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Visualizza articoli per tag: Cannes

Corpo Celeste

Giovedì 14 Luglio 2011 15:11

Un esordio notevole che ricorda i "primi" Dardenne

Applaudita a Cannes, e pluripremiata con il "Nastro d'argento " e con il "premio Amidei" come migliore regista esordiente,  l'opera prima di Alice Rohrwacher CORPO CELESTE è senz'altro uno dei migliori esordi degli ultimi anni .

La regista, neanche trentenne, non vanta una lunga esperienza. La vediamo prevalentemente alle prese con il montaggio di documentari in passato. Chissà che non sia stata proprio quest'esperienza            nell'ambito documentaristico a donarle la straordinaria abilità di "saper guardare". La storia, infatti, si snoda silenziosa, ma carica di una "sana rabbia adolescenziale", tra i mille dettagli che fanno sentire ancora di più che dietro la macchina da presa c'è una donna.

Un esordio che in qualche modo ricorda i primi fratelli Dardenne di "Rosetta" e "L'enfant", in modo particolare per la capacità di spiare quella vita quotidiana, che da sola basta a raccontare una generazione, una terra, una fede.

Protagonista del film la piccola Marta, che dopo aver vissuto per un periodo in Svizzera torna con la mamma (Anita Caprioli) e la sorella, a Reggio Calabria. Qui ci presta i suoi occhi per guardare in faccia una comunità cattolica "brutta" a tal punto da diventare grottesca e un'immensa periferia fatta di cavalcavia e tristi fiumare, che accrescono quella sensazione di desolazione e freddo che accompagna tutto il film.

Si è parlato inoltre, ancor prima dell'uscita in sala, di un'opera di denuncia verso la chiesa, e la regista stessa ha così smentito “Non volevo offendere la Chiesa, anzi, sono un’ammiratrice di padre Giacomo Panizza delle Comunità Progetto Sud e se dovessi scegliere tra Chiesa e tv, per mia figlia Anita che sto crescendo come atea, direi Chiesa”

Effettivamente, la sceneggiatura stessa non mette in evidenza critiche troppo forti, ma nonostante questo lo spettatore non può esimersi dal fare una riflessione intima e onesta sulla chiesa e i suoi apparati.

Renilde Mattioni

This Must Be The Place

Lunedì 10 Ottobre 2011 09:51

 

Cheyenne (Sean Penn) è una rockstar non più giovanissima che è uscita dal giro. Ha suonato con i grandi, tra cui Mick Jagger e David Byrne (che compare in persona nel film), tant'è che la gente lo riconosce ancora per strada, suo malgrado. Nonostante continui a tenere i capelli cotonati, a coprirsi il volto di cerone, a passarsi il rossetto sulle labbra e lo smalto sulle unghie, sta attraversando un periodo di profonda noia, che scambia a tratti per depressione. Apatico e legato da trentacinque anni alla stessa donna, sua moglie (Frances McDormand), si muove su e giù per le vie di Dublino con il suo carrello della spesa, finché un giorno la morte del padre, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento, non lo porta a New York, dove scoprirà che il genitore aveva intrapreso da anni la caccia ad un criminale nazista, tale Aloise Lange (Heinz Lieven). Per riscattare il rapporto paterno interrotto trent'anni prima, Cheyenne raccoglierà il testimone, avventurandosi in un'improbabile caccia all'uomo lungo gli Stati Uniti, che gli darà nuova spinta vitale...

Quale regista europeo non ha tentato l'esperienza “americana”? Tutti. A quanti è andata bene? Ben pochi.

Paolo Sorrentino, già acclamato a Cannes con Il divo tre anni fa, e vincitore in sordina nell'ultima edizione del Premio della Giuria con questa sua ultima opera, si pone come eccezione che conferma la regola.

