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Batman: 80 Years of Technology. La mostra

Giovedì 18 Luglio 2019 21:35
Per celebrare gli 80 anni dalla nascita di Batman, Warner Bros e DC stanno realizzando una serie di iniziative in tutto il mondo, una di questa è proprio la mostra Batman: 80 Years of Technology, un'opportunità da non lasciarsi sfuggire per poter ripercorrere l'evoluzione artistica di uno dei personaggi più importanti del panorama fumettistico mondiale.
Pochi giorni fa abbiamo avuto l’occasione di visitarla presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.
 
 
 
Il percorso inizia da una bellissima collage art del celeberrimo logo del pipistrello per diramarsi lungo il percorso formativo del nostro supereroe e del suo rapporto con la tecnologia. Non avendo a disposizione dei superpoteri Bruce Wayne ha sempre dovuto fare affidamento al suo intelletto e alla realizzazione di strumenti sempre più hi-tech per far fronte alle minacce dei supercriminali di Gotham City. Attraverso le copertine e gli interni di alcuni tra i più importanti albi della sua carriera, si ha la possibilità di ripercorrere l’evoluzione degli strumenti a lui più in uso: dal Batarang, passando per il Bat-rampino o il Bat-taser per arrivare a quel concentrato assoluto di potenza letale che è la Batmobile e a moltissimi altri gadget.
La mostra risulta nell’insieme molto interessante. È presente una rara video intervista di Vincenzo Mollica a Bob Kane, creatore del personaggio, ricca di retroscena e aneddoti legati alla sua ideazione. Il tutto è arricchito da una serie di meravigliose illustrazioni ad opera di artisti internazionali ma soprattutto italiani,  troviamo infatti nomi del calibro di Bill Sienkiewicz, Gabriele dell’Otto, Simone Bianchi, Giuseppe Camuncoli e il grandissimo Milo Manara.
Dulcis in fundo, a testimonianza del salto compiuto dall'uomo pipistrello dal mondo cartaceo alla cinematografia, sono presenti anche dei costumi di scena, tratti da Batman VS Superman e da Justice League, autentiche e imperdibili chicche.
 
La mostra sarà visitabile fino al 10 settembre presso il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci in via San Vittore 21 a Milano. E' aperta da martedì a venerdì dalle 10 alle 18, sabato e festivi dalle 10 alle 19. Il biglietto permette di visitare anche il resto del museo.
 
 
Omar Mourad Agha

 

Border

Giovedì 28 Marzo 2019 14:42
Tina (Eva Melander) lavora come doganiera in un porto svedese, crocevia di viaggiatori che arrivano prevalentemente dalla Danimarca. Lavoro routinario che lei compie tuttaviacon eccezionalità, visto che possiede un incredibile olfatto, con cui può percepire emozioniquali paura, vergogna e rabbia dalle persone intorno a lei.
Purtroppo anche altre caratteristiche la differenziano dall’ordinario, perchè è accompagnata da un aspetto che mette a disagio la gente comune, lei appare piuttosto tozza e villosa, con fattezze quasi neanderthaliane, a sottolineare la distanza tra lei e gli homo sapiens che la circondano.
Le peculiarità fisiche di Tina la portano molto piú vicina al regno animale, piú primitivo e impulsivo di quello artificioso della città, in cui sempre piú situazioni sembrano metterla a disagio. Si sente molto piú in contatto con volpi, alci e cervi che popolano il paesaggio svedese che all'interno delle mura domestiche, dove la aspetta quotidianamente una convivenza con un personaggio approfittatore e superficiale.
Ed è durante l'ennesimo controllo alla frontiera che incontra un viaggiatore molto particolare, Vore (Eero Milonoff), un individuo a lei somigliante e che il suo olfatto non riesce a decifrare. Tra i suoi oggetti personali cose misteriose come un orologio senza lancette e un barattolo di vermi, e un modo di comunicare molto diretto e schietto, cosí diverso dalle parole ingannevoli della massa.
La curiosità e soprattutto la speranza di aver trovato qualche punto di unione con un’altra
persona la porteranno a lasciare tutte le (poche) sicurezze della sua vita e a inseguire una
strada che finora sembrava sbarrata. E il nuovo arrivato, ora compagno di viaggio, diventa guida verso la scoperta di lati della sua persona di cui ignorava completamente l'esistenza. Questi, a cavallo del confine tra
mondo umano e naturale nasconde però anche altri lati, piú oscuri, con cui Tina ben presto impara ad avere a che fare.
I confini e la ridefinizione degli stessi sono concetti che appaiono costantemente, e di cui Tina stessa si fa carico a partire già dal suo lavoro. Ma vengono qui ripresentati coniugati in una pluralità di versioni, dal modo in cui una persona riesce a sentirsi parte di un tessuto sociale al riconoscersi nella propria anatomia
e identità sessuale, fino al significato stesso della nostra umanità. Attraverso la lotta per l'accettazione si può arrivare a capire veramente fin dove ci si può spingere e quali ideali inseguire per definire sè stessi, pena lasciarsi andare ad un odio e vendetta senza alcun limite.
Il film è continuamente alternato da momenti di una sensibilità e candore rari ad altri molto piú ottenebranti ed aggressivi, quasi animaleschi, e si viene colpiti dall'assoluta istintività di certe sequenze.
Tutti meriti del regista, che con una serie di primi piani molto intimi e gestendo con efficacia silenzi e sguardi dei protagonisti ci consente di empatizzare con facilità, e di avvicinarci come un animale incuriosito a questa fiaba moderna, figlia di un racconto di John Ajvide Lindqvist, definito lo Stephen King svedese per la sua attinenza al genere horror. Dopo Lasciami Entrare, dello stesso autore, in cui i confini dell'umanità sfumavano tra la figura gotica del vampiro e l'innocenza della giovinezza, arriva quindi un'altra opera
dura e immaginifica a metà tra la concretezza delle opere nordiche e una pellicola alla Del Toro.
Menzione finale per il trucco, autentico valore in piú rispetto alla già ottima caratterizzazione dei due protagonisti.
 
