa: è come un processo di impollinazione dove c’è un seme nell’aria che ti feconda. Se tu metti in un sistema delle cose sterili non fecondano niente ed è evidente. La musica rock è scomparsa ed è strano che sia letteralmente sparita nelle nuove generazioni. Anche in altri ambiti non c’è tutto questo gran fermento e ho la certezza che all’inizio degli anni ‘90 si sia fatta questa invenzione del rock italiano che abbia distrutto una buona fetta di musica e soprattutto anche un pubblico di ascoltatori. Io sono italiano ma non rappresento l’Italia quando suono, è importante non essere ascrivibili ad una precisa nazione perché non facciamo musica etnica, noi suoniamo per tutti. Negli anni ‘90 sono comparsi una serie di imitatori italiani a rifare quello che facevano gli stranieri. C’è stato un atteggiamento di autoreferenzialità imbarazzante, nonostante vi siano un sacco di artisti talentuosi costretti a tagliare la corda. 
Un esempio di tutto ciò può essere dato da Joe Lally, un bassista impressionante, veniva spesso da me perché ha abitato 8 anni a Roma e siamo molto amici, non l’ha mai chiamato nessuno a suonare nel periodo che ha passato qui. È un fuoriclasse, oltre ad essere un uomo che ha avuto un’esperienza clamorosa nella musica, avrebbero potuto contattarlo prima di fare ritorno a Washington 2 anni fa, invece non sapevano nemmeno chi fosse, questa è una cosa davvero significativa.
 
 
Max Porter parlando del tuo album dice: è difficile ascoltare la musica senza sentirsi tristi ma anche pieni di speranza, sei d’accordo?
 
Sì sono d’accordo nel senso che la mia musica è nel dark side delle cose che è un punto di osservazione, il che non significa che io abbia uno sguardo pessimista ma che guardo da un’altra angolazione per vedere la realtà. 
 
Mi è venuta in mente una bella intervista a Jim Jarmusch, in occasione di un suo film dove ho lavorato, nella quale diceva che l’hanno ispirato i cani nel guardare, perché i cani quando osservano inclinano la testa per capire meglio. Nello stesso film c’è Blixa che dice io per capire una cosa devo rovesciarla e, sempre in questo film, c’è Bowie che dice io per mettere bene a fuoco una cosa devo farla saltare per aria. Sono tutte espressioni abbastanza forti, quasi negative, ma in realtà è il contrario. Qui c’è un punto d’osservazione che parte dall’oscurità ma poi guarda verso una possibilità. Credo che questo sia il mio lavoro più oscuro e che sia anche il disco dove la maggior parte degli elementi dentro spingono per venire alla luce. 
 
Sembra un percorso di elaborazione del lutto anche in base alla scaletta che hai scelto, questa rottura dell’abitudine fino all’ultima traccia dove si ha una sensazione quasi di lasciare andare dopo aver raschiato il fondale, di risalire per riprendere aria.. 
 
Il tema principale è tutto giocato sulla scia del ricordo e sull’elaborazione della perdita. Poco tempo fa se n’è andata la mamma di Enda e volevamo qualcosa che servisse a rievocarla, sia una voce quindi che una sonorità ricercata e adatta a questo scopo, la voce di Susanna Buffa non ha un testo sono solo dei vocalizzi e anche la melodia è molto contenuta, è quasi un ectoplasma sonoro che arriva ad un certo punto e poi se ne va.
 
 
Ma come si può musicare una perdita? 
 
Evocare qualcuno che non c’è è un modo per raccontare una perdita, mi allungo così tanto verso te per cercarti ma nel buio non ti trovo. Questa voce questo fa, si appoggia a tutta una serie di passaggi di pizzicato di violoncello e viola che non portano da nessuna parte e ad un certo punto si srotola verso una parte musicale più melodica, ma la voce gira intorno a se stessa ed è come se brancolassimo un po’ nel buio. 
Uno dei modi per approcciarci a questo lavoro con Enda è stato parlare delle nostre rispettive madri domandandoci dove fossero adesso, come qualcosa che era presente nei detriti dei nostri discorsi. 
Si evoca qualcuno che non c’è più forse per prendersi cura di quelli che sono rimasti. Molti di noi hanno avuto dei vuoti difficili da colmare e nella musica io ho trovato uno dei modi per farmela passare.
 