Scrivendo la sceneggiatura insieme ad Umberto Contarello, rievocando la storia dell'omonima canzone dei Talking Heads e partendo dall'iniziale idea di “una caccia”, divide il film in due parti. La prima è dedicata interamente alla costruzione di Cheyenne, un personaggio raccontato come da tempo non si vedeva sul grande schermo: un uomo che a cinquant'anni suonati continua a “mascherarsi”, cercando di nascondere il senso di colpa per due suoi fan suicidatisi a causa delle sue canzoni dark, girovagando sempre con un carrello della spesa e poi con un trolley, simboli di un fardello irremovibile. La seconda è volta alla decostruzione dello stesso personaggio, portato a confrontarsi con la figura paterna, per lungo tempo ignorata, ma indimenticabile, che lo condurrà in un lungo viaggio nel cuore degli Stati Uniti, alla ricerca delle radici e di se stesso. Smarrito negli USA, l'ex-cantante si confronterà con vari familiari del criminale ricercato, prima la moglie e poi la figlia, entrambe anime in crisi che ne hanno perso le tracce. Presentatosi come John Smith, quindi ancora una volta mascherato, scoprirà nelle due donne l'importanza della famiglia, rispettivamente per eccesso e per difetto. Alla fine la punizione, malgrado le premesse apocalittiche, sarà solo simbolica.
Utilizzando un Sean Penn in stato di grazia, imperdibile nella versione originale, che parla con una vocina stentata ed assume posture improbabilmente rigide, contornato da un validissimo cast tra cui spiccano Frances McDormand, Judd Hirsch e Harry Dean Stanton, Sorrentino fa della regia il suo punto di forza. Tornando agli stilemi dei primi film ostenta suoi vezzi, come la bottiglia/passaggio a livello e la particolare costruzione di alcune scene, come quella dell'incontro finale col nazista Lange, girata nella scomposizione di una coazione a ripetere, mostrando ogni volta un dettaglio ulteriore, fino a svelare la presenza in stanza dello stesso Cheyenne.

This must be the place è anche un'opera sulla visione: quella filtrata “in soggettiva” dagli occhi bistrati e spesso quasi socchiusi del protagonista, quella spenta per sempre degli occhi ormai serrati del padre, che però per tutta una vita hanno fissato un obiettivo, quella infine che attinge al passato del non (più) vedente Lange, protetto da spessi occhiali scuri.

Il regista partenopeo, come ogni grande autore, fa in fondo sempre lo stesso film: il suo è un cinema di personaggi solitari, al margine, come l'uomo in più Pisapia dell'omonimo esordio, come il Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell'amore o il Geremia de' Geremei de L'amico di Famiglia o ancora l'Andreotti esplorato ben oltre i trecentosessanta gradi de Il divo, tutti loro si riversano in Cheyenne che attraversa l'intera storia, filmica e mondiale, nei suoi ultimi settant'anni, arrivando a confrontarsi con l'olocausto, quasi indenne.

Nell'ultima enigmatica scena il cerchio si chiude: un Penn ormai non più Cheyenne ricompare per la visibile gioia della madre dello scomparso amico Tony. Chiunque egli sia (Tony? Cheyenne? Penn?), il viaggio si è compiuto, un uomo è stato trovato ed un altro s'è ritrovato. Ed un regista s'è ancora una volta confermato un autore di razza.

 

 

Paolo Dallimonti 

 

Dalla conferenza stampa di A Beautiful Day, l'ultimo film di Lyanne Ramsay con Joaquin Phoenix. 

Phoenix ci parla del suo personaggio, un vendicatore ma con grandi fragilità umane. 

...E ora parliamo di Kevin

Domenica 04 Marzo 2012 13:48

Atteso dal Festival di Cannes della scorsa stagione è infine arrivato, si fa per dire, nelle nostre sale uno dei pochi autentici film d'autore: "We need to talk about Kevin" diretto dalla giovane regista inglese Lynne Ramsay.
Per noi fortunati spettatori romani la programmazione ha previsto unica sala il Barberini, non oso pensare cosa abbia dovuto fare un appassionato leccese o un trevigiano per poter assistere alla proiezione, forse il biglietto d'ingresso era abbinato a un volo low-cost.