Omar Mourad Agha

Rapina a Stoccolma

Giovedì 20 Giugno 2019 19:52
E' noto a tutti il fenomeno della sindrome di Stoccolma, ma se qualcuno vi chiedesse da dove trae origine chi saprebbe rispondere? 
Tutto nacque nel 1973 durante l'occupazione della Sveriges Kreditbank di Stoccolma da parte di Jan-Erik Olsson e Clark Olofsson, che tennero in ostaggio 4 persone per 6 giorni. Il particolare comportamento degli ostaggi, che a un certo punto cominciarono ad aiutare i loro sequestratori contro la polizia, incuriosí gli psicologi, che conclusero i loro studi coniando la famosa espressione.
Robert Budreau (Born to be Blue) trae ispirazione dalla realtà per portare all'attenzione del grande pubblico la strana combinazione di eventi, coadiuvato da un cast dall'indubbio valore artistico come Ethan Hawke e Mark Strong nei panni dei due assalitori e Noomi Rapace, unica vera autoctona della vicenda, come una degli ostaggi.
L'ambientazione da anni '70 viene ricreata molto fedelmente, con una palette cromatica calda, e dei costumi che richiamano lo stile iconico del periodo. Il personaggio di Ethan Hawke in particolare, che all'inizio della vicenda cerca di fingersi americano, pare uscire di peso dalla cultura di Easy Rider e altri film di fine anni '60, creando uno strano mix istrionico e spavaldo, ma alla fine incapace veramente di comunicare il timore del classico pazzo omicida che sta tenendo in ostaggio una banca.
Il fatto che qualcosa non torni si avverte presto, perchè anzichè caricare l'atmosfera di tensione di fronte agli spari e alle urla in faccia agli ostaggi, un montaggio poco reattivo e una regia meno dinamica del solito per il genere sgonfiano la suspance, suggerendo che ci sia qualcosa di strano in questo assalitore, che abbaia ma non morde, e anzi mette della musica di Bob Dylan per far sentire a proprio agio gli ostaggi.
Quando arrivano delle vere e proprie incursioni nella commedia come cantare alla radio della polizia o chiedere la Mustang di Steve McQueen di Bullit come auto per la fuga, ci si rende ormai conto che lo scopo è delineare un quadro che attiri anche noi spettatori ad assecondare questro sequestratore gentiluomo, che in fondo sta solo cercando di aiutare il proprio amico d'infanzia ad evadere dal carcere e scappare verso la libertà.
Ovviamente le forze dell'ordine assumono i contorni degli antagonisti della vicenda, incuranti dei bisogni degli ostaggi, attirate solo dal proprio fine e giustificando ogni mezzo per fermare la crisi; con alle spalle una politica che si abbuffa comoda guardando discorsi di Nixon e che può permettersi di nascondersi dietro l'interesse della collettività sopra quello individuale. 
Se l'intento del regista appare quindi chiaro, non viene però supportato da un convincente sforzo in fase di sceneggiatura, perchè le dinamiche che portano gli ostaggi, il personaggio di Noomi Rapace in particolare, a comportarsi in favore dei sequestratori appaiono troppo poco approfondite e improvvisate. Il lavoro di compressione della vicenda ci consegna una visione ingenua dell'asfissiante ambiente in cui può nascere una dipendenza affettiva di tale genere, e lo sviluppo che la porta ad innamorarsi del suo aguzzino stride di un'eccessiva banalità.
Delle interpretazioni attoriali in parte, ma tutto sommato incapaci di brillare, completano il quadro di un film interessante ma afflitto da una realizzazione generale troppo semplicistica che tuttavia poco emoziona.
 
