Fuoritraccia

Newsletter

Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

Home » Recensioni » Visualizza articoli per tag: Adam Driver
A+ R A-
Visualizza articoli per tag: Adam Driver

BlacKkKlansman

Sabato 19 Maggio 2018 16:16
Su BlacKkKlansman di Spike Lee, prima di immergerci nella critica, bisogna dire una cosetta. Giusto per avere un quadro migliore di quello su cui poi si andrà a discutere. Le tre stelle della valutazione sono da considerarsi un giudizio non completamente veritiero. Si possono dare anche quattro stelle al film del regista americano. Ma abbiamo optato per il voto più basso perché tutto il buono che costruisce (e c’è ne parecchio), viene smontato da alcuni passaggi a vuoto (politici) colmi di retorica, che abbassano il ritmo e fanno veramente male al film. Il suo voto più equilibrato è tre stelle e mezzo. Si passa da prendere in giro il Ku Klux Klan in modo sagace ed intelligente a comizi politici delle Black Panthers, sinceramente demodé e che nel nuovo millennio non hanno più quella forza che potevano avere negli anni 70’. Si prende una strada edificante, che cerca di frantumare l’odio facendosene beffe, ma la si perde ingenuamente tornado su piccoli sentieri colmi di ridondanze, che sfociano nella lotta contro il governo Trump.
 
La pellicola, in concorso al Festival di Cannes edizione 71, è tratta dall’omonimo romanzo che dà il titolo al film, scritto dal poliziotto Ron Stallworth (nel film interpretato da John David Washington, figlio di Denzel Washington). 
Il tema del libro trova spazio anche nella contemporaneità dell’America di Trump; ci riferiamo a quei super razzisti bianchi, che a Charlottesville nell’Agosto del 2017, uccisero una donna di 32 anni investendola con un’auto. La ragazza stava manifestando contro il nascere del neonazismo. Il presidente Americano si indignò per l’accaduto, ma non fece molto di più. A tutto questo ci si poteva affiancare, non per forza immergersi. (il finale con le immagini di repertorio è esplicito). Mettendola così diventa tutto più tedioso. Peccato che il tagliente umorismo non regni incontrastato per tutta la narrazione.
Dal Festival francese il film si porta a casa il secondo riconoscimento: il Gran Premio della Giuria.
 
BlacKkKlansman racconta della straordinaria operazione messa in atto dalla polizia di Colorado Springs. Siamo negli anni 70’, un uomo di colore e un ebreo, entrambi detective, si infiltrano nel cuore pulsante del Ku Klux Klan. Il poliziotto Ron Stallworth, dato il colore della pelle, non può prendere parte alle riunioni della setta. Insieme al collega Flip Zimmerman (Adam Driver) decidono di essere uno il corpo e l’altro la voce. Tutti gli appuntamenti vengono presi per telefono da Ron e poi all’ora esatta del rendez-vous si presenta Flip. Nascono però dubbi intorno alla figura del nuovo discepolo. Qualche membro del gruppo estremista non crede fino in fondo al nuovo arrivato e cerca in ogni modo di dimostrare che Ron non è quello che dice di essere. Intanto il movimento dei cappucci bianchi organizza attentati, che promettono violenza e morte alla razza nera. C’è spazio anche per la tenerezza, che nasce tra Ron e la giovane attivista Patrice (Laura Harrier). Il loro incontro ad un ritrovo delle Pantere nere lascia il segno, ma se non tutte le verità vengono pronunciate, la loro complicità viene messa in discussione.
 
Spike Lee, dopo un periodo di alti e bassi, ritrova la verve di un tempo (lo smalto è lo stesso di Inside man e la 25^ Ora). Ottima la forma del suo BlacKkKlansman. Peccato per quei piccoli passi falsi descritti in precedenza. Il resto è cool e spumeggiate. Sembra quasi un Arma Letale d’autore in salsa Black Power. Quando il regista di Atlanta non abbassa il battito si rivede la sua anima istigatrice e vigorosa. Le gag sono irriverenti e squarciano la malignità. Qui la drammaturgia diventa energica, avvalorata da una regia dinamica, che ricava il massimo dalle performance dei personaggi principali (favolosi Washington e Driver).
Indimenticabile la scena dell’arrivo della tessera di membro del KKK in commissariato.  
 