Comunque, dicevo autentico film d'autore riferendomi al fatto che, a parte i soliti noti che l'autorialità se la possono permettere (vedi Malick, Lars Von Trier e ultimamente Nicolas Winding Refn) è diventato sempre più raro assistere a seconde o addirittura in questo caso a terze opere che non debbano scendere a patti con il demone del box-office. Si perchè seppure piuttosto giovane la nostra Lynne è al suo terzo lungometraggio dopo l'esordio notevole di "Ratcatcher" (1999) e il seguente "Morvern Callar" (2002). Un cinema per niente facile quello di Lynne Ramsay, fatto di suspence e di ossessioni, ma che puntualmente al momento del colpo di scena, vede arrestare l'azione narrativa per tornare indietro o addirittura volare oltre a raccontare angosce precedenti o future della protagonista. Protagonista si e al femminile a dispetto del titolo perché se è vero che nel film si parla di Kevin, la protagonista assoluta è Eva, madre di Kevin e non casualmente, per il nome che porta, madre di tutti noi, prima procreatrice di questa santa Terra destinata a generare il Male. Eva è una straordinaria Tilda Swinton che nel suo essere anoressico-androgino raccoglie tutta l'essenza della madre spiazzata, affranta, angosciata da una gravidanza, da una maternità e da un "dopo" che possiamo cogliere e vivere insieme a lei fin dai titoli di testa.

Il suo camminare insicura, inciampando con queste scarpe deformate, indossate da un piede troppo magro e a disagio, rimane una immagine indelebile, che nella scena finale avrà un significato enorme. Il desiderio sarebbe di vederla camminare scalza per non vederla soffrire, magari come Jessica Chastain la signora O'Brien di "The Tree of life" che sembra danzare, libera e in armonia con Madre Natura sull'erba del giardino con i suoi figlioletti. Ma questa è un'altra storia. Tornando all'opening del film, grande significato ha la scena iniziale che ricorderebbe a prescindere dalla successiva apparizione della Swinton, il grandissimo regista inglese Derek Jarman del quale l'attrice era strumento indispensabile per le proprie opere. Non a caso fotografia e messa in scena per Lynne Ramsay sono di uno stile quasi pittorico, durissime nell'essenza ma romanticissime nella forma, proprio come per Jarman. E dire che qualcuno del film alla sua presentazione a Cannes aveva parlato di "film-horror". Ma come si può? Come è possibile focalizzare e ridurre questo film alla sola natura "evil" di Kevin? Se alcune venature horror sono presenti nel film, è solare che da parte di Lynne Ramsay non c'è nessuna intenzione di fare un film di genere: non dobbiamo sottostare ad alcun sussulto sulla poltrona, a musiche "da paura" o peggio a movimenti di macchina nevrotici e caotici tipici del genere horror. Il film scaturisce dalla cultura inglese ed è radicato in modo così netto che mai per un momento ci è dato pensare ai thriller made in USA.
In questo e in molto altro Lynne Ramsay da garanzia di autorialità, di scuola e tradizione culturale che fanno del suo "We need to talk about Kevin" un prodotto spiazzante ma esaltante, angoscioso ma poetico. Una ventata di forte personalità in un panorama cinematografico fin troppo omologato in questi ultimi anni.

La sensazione al termine della visione, o meglio il "sapore" che lascia il film della Ramsay è lo stesso provato vedendo "Lasciami entrare" di Tomas Alfredson alla sua uscita: qualcosa di nuovo e di classico allo stesso tempo, qualcosa di irripetibile nonostante molti ci proveranno...

Marco Castrichella

Youth - La Giovinezza

Giovedì 18 Giugno 2015 14:37
La Giovinezza di Sorrentino è la vecchiaia dello spettatore inconsapevole che si ritrova ad affrontare una simile visione. Dopo che tutto e il suo contrario è stato detto, che da Cannes l'Italia è tornata a mani vuote, ci siamo riproposti di darvi anche il nostro, un po' cinico, parere in merito.
 