Omar Mourad Agha

Serenity. L'isola dell'inganno

Martedì 16 Luglio 2019 11:53
Baker Dill (Matthew McConaughey) è una delle tante anime erranti di un'isola tropicale da sogno, lontana da ogni legame e problema terreno, con solo persone e i loro pesci da catturare. Elusivo nei modi e triste nello sguardo, come se celasse un'antica tristezza,ha
un solo scopo nella vita: acchiappare un vecchio e scaltro tonno che nuota in quelle acque, suo personale Moby Dick, che chiama addirittura Giustizia.
Ma per quanto uno si sforzi di fuggire, il passato torna, e in questo caso nelle vesti della misteriosa ex-moglie Karen (Anne Hathaway), che lo implora di ammazzargli il marito violento e, citando testualmente, di farle giustizia. Si, come il famigerato tonno poco sopra.
In un'isola completamente slegata dal tempo e dallo spazio, un'ossessione tanto forte può fare anche perdere la ragione, e ogni tanto qualche stranezza comincia a fare capolino qua e là, distogliendo lo spettatore da una storia che non riesce ad ingranare.
Complice una regia piuttosto sfilacciata, che si perde dietro a scorci di vita isolana e clichè di genere per dare l'impressione del solito thriller, ma non si occupa dell'obiettivo piú importante: costruire un reale interesse alla vicenda.
Quando poi cominciano persino a spuntare personaggi un po' dal nulla e completamente fuori contesto, al di là della ex-moglie si intende, ci si ritrova decisamente spiazzati e con una fastidiosa sensazione che troppe cose comincino a non tornare.
L'attesa della rivelazione dovrebbe essere costruita con curiosità e ambiguità, lasciando poi una sapiente scia di bricioline da ripercorrere, ma al contrario in Serenity è palese che qualcosa non funzioni.
Si arriva a desiderare una spiegazione solo per dare un motivo a dialoghi insensati o insipide piccole rivelazioni che dovrebbero tenere lo spettatore all'amo prima del gran finale.
E infine, quando arriva, sebbene interessante nel suo spiegare perchè l'isola fosse cosí slegata da tutto e iconica nelle sue convenzioni, risulta purtroppo annegato nella prevedibilità. La rete di indizi che ci viene gettata davanti ha maglie troppo larghe per contenere tutte le oneste ma maldestre intenzioni del regista.
Non funziona neanche l'interpretazione attoriale, Matthew McConaughey sembra tornato alle sue piatte interpretazioni pre-Oscar, e la Hathaway viene relegata in un ruolo di secondaria importanza, da cui non riesce a spiccare nemmeno per la chimica col personaggio di Baker, molto lontani e poco ispirati anche nei momenti piú emozionali legati alla loro storia passata insieme.
In questo luogo astratto in cui ognuno sembra sapere tutto di tutti e contemporaneamente nulla, viene costruito un racconto con del buon potenziale e con il lodevole obiettivo di tenere lo spettatore sulle spine in una spirale sempre crescente di mistero e suspance. Non mancano dei temi significativi, come l'importanza della figura paterna o il tema biblico dell'isola, purgatorio in terra in cui le tentazioni mettono alla prova la propria moralità, ma rimanendo in tema con la pellicola, per quanto sia invitante questa succulenta esca, non si abbocca.
 