Significativa è stata anche la collaborazione passata di Enda con Bowie per Lazarus. Bowie, quando seppe della sua malattia, lo contattò dicendogli è l’ultima cosa che faccio e vorrei farla con te, Enda ebbe un infarto per il carico di responsabilità. E a proposito di perdite ci sono montagne di provini che Bowie mandava tutte le mattine ad Enda tramite pc, perché per un periodo lavoravano a distanza. Un giorno Enda dimenticò questo computer in aereo e tutto quel materiale è andato perso per sempre.
 
 
Chiara Nucera

20.000 Days on Earth

Mercoledì 17 Dicembre 2014 23:34
“I wake. I write. I eat. And I watch tv. This is my twenty-thousandth day on earth”
 
Sono le 7. Nick Cave si sveglia e come ogni mattina si reca nel suo studio, dove passa tra le 8 e le 9 ore al giorno. “L’impiegato del rock”, così ama definirsi, per via dei metodici e rigorosi ritmi di lavoro che si è creato dopo il passato bohémien e il baratro della tossicodipendenza. Uno stile di vita che segna anche il passaggio dai suoni martellanti e post-punk degli esordienti Birthday Party, alle attività recenti più vicine a un cantautorato fatto di contaminazioni fra i generi cardine della tradizione musicale americana - dal gospel al blues - e le atmosfere cupe della new wave. 
 
I filmmakers inglesi Iain Forsyth e Jane Pollard sviscerano la vita privata del musicista, lo filmano in casa con i suoi figli, durante una seduta di psicoterapia, in studio con Warren Ellis e gli altri storici collaboratori. Frammenti di “realtà costruita”, come la chiamano i registi, e situazioni improvvisate seguendo sempre canovacci prestabiliti, in un funambolico equilibrio fra realtà e finzione. 
In 20000 days on earth, infatti, tutto è reale e, allo stesso tempo, tutto è messa in scena. “Questo spazio luccicante, dove la fantasia e la realtà si intersecano. Qui è dove viviamo”
 
I momenti più stimolanti sono senz’altro le traversate per Brighton a bordo della sua Jaguar. Qui la macchina diventa un ventre fertile di liquido amniotico, dove l’ispirazione e i vissuti esterni iniziano a prendere corpo. Gli incontri che fa al suo interno sono reminiscenze di un passato mai passato che acquisiscono corpo e voce. Si alternano sul sedile posteriore le proiezioni di amici e collaboratori: il chitarrista Blixa Bargeld, con cui non parla da quando nel 2003 lasciò i The Bad Seeds, l’attore Ray Winstone, protagonista del film La proposta di John Hillcoat scritto dallo stesso Cave, e Kylie Minogue, con la quale duettò nella hit Where the Wild Roses Grow del 1995. 
"La macchina", confida lo stesso Cave, "è il posto in cui i miei pensieri si materializzano nella forma delle persone che hanno avuto un ruolo nella mia storia". Nel film la divisione degli spazi è funzionale alle fasi del processo creative.
È nello studio che, dopo il suono della sveglia e i suoi rituali quotidiani, Nick Cave raccoglie e da forma ai pezzi trovati per strada, quando il mondo esterno lo invita a uscire, per mostrarsi, dimostrarsi, reinventarsi, e permettere che gli eventi e le persone gli lascino una traccia. Così come i fantasmi evocati in un altro studio, quello dello psichiatra Darian Leader, diventano forma nei percorsi in Jaguar. 
 
Musicista, scrittore, attore e sceneggiatore, Nick Cave gigioneggia negli innesti di voice over e attingendo dal ricco archivio dei suoi ventimila giorni di vita, parla di quel magma brulicante che è il processo creativo come una pura necessiatà biologica. 
Il rischio di apparire autocelebrativi è scontato e inevitabile in una docu-fiction che si regge esclusivamente sulle spalle del protagonista. 
Non esiste mai un momento vuoto, ogni gesto e ogni ombra sono pregni di Nick Cave – accreditato anche come sceneggiatore insieme a Forsyth e Pollard - e lì dove potrebbe esserci del silenzio, questo viene colmato dalla sua musica. Fino alla sequenza finale, in cui all’esibizione live di Jubille Street si alternano funzionalmente frammenti di repertorio degli storici concerti con i Bad Seeds. 
“Perché la memoria è ciò che siamo” dice Cave al suo psichiatra “la tua vera anima e la tua ragione di vita sono legate nella memoria”
 
Un personale punto della situazione su uno dei musicisti più poliedrici degli ultimi cinquant’anni.
 