Due anziani amici, Fred Ballinger (Michael Caine) e Mick Boyle (Harvey Keitel), si confrontano su le gioie e i dolori della vita. Fred rifiuta qualsiasi lavoro, da compositore di “Canzoni Semplici” per cui viene ricordato e autore di testi significativi, declina persino l’invito di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra ad esibirsi in occasione del compleanno reale. Mick vuole girare il suo ultimo film, con la sua attrice feticcio (una Jane Fonda involgarita per l'occasione) ormai divenuta sorta di felliniana musa e il suo entourage composto da intraprendenti astrusi sceneggiatori, completando così il suo definitivo testamento stilistico. Ballinger, dal canto suo, pur tenendosi ben lontano dai divismi per i quali è conosciuto,  non può  esimersi dal fare ciò che fa da una vita e continua a dirigere qualsiasi rumore possa trovare nella quotidianità di una ormai poco dinamica esistenza. Stropicciando la carta di una Rossana ne produce il  suono come fossero note, dirige un coro di mucche nel pascolo adiacente al centro benessere che lo ospita, ogni cosa, anche la più insignificante, produce accordi modulati in sequenza. La sua giovane e bella figlia Lena (Rachel Weisz) piange la perdita del suo grande amore che la cornifica con una volgare pop star (una Paloma Faith burlona nei suoi stessi panni). Ma come se non bastasse nel variegato quadro sorrentiniano trova luogo anche il dramma familiare e l'approfondimento psicanalico, quando Fred viene accusato dalla figlia di essere stato irresponsabile, mai presente, sempre e solo concentrato sulla sua musica e il suo lavoro, rapito da passioni sessuali libertine a danno della sua angelicata madre che, solo alla fine si scoprirà essere rinchiusa in una clinica per malati mentali.  Boyle, senza pace, ironizzando sulla sua prostata, cerca un suo finale, ed è forse lo specchio del regista stesso, che ammantandosi di meriti del passato non trova una chiusura degna. Così il film nel film prosegue come ciò che ci scorre davanti, aprendo e chiudendo, richiudendo e riaprendo altri tremila quadri, dilatando nel tempo ogni singolo avvenimento, anche il meno importante, conferendogli un valore che si rispecchia in tutto e per tutto nella propria specifica superficialità. Una serie di immagini che vogliono essere colme di senso ma che un senso profondo non hanno, o forse sì, ed è proprio questo che Sorrentino vuole farci credere: ogni singolo istante è determinante a tal punto che non può essere negato all'occhio ingordo e passivo dello spettatore. Ma Sorrentino non è Federico Fellini, egli si perde in uno stile non più codificato secondo dei parametri personali ma volendo forzosamente abbracciare i gusti di tutti. Il pubblico a cui deve necessariamente piacere è vasto e deve avere anche l'illusione di credersi unico e fuori dal coro, quindi un pubblico borghese, o almeno che si ritiene tale, pseudointellettuale e molto molto radical chic. Questo a nostro avviso il più grande errore commesso dal regista, la cifra stilistica che meravigliosamente aveva caratterizzato le prime opere e i suoi interpreti viene a mancare a favore del cliché di uno spettacolo prolisso, molto noioso,  con ritmi sospesi e dilatati, senza mai un vero e proprio climax. Tutto si regge, per fortuna, su dei mostri sacri come Caine e Keitel, che sempre per fortuna niente hanno a che vedere con il “Mosè” Servillo degli ultimi anni, ma che bucano lo schermo entrandoci dentro con un solo battito di ciglia. Senza loro, il baratro. Una storia senza una vera storia, una regia senza un regista che preferisca se stesso alla sua ombra mediatica, un montaggio con un montatore sotto tavor quando non latitante. Un’orgia di musica classica, pop, corpi nudi e sgraziati a bagno, gente dipinta negli stereotipi naïf: una ragazza del centro massaggi con la faccia da puttana, una puttana con evidenti problemi psichici, una miss universo che oltre ad essere perfetta e “tanta” è pure intelligente (Madalina Ghenea, la Smutandissima nel film dei “ Soliti idioti”) e il cui lato b campeggia su tutte le locandine del film, un bravo attore giovane (Paul Dano) che aspira ad un ruolo potente (quello del Mein Furer Hitler!) perché viene solo ricordato per aver interpretato un Robot con un'altra faccia, il calciatore copia di Maradona e, per finire, la spiritualità orientale tanto cool negli ultimi anni trova spazio con il monaco buddista che cerca di levitare. Ossimori viventi nel tentativo di emulare un cinema che c'è stato e non c'è più, come già si era provato con La grande bellezza. Faticoso da digerire e di risata facile in alcune battute, altre tristemente involontarie, è una riflessione sullo scorrere del tempo che non si può controllare. La vita non finisce quando lo decidiamo noi, o a volte sì come ci viene mostrato, la salute viene data a chi  vuole farla finita  e la voglia di morie, oltre che allo spettatore disincantato, a chi al contrario non smette di provare emozioni anche superata la soglia degli 80 anni. Fischiato o amato arrivare al languido finale è estenuante. Ricco di pretese è godibile per chi cerca un tipo di intrattenimento realmente senza alcuna pretesa, e soprattutto, come qualcuno diceva, con un open bar ad ingresso sala.  
 