 
Omar Mourad Agha

 

Joker

Giovedì 03 Ottobre 2019 21:53
Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è una persona ai margini della società, in una Gotham City in cui puoi morire sul marciapiede ed essere tranquillamente pestato e scavalcato. Col sogno del cabarettista e maledetto da un'involontaria risata isterica, è convinto di vivere in una perfetta tragedia.
Todd Phillips, regista della trilogia della Notte da Leoni, prende qualche spunto dalle fonti fumettistiche e si ispira a materiale quale Toro Scatenato o Taxi Driver, ma scrive una genesi del Joker prettamente originale, cercando un nuovo modo di raffigurare l'ascesa verso la pazzia e l'alienazione totale.
Con un taglio registico cupo e opprimente, egli si focalizza sulle ossessioni e le psicosi del suo protagonista, in un contesto di degrado mentale e urbano indissolubilmente legati; il Joker incarna la propagazione del caos nelle strade di Gotham City in una esclation sempre crescente di drammaticità. 
Il suo percorso da reietto a villain conclamato è senza dubbio uno dei piú riusciti dell'intero contesto fumettistico cinematografico, ed è scandito da momenti di apprensione e inquietudine che arrivano potenti e viscerali. Grazie ad uno sguardo intimo, personale, ma allo stesso tempo diretto e crudo, lo spettatore è investito dalla sofferenza e dalla lotta emotiva del protagonista, e avverte distintamente la sua voglia di un amore mai ricevuto, né in contesti sociali né famigliari. 
Ma, come a dare un po' di respiro in uno spettacolo troppo denso di contenuti, assistiamo inaspettatamente anche a situazioni ironiche e inquietantemente divertenti.
Tutto questo incredibile impianto narrativo non sarebbe possibile senza una sceneggiatura scritta eccellentemente, che conferisce spessore ai dialoghi e alle vicende, e usa precise svolte narrative per caricare di tensione la pellicola. Il contesto del film è poco intrecciato con la storia dell'uomo pipistrello, ma alcuni importanti personaggi sono inseriti ottimamente nell'economia della trama, e il pathos verso uno snodo chiave in particolare del passato di Batman è gestito in maniera impeccabile.
Ma il vero motivo dell'encomiabile rappresentazione di questo fantastico Joker è assolutamente l'interpretazione di Joaquin Phoenix. Si può dire senza mezzi termini che il suo protagonista siede allo stesso tavolo del pazzo mascherato di Jack Nicholson e del compianto Heath Ledger, dando un'impostazione personale e ulteriormente diversificata a un soggetto già ampiamente ricalcato. E' stato necessario perdere 20 chili per raggiungere la conturbante forma ossuta e scarna che riveste nel flm, ma il lavoro attoriale è stato arricchito anche da un meticoloso lavoro sulle disturbanti espressioni e sulla già iconica incontrollabile risata. Ed anche da una messa a punto sulle movenze, accattivanti e sinuose. Non c'è alcun dubbio che una prova del genere valga una seria ipoteca sull'Oscar come miglior attore.
Da citare ovviamente anche una splendida parte di Robert De Niro, che cura con la solita estrema professionalità e abilità, dando profondità e grandezza nonostante il limitato minutaggio a sua disposizione.  
Impressionante infine la scenografia dei contesti urbani in cui Arthur Fleck è vittima della violenza della città, in una ricostruzione degli ambienti metropolitani tratti da contesti di una New York anni '70, cosí come anche i costumi dell'epoca e il trucco, che conferiscono ulteriore spessore alla già densa atmosfera.
Todd Phillips in sostanza confeziona uno dei migliori cinecomic di sempre, arricchendo un'icona cinematografica di questo calibro con una memorabile interpretazione attoriale e un contesto narrativo straordinario. Un film assolutamente consigliato a chiunque, che trascende il suo universo fumettistico di origine e si confronta con una cinematografia moderna e matura.
 