Angelo Santini, Nicoletta Senzacqua 
 

Wilde Salome'

Mercoledì 11 Maggio 2016 23:10

Nel carcere della città di Reading
fu scavata una fossa di vergogna:
ora vi giace un uomo maledetto
divorato dai denti delle fiamme.
È avvolto in un sudario incandescente
nella tomba rimasta senza nome.
Lasciatelo giacere nel silenzio
fino al giorno che Cristo chiamerà
tutti i morti a raccolta. Non spargete
vane lacrime o inutili sospiri:
aveva ucciso la cosa che amava
e doveva pagare con la morte.
Eppure ogni uomo uccide ciò che ama.
Io vorrei che ciascuno m'ascoltasse:
alcuni uccidono adulando, ad altri
basta solo uno sguardo d'amarezza.
Il vile uccide mentre porge un bacio
e l'uomo coraggioso con la spada!

Oscar Wilde, La Ballata del Carcere di Reading 1898

 
Salomè è un'opera teatrale controversa di Oscar Wilde pubblicata nel 1891, in un unico atto e in lingua francesce, come emblema di contestazione alla società moralista che lo stava crocifiggendo.
Fu composta per l'attrice Sarah Bernhardt che nonostante le numerose prove si rifiutò di interpretare proprio a causa dello scandalo che coinvolse lo scrittore.
Wilde è un'icona, interprete di uno stile di vita e di un modo di essere che con coerenza portò avanti fino alle estreme conseguenze, complice la socratica volontà di affrontare il carcere dopo un tormentato processo, intentato dal padre del suo amante, che gli costò la vita.
Salomè, fisiologica evoluzione dark dello stile dell'autore, è così un grido di accusa dove ancora una volta Wilde esprime tutto il suo dolore e il tormento verso la società e un amore così difficile (nonostante vi sia un'immeritata dedica al giovane amante Bosie in una delle ultime versioni).
La vicenda propone un episodio presente nei vangeli di Marco e Matteo dove Salomè (il cui nome non viene mai citato nelle sacre scritture), giovane figliastra del folle e scellerato Re Erode, chiede al patrigno, invaghitosi di lei, di far decapitare il profeta Giovanni Battista, reo di averla rifiutata.
Questa tragica storia di lussuria, avidità e vendetta, risulta ai posteri talmente potente da generare numerose trasposizioni artistiche, inclusa un'opera di Richard Strauss, quella in 5 atti di Nick Cave, King Ink (1988), citazioni dagli Smashing Pumpkins agli U2 (questi ultimi inclusi nella colonna sonora) e diverse proposizioni cinematografiche.
In questa versione Al Pacino si muove su due binari paralleli, interrelandoli e sfasando in continuazione i piani, convergendo in una visione puramente metacinematografica, dove i mezzi artistici costantemente si incontrano, scontrano, delimitano e ricostruiscono l'uno con l'altro, fino a raggiungere il risultato che ci scorre davanti agli occhi.
Pacino afferma “Wilde Salomè è un esperimento, il mio tentativo di fondere l'opera teatrale e il cinema. I due linguaggi possono quasi stridere, essere in contrasto tra loro (…). Fare in modo che questo ibrido funzioni è stato il mio obiettivo: unire tutta la qualità fotografica del cinema a quell'essenza dell'acting che è propria del teatro.” 
Fondamentale è stata l'ispirazione al lavoro teatrale di Steve Berkoff che convince Pacino a portare in scena nel 2003 Salomè con l'aiuto di Marisa Tomei nei panni della protagonista, sostituita in questa moderna versione da una sconosciuta Jessica Chastain, un misto perfettamente crudele di eros e thanatos. I colori cupissimi e le musiche in scena rendono il tutto molto forte e inquietante, un impatto sorprendente che ci avvicina alla crudezza con cui Wilde la scrisse, del resto Pacino sembra essere ossessionato dall'eminente figura dell'autore allontanato dal mondo, egli ne veste i panni, mischiando scene di vita vissuta dal creatore a scene della sua personale ricerca di ricostruzione minuziosa, ad altre di finzione nella riproposizione on stage. Uno spettacolo che però non convince il pubblico teatrale e Pacino subirà le critiche dei giornalisti accorsi alla sua lettura. Il tentativo di portare a compimento questa morbosa curiosità tuttavia si dimostra decisamente apprezzabile sul finire che dopo anni, e dopo un passaggio al 68esimo Festival di Venezia con un Queer Lion, riesce a trovare una distribuzione italiana (Distribuzione Indipendente), arricchendosi nella versione nostrana di un doppiaggio affidato ad attori che spaziano da Lavia a Sassanelli.
Ripercorrere tutta l'odissea wildiana in poche immagini non è propriamente un compito semplice, come non lo è riuscire a cogliere la fierezza e il dolore che il letterato sopportò a testa alta contro lo sprezzo del mondo, ostinandosi a sfondare il muro di evidenza che rendeva il suo compagno non all'altezza dell'atto di amare. Il più grande dono che Wilde ci ha lasciato è stato sicuramente questa sua lotta anticonformista vissuta dalla parte di un reietto che fino alla fine ha portato avanti, ad ogni costo. Un esempio di assoluto amore e vita dedicata all'arte e di totale coerenza umana, dove i principi e i valori, che non tutti sono capaci di vivere, sono la stessa esistenza la quale, per chi come Wilde, diviene inscindibile dalla morte.
 