Chiara Nucera Francesca Tulli

Mon Roi

Sabato 12 Dicembre 2015 11:52
“Bella, che c'importa del mondo?”. 
Richiama il primo verso di una delle più belle canzoni d'amore che la musica italiana possa annoverare il poster dell'ultimo lavoro di Maïwenn Le Besco, in arte, solo Maïwenn, presentato in concorso al Festival di Cannes 2015 e fruttato alla protagonista, Emmanuelle Bercot, la palma d'oro ex aequo per la migliore interpretazione femminile.
Il bacio sulla bocca che suggella gli amanti aggrovigliati come un tutt'uno, Giorgio e Marie Antoinette, due nomi regali, solo il secondo abbreviato in un confidenziale e meno altisonante Tony, dapprima mai stanchi di abbeverarsi alle labbra l'uno dell'altra, felici, curiosi, indomiti come fa essere l'amore quando non si sa cosa sia e lo si strappa al tempo perché non sia lui a strapparlo da noi.
Finché si può, perché non dura, non dura probabilmente mai, come l'infanzia che cede il passo all'adolescenza e poi all'età adulta, e anche se provi a ritrovare quegli occhi, se li cerchi dove sei sicura di averli lasciati, ti accorgi che non ci sono più, che non c'erano più già quando per la prima volta sentivi di fermare sulla retina un ricordo: tempus fugit e vince sempre. 
Appena lo pensiamo è già passato, non esiste più.
Muta il nostro sguardo, come le stagioni della vita, come l'amore, soprattutto quello vero che è tanto più vero se si smarrisce a noi stessi, alla nostra possibilità di dargli quel nome: amore. Già, ma cos'è l'amore?
Per Tony la stabilità di un rapporto di coppia, di un figlio molto amato, ma concepito, senza farla tanto lunga sul sacro fuoco della maternità, per assecondare un capriccio del partner, la maturità di un rapporto adulto.
Giorgio invece, il re degli stronzi, come si definisce da solo, è il re pazzo, libero – forse libero – non ipocrita (“perché vuoi che sia come vuoi tu se mi hai voluto perché sono come sono?” dice a un certo punto, a crisi già in corso), guascone e irresistibile.
Ma chi siano davvero Giorgio e Tony, cosa vogliano e cosa pensino, Maïwenn non ce lo racconta. L'apparente banalità di una storia come tante trova linfa nella scelta di non psicanalizzare i due protagonisti: (si) scelgono, fanno, disfanno, ma chi siano non lo sappiamo e non dovremmo neppure chiedercelo. 
Il re regna, con la fierezza dura e allo stesso tempo indulgente di un sovrano machiavellico, e nel gioco delle parti, Tony accusa tutto: i tradimenti, l'immaturità affettiva, l'impossibilità che le cose siano come le aveva predeterminate.
Il ginocchio contiene due parole, sostiene, con un azzardo da rivista di costume, apparentemente risibile, la dottoressa che incontra Tony, in seguito all'infortunio – allegoria evidente, ma strumentale, non capziosa - che le farà ripensare, a ritroso, alla sua storia d'amore: occhio e io, anche se Tony ancora non lo sa e preferisce sottolineare il superalcolico prefisso!
E' in realtà una dichiarazione d'intenti: saranno gli occhi e un Io reale, non più Ideale, a far muovere la donna in una direzione che non tiene conto dei limiti articolari.
In una sorta di rebirth che va di pari passo con la riabilitazione dei legamenti strappati di netto (come poteva essere altrimenti?), Tony re-impara a sentirsi, a toccarsi, a conoscersi – fondamentale il lavoro e il sentire sui corpi, sulla fisicità, nel lavoro della regista francese - a muoversi senza farsi troppo male, a usare un antidolorifico, se accade, a ridere per una sciocchezza, a guardare gli altri con gli occhi di una donna che non deve essere altro da quello che vuole, da quello che, in quell'istante, e quello solo, è.
Tony impara a provare compassione per se stessa, a perdonarsi, a vedersi con gli occhi indulgenti che sovente le donne si negano, e il suo re, divenuto infine, al suo sguardo, più mansueto, docile, può essere finalmente accarezzato con gli occhi/M.d.P da vicino, senza paura di sbagliare, senza il timore di vedere che ciò che si ha di fronte è diverso dalla propria innamorata proiezione, quasi senza reti. 
Il re, il meraviglioso, sensualissimo e fragile Vincent Cassel, in un ruolo cucito sulle sue corde attoriali, può essere finalmente anche ri-amato, con un sorriso, forse la natura profonda del più insondabile e impalpabile dei sentimenti. 
 