Omar Mourad Agha
 
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In una Gotham ambientata agli inizi degli anni 80 (in particolare nel 1981), evocante una New York dalle tinte noir del cinema di Scorsese, si svolge la vicenda che vede protagonista Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), un aspirante comico dal turbolento passato familiare che sbarca il lunario con un lavoro da clown che gli permette di sopravvivere e di prendersi cura della madre malata.
Quanto la vita possa essere una commedia delle parti e un ambiguo coacervo di paure, incertezze e rivendicazioni è una consapevolezza che rende profondamente umani chi la raggiunge. Tra un complesso edipico malamente sublimato e una improbabile sintomatologia psichiatrica che lo costringe a scoppi di una risata scrosciante e inadeguata,  Arthur Fleck sembra arrivare a tale consapevolezza in un momento della sua vita in cui ciò che lo rende umano lo allontana, allo stesso tempo, da ecumenici sentimenti di pietas. 
Il viaggio dell’eroe che Todd Phillips racconta in “Joker” è uno spietato viaggio interiore di un personaggio che prima (e qui mai) di essere un cattivo da fumetto è un esempio di una tragica parabola discendente che raggiunge il suo climax nella esaltazione della vendetta. Una mirabolante crescita emotiva che parla, urla, allo spettatore che non può fare a meno di prendere una netta posizione a favore del protagonista in un moto di empatia e protettività che nella storia gli sono continuamente negate. 
La crescita emotiva di Arthur, che nella definizione della sua nuova identità diventa Joker, è una discesa agli inferi; uno psicodramma permeato di citazioni (dal cinema muto di Chaplin e Keaton al Joker di Heath Ledger) e che rivolge la sua perturbante evoluzione nel rapporto verso l’altro. Si potrebbe definire una decrescita emotiva che punta la sua direzione verso l’involuzione della società nei suoi lati più avvizziti e spigolosi, nella sua drammatica insofferenza verso la fragilità della diversità. 
 “Il lato peggiore della malattia mentale è che la gente si aspetta che tu ti comporti come se non l’avessi” dice il Joker di Phillips, il cui fisico emaciato e il cui ghigno sanguinolento sintetizzano la metafora della follia umana ravvisata ancor più che nella malattia mentale del protagonista, nello stato emotivo del ferale e aggressivo universo sociale che lo circonda. 
La valenza del film non trova il suo spessore nella trama o nell’azione, che è quasi assente, ma nella capacità di raccontare come si possa rendere diabolico l’umano e umano il diabolico e di come entrambe le dimensioni siano profondamente connaturate con la capacità del singolo di relazionarsi col prossimo e con l’ambiente in cui è immerso (“Ora devono rendersi conto che esisto” dice Arthur).
L’esorcizzazione delle fragilità mentali, le cui espressioni trovano la massima rappresentazione nell’interpretazione magistrale di Phoenix, prendono forma con una violenza iconografica rappresentata con un gusto estetico e una narrazione che alterna momenti di delicata dolcezza ad attimi di puro splatter. 
Quello che Philips racconta sullo schermo non è un antieroe da fumetto, né il contraltare del protagonista “buono” da combattere, ma un personaggio che ricorda i tormentati protagonisti delle tragedie di Euripide, con una morale subissata dalle continue vessazioni di una vita ingiusta ma profondamente terrena. 
 