Chiara Nucera

One More Time With Feeling

Venerdì 23 Settembre 2016 11:14
Il 9 settembre è uscito Skeleton Tree, ultimo album di Nick Cave & The Bad Seeds. A distanza di tre anni da Push the sky away, l'artista realizza un disco che ha tutte le carte in regola per suggestionare e imprimersi nella memoria di chi lo ascolta. Otto tracce danno forma ad un’opera visionaria, oscura, che contiene pezzi tanto potenti quanto spettrali come I need you o Jesus Alone, canzoni intense e cupe come la voce baritonale di Cave. Skeleton Tree è un lavoro profondo e intimo, capace di rispecchiare il riflesso interiore di un’artista scosso e afflitto dalla tragica morte del figlio, da poco scomparso a soli 16 anni. Questo luttuoso evento è presente in ogni suo pezzo sottoforma di una maggiore coscienza del finito, dei limiti dell'essere umano, ma anche di una penetrante riflessione sulla vita e su come essa arrivi a scuotere con i propri eventi la nostra vacillante condizione di stabilità. Il regista Andrew Dominik, persona molto vicina allo stesso Cave e con la quale l'artista ha già collaborato in svariate occasioni (tra cui il film L’assassionio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford- 2007), dirige un documentario che rivela l’impronta dell’abum, mostrando cosa si cela dietro Skeleton Tree . L'idea originale prevedeva solamente una breve introduzione al nuovo lavoro di Cave, di cui Dominik avrebbe curato la regia. Ma in seguito l'esplorazione di un territorio complesso e affascinante come quello dei testi di Skeleton Tree, ha portato il regista ad abbandonare l'idea di un video di presentazione, scegliendo così di realizzare un vero e proprio lungometraggio. Il risultato è un documentario in bianco e nero dall'impronta fotografica, dove lo spettatore è immerso in uno stato di suggestiva impressione sensoriale. Le parole di Cave scorrono come un fiume impervio fino a raggiungere l'anima di chi le ascolta e decide di esser trascinato dalla loro corrente. Perché sappiamo bene che la sua opera non è mai stata alla portata di tutti, ma solo di chi avesse saputo ascoltare scavando la superficie. Il lutto si percepisce in ogni angolo dell'album, nell'atmosfera che permea il documentario, un'atmosfera priva di sfumature, dove regnano buio e mestizia, come nelle immagini che scorrono sullo schermo. Il film di Dominik è come un requiem che scava nella parte oscura di Cave, qualcosa che va ben oltre il puro cinema. Un atto di confessione dove Cave come ogni essere umano, come ogni padre di fronte alla morte del figlio, non può far altro che continuare a vivere, andare avanti. Un film che destabilizza per l’esclusiva profondità e per l'intensa commozione che accompagna ogni singolo istante. One more time with feeling è la struggente e prodigiosa fusione di musica, immagini e parole, in grado di generare un nuovo tessuto, una nuova sostanza che incanta, e lascia senza respiro. Presentato in anteprima alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, il film uscirà nelle sale il 27 e il 28 settembre, due appuntamenti da non perdere per poter godere di questa magnifica opera d’arte. 
 
Giada Farrace