Ilaria Mainardi

E' solo la fine del mondo

Domenica 04 Dicembre 2016 14:25
Il confine tra cinema e reale è di norma sottilissimo quando lo spettatore si trova innanzi ad una pellicola neorealistica, o ispirata a fatti realmente accaduti. Tuttavia vi è quasi sempre qualcosa capace di destarci da quel magnifico sogno affabulatorio, riportandoci al mondo reale. Si tratta di un momento particolarmente lento o poco coinvolgente che sovente ci distrae dal flusso di immagini a cui siamo sottoposti, allontanandoci anche solo per pochi istanti dal film. Il regista capace di raccontare una vicenda senza distogliere la concentrazione dello spettatore, e rendendolo partecipe attivo degli eventi, è un maestro nell'arte della narrazione su più livelli. È solo la fine del mondo è un film difficile e  spesso impegnativo, ma è a tutti gli effetti un esempio concreto di narrazione perfetta, la miglior prova registica di un vero talento. Xavier Dolan, a soli 27 anni e con già 6 pellicole di qualità alle spalle (tra cui Mommy vincitore a Cannes del Premio della Giuria nel 2014), dirige l'adattamento cinematografico di un noto dramma teatrale francese di Jean-Luc Lagarce.
Un progetto ambizioso e complesso, che mette a dura prova le capacità indiscusse del regista canadese. La sfida viene superata con successo e Dolan realizza un film indimenticabile, sfaccettato, passionale e brusco. Il linguaggio dell'opera teatrale è colorato e alle volte troppo particolare, difficile da riportare in un’opera cinematografica. Ma Dolan ne fa tesoro, e senza stravorgelo, inizia a redigere nel 2010 quella che diventerà la sceneggiatura di È solo la fine del mondo. La storia di Louis, giovane scrittore di successo, che dopo dodici anni decide di tornare a trovare la sua famiglia per comunicare loro una notizia molto importante. Ad attenderlo la vivace curiosità dei suoi cari, l’aggressiva voglia di sapere il motivo della sua visita, e quel misto di ammirazione e rancore segretamente insito in ognuno di loro. Inquadrature strette, dettagli su occhi velati da lacrime che come scrigni si fanno strada in una storia pregna di emozione, contrasto e sospiri, divenendo veicolo di comunicazione tra i protagonisti. Gaspard Ulliel in una delle sue interpretazioni più profonde e sincere, regala allo spettatore l’illusoria sensazione che il Louis da lui interpertrato esista davvero. E’ con i suoi occhi, protagonisti indiscussi di molte sequenze, che ci guardiamo attorno, seguendo le oscillanti traiettorie emotive tracciate dai suoi fratelli e dalla madre. Un Vincent Cassel incandescente convince appieno, offrendo un magistrale ritratto di irrazionalità e tormento. Parole, gesti, abbracci, e urla scorrono violentemente inondandoci di quella particolare suggestione, che solo i film palpitanti di vita riescono a trasmettere. Xavier Dolan dirige il suo sesto film in modo esemplare, concedendo il privilegio allo spettatore di vivere la vicenda intensamente, prendendone parte come se fosse realtà. E’ solo la fine del mondo è un’opera che vi inebrierà fino a consumarvi lentamente, colpendo nel profondo. A fare da contorno, una colonna sonora impeccablile in virtù della sua policromia, nettamente pop, tanto evocativa quanto ipnotica. Quello che uscirà nelle sale italiane il prossimo 7 dicembre è un film impetuoso e ammaliante, che ha il grande pregio di fuggire ogni sorta di patetismo, commuovendo per la sua estrema umanità. 
 