Valeria Volpini
 

A Marriage Story. Storia di un matrimonio

Lunedì 18 Novembre 2019 00:22
Nicole (Scarlett Johansson) è un'attrice lanciata nel mondo di Hollywood, Charlie (Adam Driver) un giovane regista teatrale di talento in forte ascesa a New York. Dal loro incontro nasce un amore intenso e passionale, che piega carriere e scuote gli animi nelle fondamenta. Uno di quelli che non può finire con una semplice firma sui documenti di divorzio, tra belle e nostalgiche parole, ma fa riemergere tutte le incomprensioni e i rancori repressi. Tra urla di dolore e litigi a cuore aperto, va in scena il capitolo finale della storia di un matrimonio.
Noah Baumbach cura una regia precisa e al tempo stesso discreta, che ci porta alla giusta distanza dai personaggi. Le inquadrature danno l'impressione di una messa in scena teatrale piuttosto che strettamente cinematografica, acquisendo spessore e vitalità. Una dimensione più intima passa attraverso primi piani o mezzi busti che segnano tutta la sofferenza dei protagonisti.
Ne risulta un ritratto del dramma realistico ed empatico, pregno di sentimento, in cui la separazione segue dei passaggi a volte molto marcati ma sempre spontanei. Ci si può facilmente immedesimare in questa storia, nella fine di questo amore, forse malinconico, in cui si tende per tutto il tempo a desiderare una via di fuga, una svolta salvifica inaspettata. Ampio risalto è dato ad entrambe le parti, in modo quasi del tutto simmetrico sembrerebbe. Le situazioni di lui e le situazioni di lei hanno lo stesso peso, a partire da una versione delle locandine in cui prima una figura e poi l'altra si guardano e, come sfondo, uno spaccato urbano di due diverse città, due luoghi che inesorabilmente creano una frattura.
New York e Los Angeles, agli antipodi della nazione, sono quasi comprimari che dettano il tono della messa in scena, raccolta e quasi soffocata nella Grande Mela, più aperta e vivace nella Città degli Angeli.
Ma la vera colonna portante di un film così riuscito è senza dubbio la sceneggiatura. La compattezza complessiva della vicenda è figlia di dialoghi fluidi e ottimamente costruiti, e lo sviluppo degli episodi appare molto naturale. Un ritmo serrato e frizzante mantiene alto il livello di tensione dello spettacolo, soprattutto in un paio di sequenze in particolare, ma degli opportuni cambi di registro evitano di appesantire eccessivamente lo spettatore.
In questo contesto gli attori stessi appaiono in grande spolvero. A partire dai protagonisti principali, che danno molto del loro per garantire la genuinità delle emozioni che permeano la pellicola, soprattutto la Johansson, in una delle sue migliori interpretazioni. Anche i comprimari sono ottimamente in parte, Ray Liotta e Laura Dern, nel ruolo degli avvocati dei due coniugi sono sempre molto precisi e puntuali nel tratteggiare la spietatezza e l'egocentrismo dei loro ruoli.
Storia di un matrimonio è un film forte, che sbatte in faccia allo spettatore la sofferenza e le problematiche insite nelle relazioni, ma d'altro canto non lesina sulla tenerezza di certi gesti e sulle ragioni che ci portano comunque a cercarci l'un l'altro. In fin dei conti è un film che parla semplicemente d'amore e lo fa con una potenza ed un'espressività che ormai si vede raramente sul grande schermo. Lo fa da grande film.
 
Omar Mourad Agha

Motherless Brooklyn

Giovedì 07 Novembre 2019 00:38
Ambientato nella New York degli anni '50, dove sono ancora avvertibili gli effetti della grande depressione e della guerra da poco conclusa, il film segue le vicende del giovane detective Lionel, detto Brooklyn (Edward Norton), orfano di madre e affetto dalla sindrome di Tourette.
Quando il suo mentore Frank (Bruce Willis) viene ucciso in circostanze misteriose, lo strano ma sveglio investigatore decide di far luce sul caso, addentrandosi nei segreti piú tetri della città.
È una decina di anni che questo copione girava sulla scrivania di Norton, colpito dal romanzo di Jonathan Lethem e assolutamente convinto a trasporlo sul grande schermo. 
Alla sua prima opera sia da regista che da scrittore, chissà quante volte però sarà tornato sui suoi passi per trovare la formula perfetta, e alla fine decide di andare sul sicuro e di attenersi al manuale, realizzando un noir aderente a tutti gli stilemi del genere. 
Ambientazioni urbane e notturne, fotografia chiaroscura molto contrastata (ottimo lavoro del veterano Dick Pope), delle inquadrature distorte e taglienti fanno da base per la messa in scena di una città dai sentimenti corrotti e malsani.
Tuttavia nella sua tecnica quasi perfetta giace anche il suo limite, perché si sente la mancanza una qualsiasi direzione prettamente personale; tanti richiami a grandi capolavori del passato, Chinatown su tutti, ma nessuno spunto originale per dare risalto alla propria creatura.
Da consuetudine noir anche la verità della vicenda è tra le ombre della narrazione, negli sguardi dei personaggi, che si stagliano attraverso fumi di sigaretta o nella penombra di vicoli oscuri. Però più che creare un'atmosfera ambigua e misteriosa, col passare dei minuti si ha la perenne sensazione che qualcosa non torni. 
La sceneggiatura costruisce e stratifica, sembra quasi che improvvisi ispirandosi alla tradizione jazz della colonna sonora, ma poi si annoda su se stessa lasciando una fastidiosa confusione. Non aiutano gli scambi tra i personaggi, sempre piuttosto artificiosi, quasi a riempire i silenzi di una pellicola che sta trascinandosi troppo a lungo.
La durata è infatti eccessiva, un ritmo colpevolmente dilatato accentua la sensazione di pesantezza della trama e qualche taglio avrebbe sicuramente giovato all'economia complessiva.
Dal punto di vista prettamente attoriale invece le cose vanno meglio, il casting è senza dubbio azzeccato, ma senza la giusta base di sceneggiatura i personaggi fanno fatica ad emergere. Bruce Willis compare sullo schermo troppo poco per lasciare il segno ed Alec Baldwin non riesce a riempire fino in fondo il ruolo di antagonista che gli viene cucito addosso. Tutto il peso quindi giace sulle spalle di Edward Norton e porta a casa il compito in maniera più che sufficiente, col suo solito talento e magnetismo, ma soprattutto nella prima parte eccede nella caratterizzazione di Brooklyn in un leggero overacting.
Dopo tutti questi anni dalla sua prima vera direzione, nel 2000 con Tentazioni d'amore, l'attore di Boston ritorna dietro la macchina da presa con un film ben costruito ma poco coraggioso. Un'opera che sarà stata complicata da portare a termine, dal parto travagliato, perché si nota la mancanza di fluidità e di decisione, tecnicamente inossidabile ma purtroppo anonimo nella sostanza. La proverbiale occasione mancata.
 