David Siena
 

A Marriage Story. Storia di un matrimonio

Lunedì 18 Novembre 2019 00:22
Nicole (Scarlett Johansson) è un'attrice lanciata nel mondo di Hollywood, Charlie (Adam Driver) un giovane regista teatrale di talento in forte ascesa a New York. Dal loro incontro nasce un amore intenso e passionale, che piega carriere e scuote gli animi nelle fondamenta. Uno di quelli che non può finire con una semplice firma sui documenti di divorzio, tra belle e nostalgiche parole, ma fa riemergere tutte le incomprensioni e i rancori repressi. Tra urla di dolore e litigi a cuore aperto, va in scena il capitolo finale della storia di un matrimonio.
Noah Baumbach cura una regia precisa e al tempo stesso discreta, che ci porta alla giusta distanza dai personaggi. Le inquadrature danno l'impressione di una messa in scena teatrale piuttosto che strettamente cinematografica, acquisendo spessore e vitalità. Una dimensione più intima passa attraverso primi piani o mezzi busti che segnano tutta la sofferenza dei protagonisti.
Ne risulta un ritratto del dramma realistico ed empatico, pregno di sentimento, in cui la separazione segue dei passaggi a volte molto marcati ma sempre spontanei. Ci si può facilmente immedesimare in questa storia, nella fine di questo amore, forse malinconico, in cui si tende per tutto il tempo a desiderare una via di fuga, una svolta salvifica inaspettata. Ampio risalto è dato ad entrambe le parti, in modo quasi del tutto simmetrico sembrerebbe. Le situazioni di lui e le situazioni di lei hanno lo stesso peso, a partire da una versione delle locandine in cui prima una figura e poi l'altra si guardano e, come sfondo, uno spaccato urbano di due diverse città, due luoghi che inesorabilmente creano una frattura.
New York e Los Angeles, agli antipodi della nazione, sono quasi comprimari che dettano il tono della messa in scena, raccolta e quasi soffocata nella Grande Mela, più aperta e vivace nella Città degli Angeli.
Ma la vera colonna portante di un film così riuscito è senza dubbio la sceneggiatura. La compattezza complessiva della vicenda è figlia di dialoghi fluidi e ottimamente costruiti, e lo sviluppo degli episodi appare molto naturale. Un ritmo serrato e frizzante mantiene alto il livello di tensione dello spettacolo, soprattutto in un paio di sequenze in particolare, ma degli opportuni cambi di registro evitano di appesantire eccessivamente lo spettatore.
In questo contesto gli attori stessi appaiono in grande spolvero. A partire dai protagonisti principali, che danno molto del loro per garantire la genuinità delle emozioni che permeano la pellicola, soprattutto la Johansson, in una delle sue migliori interpretazioni. Anche i comprimari sono ottimamente in parte, Ray Liotta e Laura Dern, nel ruolo degli avvocati dei due coniugi sono sempre molto precisi e puntuali nel tratteggiare la spietatezza e l'egocentrismo dei loro ruoli.
Storia di un matrimonio è un film forte, che sbatte in faccia allo spettatore la sofferenza e le problematiche insite nelle relazioni, ma d'altro canto non lesina sulla tenerezza di certi gesti e sulle ragioni che ci portano comunque a cercarci l'un l'altro. In fin dei conti è un film che parla semplicemente d'amore e lo fa con una potenza ed un'espressività che ormai si vede raramente sul grande schermo. Lo fa da grande film.
 
Omar Mourad Agha

Star Wars Episodio IX: L'Ascesa di Skywalker

Mercoledì 18 Dicembre 2019 10:24
“I morti parlano!” perché i personaggi principali “vivi” non sono stati scritti abbastanza bene per poterlo fare. Così J.J. Abrams sigla il suo patto “faustiano” con l’Imperatore Palpatine, lo riporta in vita per ripristinare uno strano equilibrio, non “nella Galassia” ma nella trilogia da lui iniziata con “Episodio VII: Il Risveglio della Forza” (2015) cercando di trovare un senso alla direzione da lui stesso intrapresa, portata avanti con distacco da Rian Johnson con “Episodio VIII: Gli ultimi Jedi”. Il defunto imperatore della Galassia (Ian McDiarmid) tornato in vita, grazie a “scienze oscure, clonazione, segreti noti solo ai Sith” rovescia lo scenario politico della “Galassia lontana lontana...”. Il suo ordine finale ha  inizio, ha una flotta di Star Destroyer Xyston, nascosta nell’ombra sul pianeta Exegol dove i suoi sudditi i lealisti Sith lo venerano e si prepara ad attaccare, la notizia arriva alle orecchie della Resistenza. Finn (John Boyega) l’ex assaltatore, Poe Dameron (Oscar Isaac) giovane pilota intraprendente ora generale e la giovane Rey (Daisy Ridley), che si addestra per essere degna della spada laser di Luke Skywalker, si mettono alla ricerca dei puntatori Sith, che portano alla tana del nemico per poterlo affrontare definitivamente. Kylo Ren (Adam Driver) legato alla ragazza da una forza superiore, ora Leader Supremo del Primo Ordine, fin dall’inizio governato nell’ombra dal Oscuro Signore dei Sith, compie un cammino parallelo, verso la resa dei conti, con lei e con la sua famiglia. John Williams suona la colonna sonora come da tradizione, sottolineando i momenti più apprezzabili di calma. Siamo difronte ad un capitolo strano, ricco di elementi che offuscano i difetti più evidenti, Abrams (con la benedizione della presidente della Lucasfilm Kathleen Kennedy) si è permesso di riscrivere le leggi naturali di Star Wars, introducendo a forza possibilità mai sfruttate nei precedenti, il più grave: l’elemento di resurrezione. Quattro generazioni di appassionati “vivono” questa avventura conoscendone i minimi dettagli, abituati ad una  timeline (perlopiù) coerente (prima che il canone delle storie venisse azzerato e riscritto in funzione questa trilogia, cosiddetta sequel) dove le dinamiche possibili sono state originate dalle idee iniziali del “lodato creatore” George Lucas. Ora si trovano un “nuovo” Star Wars, gestito maldestramente da un occhio volutamente esterno, in favore del gusto del “nuovo” pubblico, che tuttavia, trova sempre difficoltà ad accogliere queste storie e apprezza quando ritrova “il vecchio” nostalgico universo presentato sotto altre forme (la serie TV The Mandalorian in onda su Disney+ è una prova) dimostrando che per fare Guerre Stellari, non bisogna osare ma restare fedeli all’originale. Quello che è stato seppellito, tra vecchi fantasmi e nuove speranze, porta la saga verso un futuro imprevedibile.
 
Francesca Tulli