Giada Farrace

L'Inganno

Sabato 27 Maggio 2017 20:26
Un’innocente bambina passeggia nei boschi con il suo cestino in cerca di funghi freschi. Improvvisamente si imbatte in un uomo ferito. Siamo in piena Guerra di Secessione americana ed il soldato in cerca di cure è il caporale John McBurney (Colin Farrell, a Cannes anche con The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos). L’uomo trova così ristoro in una sontuosa tenuta sudista, dove un’insegnate di nome Martha (Nicole Kidman, lei è presente con ben 4 film in questa edizione del Festival) gestisce un’esclusiva scuola per il gentil sesso. Il gruppo di donne è variegato, ci sono adulte e giovincelle. Insieme offrono una calorosa assistenza al soldato nordista, in attesa della sua completa guarigione e della consegna all’esercito. Ma le attenzioni femminili alla lunga diventano pericolose. Sorgono rivalità inaspettate per accaparrarsi l’affascinate preda. Il desiderio sessuale sale con il passare dei giorni e il frutto proibito è proprio lì davanti, pronto per essere colto. Le situazioni si complicano e la tensione schizza alle stelle verso un finale torbido e dalle decise tinte horror.  
 
Il nuovo lavoro di Sofia Coppola, in concorso a Cannes 70, è il remake de “La notte brava del soldato Jonathan” del 1971, di Don Siegel con Clint Eastwood. La regista figlia d’arte ne cura anche la sceneggiatura, liberamente ispirata al romanzo A Painted Devil di Thomas P. Cullinan. 
La vera mattatrice di The Beguiled è la regia, premiata con la prestigiosa Palma dalla giuria del Festival. Conduzione artistica con pregi e difetti. Piace per il suo formalismo e per i suoi primi piani compiaciuti. E’ una regia tanto complice quanto soddisfatta. Sofia Coppola, nella costante del suo mondo femminile, cambia gradualmente genere, da film di guerra sentimentale si passa all’horror gotico, sublimando in una sentita suspense. Orgogliosamente mostra le sue protagoniste in un’emblematica inquadratura finale (sembrano in vetrina per sfoggiare il loro abito migliore). Femminismo massimizzato, del quale però non manca di mettere in risalto le contraddizioni: tanto caste quanto impure, donne misericordiose e devote al Signore, ma allo stesso tempo vampire pronte a castrare il maschio.
La regista americana mantiene una facciata morale impeccabile, dietro alla quale vige una repressione sessuale malata. Desiderio troppo a lungo messo a tacere. Le intenzioni covano nella psiche e si tramutano in pura violenza. 
 
In questa perdita corale dell’innocenza, il punto direzionale sfavorevole fa capolino nel momento in cui la regista smette di ammiccare e di essere ambigua. Fin quando rimangono sirene ammagliatrici (prima parte), uno speziato interesse nasce nello spettatore, al contrario quando le troppe parole riempiono lo schermo (seconda parte), il coinvolgimento diminuisce e lo scontato prende il sopravvento. Ed è il motivo per il quale The Beguiled vale tre stelle, rafforzato anche da un finale un po’ sbrigativo.
 
Il film è arricchito da una meravigliosa fotografia crepuscolare che esalta la messa in scena, anch’essa studiata nel minino dettaglio, che aiuta e celebra i personaggi nel proprio contesto narrativo. Parterre de Roi composto, oltre ai sopracitati Farrell e Kidman, da Elle Fanning (lo scorso anno qui con The Neon Demon di Refn) e Kirsten Dunst (vincitrice come miglior attrice nel 2011 con Melancholia). Complessivamente ben amalgamato ed in grado di dare quel quid in più alla pellicola nel momento in cui le situazioni avvengono troppo in superficie.
 