 
Omar Mourad Agha

1917

Giovedì 23 Gennaio 2020 16:40
Prima Guerra Mondiale, ai due caporali Schofield (Goerge MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman) viene affidato l'incarico di raggiungere un reggimento stanziato al largo della città di Ecoust. Devono consegnare un messaggio contenente l'ordine di fermare l'imminente attacco alle linee tedesche, che stanno preparando una trappola alle truppe inglesi. Un compito che potrebbe salvare la vita di 1600 soldati, compreso il fratello di uno dei due ragazzi.
Liberamente ispirato dai racconti del nonno, che attraversava veramente i campi di battaglia per consegnare missive da un reparto all'altro, per questo film Sam Mendes (American Beauty, Skyfall) decide di avvalersi di un punto di vista particolare.
Sceglie di accompagnare la missione con una serie di piani sequenza opportunamente uniti, simulando uno scatto unico per tutta la durata della pellicola. Un modo per essere ancora piú vicino ai protagonisti nel loro incedere attraverso l'orrore. 
Si è testimoni di tutto, dal timore che dietro il prossimo angolo possa esserci un nemico, alla speranza che gli aerei alleati vincano il duello aereo che imperversa nei cieli, fino alle battute tra commilitoni, che provano in tutti i modi ad alleggerire la sensazione che quelle potrebbero essere le loro ultime parole.
Questa tecnica, recentemente già vista in Birdman, è stata opportunamente elaborata in mesi e mesi di prove con precise mappe per i movimenti degli attori e dispiegamenti lungo il set, e in questo particolare teatro degli eventi conferisce una tensione alla scena assolutamente unica.
La colonna sonora rimane in secondo piano, a tratti cadenzata dall'incedere dei due soldati nella terra di nessuno, un accompagnamento che non distoglie lo spettatore dal focus della narrazione, ma che è anche capace di salire con toni sontuosi in determinate scene ad alta spettacolarizzazione.
Il film procede molto veloce verso il suo obiettivo, con la stessa urgenza che hanno i due protagonisti di consegnare il messaggio, e c'è poco tempo per soffermarsi sulla tragicità degli eventi che si susseguono. La morte si palesa ovunque e bisogna proseguire ad ogni costo, ricacciando dentro le emozioni.
E' forse questo uno dei pochi limiti di questa pellicola, la sceneggiatura è funzionale alla dinamicità della vicenda, e lascia poco spazio per le sensazioni che scaturiscono dalla drammaticità di certi avvenimenti. Le linee di dialogo sono scarne e taglienti, e servono piú che altro a spezzare il ritmo concitato della vicenda.
I personaggi vengono quindi tratteggiati molto poco, si susseguono eterei come fantasmi, consci che potrebbero uscire dalla scena con la stessa rapidità con cui sono entrati. Ciònondimeno assistiamo a una serie di cameo di gran valore, attori del calibro di Colin Firth, Mark Strong e Benedict Cumberbatch, si rendono protagonisti di momenti iconici all'interno degli eventi della missione, ma ovviamente la prova attoriale piú importante è quella dei due caporali, in particolare dal giovane George MacKay. 
La sua è un'interpretazione molto fisica, sporca e di fatica, perfettamente in tono con una produzione del genere ma anche precisa ed accurata, vista la natura della particolare tecnica con cui il film è stato girato.
Impossibile non citare anche la straordinaria fotografia di Roger Deakins, già vincitore due anni fa dell'Oscar con Blade Runner 2049, qua autore di un lavoro eccezionale, che si manifesta, oltre che nella ricostruzione di campi di battaglia in campo aperto e tra le trincee, soprattutto nella messa in scena di una meravigliosa sequenza in notturna all'interno della città bombardata di Ecoust, una delle migliori della pellicola.
1917 è in definitiva un'opera che lascia senza fiato, è un'incursione rapida e tesa nell'inferno di uno degli eventi piú drammatici della storia, avvalorato da una tecnica di altissimo livello. Sebbene passi forse troppo veloce da un dramma al successivo, le sue scene rimangono impresse nella mente come fuoco vivo. Uno dei film di guerra piú riusciti degli ultimi decenni.
 
Omar Mourad Agha

Ema

Lunedì 28 Settembre 2020 17:05
Pablo Larrain (Neruda) torna sui luogo del delitto con Ema, un film presentato in concorso a Venezia 76, dopo una pausa di 2 anni dall'appannato Jackie, anch'esso lanciato dagli stessi lidi.
Protagonista della vicenda è la ragazza che dà il titolo alla pellicola, una conturbante ballerina interpretata da Mariana Di Girolamo, nell'atto di separarsi dal marito coreografo Gastòn (Gael Garcìa Bernal) e di restituire ai servizi sociali il bimbo adottivo in affidamento. Una vicenda che sembra già avviata verso una rapida conclusione si rivelerà un interessante intrigo famigliare nel momento in cui Ema vorrà smascherare le vere motivazioni dietro al disfacimento della sua famiglia.
Il primo impatto con il film in questione è visivamente travolgente, Larrain dà sfoggio di un'arte registica di grande livello nel dipingere a schermo colori sgargianti e dinamismi ipnotici. Caleidoscopiche tonalità fanno da sfondo a movimenti seducenti, in un'improbabile unione tra atmosfere alla Gaspar Noè e coreografie che strizzano l'occhio a David Bowie.
Spiccano su tutti i giochi di fuoco, brillanti e fiammeggianti nel loro rosso purificatore, mentre la protagonista muove gli ingranaggi dei suoi piani contro la decadenza morale di una città tanto stimolante nei sensi quanto opprimente nella sua realtà.
Di fronte a tale estasi cromatica la trama passa quasi in secondo piano, nonostante abbia le carte in regola per inserirsi nella scia di una cinematografia di almodovariana memoria. Tra voglie di rivalsa personale e maternità insoddisfatte però manca ogni tipo di spessore nelle dinamiche e nelle interpretazioni, che invece caratterizzano da sempre i film del regista spagnolo. 
La colpa non è neanche negli snodi narrativi, che nel finale chiudono la vicenda in una maniera inaspettatamente precisa, ma è soprattutto nella sceneggiatura troppo effimera e frammentaria. Spesso le emozioni sono veicolate da immagini più che da parole e nel complesso il quadro appare decisamente debole.
Le prove attoriali, non aiutate dalla scrittura, si affidano quindi a interpretazioni molto fisiche, su tutte la parte della Di Girolamo. La giovane attrice è sinuosa e felina nel portare avanti il suo inganno per le strade della città, mentre il resto del cast rimane molto in secondo piano, nascosto dalla sgargiante cortina che Larrain è comunque abile a creare davanti allo spettatore.
Nel complesso Ema è un film che indubbiamente colpisce, con un'apparenza gloriosa e magnifica, capace di creare suggestivi giochi visivi anche per l'occhio più esperto, ma nasconde una struttura troppo debole per tenere in piedi la bellissima macchina messa in moto dal regista cileno. Una visione che seduce ma non lascia il segno.
 
Omar Mourad Agha