Anche se con delle sbavature, The Beguiled ci restituisce lo sguardo di Sofia, dopo i discutibili The Bling Ring e Somewhere. Nelle sue donne, nel bene o nel male, troviamo qualcosa di contemporaneo, descritto con profondità. Donne che celano le loro intenzioni e che la fanno in barba al malcapitato uomo di turno.
 
David Siena
 
 
 
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Soltanto un occhio penetrante è in grado di dipingere un quadro dettagliato e suggestivo. Perdersi nell'osservazione di esso può coincidere con l'immedesimazione più aderente.
The beguiled - L’inganno, sembra evocare una situazione pittorica, che nei primi atti da evanescente, acquista gradualmente intensità fino a lasciare col fiato sospeso. A quattro anni di distanza da Bling Ring, Sofia Coppola realizza un film intenso, ben fatto e estremamente curato , stilisticamente lontano dall'ultimo lavoro. La vicenda prende parte in un tranquillo collegio femminile del Sud durante la Guerra civile Americana. La vita delle sei ragazze nel collegio scorre in modo ordinario e costante, ovattata dalle crudeltà della Guerra. Ad occuparsi di loro la direttrice del collegio Miss Martha, donna acuta e pratica, la cui presenza è affiancata dalla più giovane Edwina Dabney, insegnante di francese. Quando un mercenario nordista viene trovato ferito da una delle ragazze, l’equilibrio della mite esistenza nel collegio verrà radicalmente sovvertito. Egli diverrà oggetto di sorpresa e timori, fino a determinare un brusco cambiamento nei rapporti delle fanciulle e delle istitutrici. Presentato allo scorso Festival di Cannes, L’inganno, è un film diretto abilmente, in grado di assumere molteplici aspetti, conducendo lo spettatore in una direzione dai tratti prevedibili, ma non banali. Un ritratto femminile molto asciutto capace di analizzare con grande precisione lo sviluppo e il climax del rappporto tra i due sessi. Sofia Coppola dirige un film elegante e autentico,  contraddistinto da quella perfetta combinazione tra leggerezza ed efferratezza. 
 
 
Giada Farrace
 

Happy End

Lunedì 29 Maggio 2017 13:43
Quando è stata presentata la line up ufficiale del Festival di Cannes 2017 ed è comparso nella lista il nome del due volte vincitore della Palma d’Oro Michael Haneke (Il nastro bianco - 2009 e Amour - 2012), tutto il mondo del cinema avrà pensato che il titolo "Happy End" nascondesse delle Molotov cariche della benzina più infiammabile pronte a squarciare la patina buonista dell’apparenza. L’effetto “Boom” questa volta però è minore. Qui troviamo tutta la cinematografia del regista austriaco, certamente attualizzata, ma sempre spietata. Dirige con mano caustica, ma leggermente meno graffiante rispetto alle sue opere precedenti. Ne consegue un film comunque utile, che vuol essere un’impegnata riflessione sul peso dei social network e delle moderne tecnologie, che invade e smonta la privacy della borghesia, sempre più zoppicante, egoista ed indifferente. Alienazione che si spinge fino alla consapevolezza che non esiste nessun problema rifugiati. Questione estranea a chi pensa che tutto quello che non lo tocca da vicino non esiste. 
 
Oggi. Adesso. Una famiglia benestante è strettamente presa in esame dall’occhio indiscreto della telecamera di un cellulare. Ci troviamo nel Nord della Francia e precisamente a Calais. Il patriarca Georges Laurent (Jean-Louis Trintignant), profondamente in crisi, ha lasciato la propria azienda in mano alla figlia   Anne (Isabelle Huppert) e al nipote Pierre (Franz Rogowski). Un grave incidente all’interno della ditta deve essere ora risolto da queste due neofite e svogliate figure. Gli equilibri della famiglia vengono scombinati anche dal volubile fratello Thomas (Mathieu Kassovitz), che si trova per casa la figlia avuta dal primo matrimonio, dato che l’ex coniuge è ricoverata in ospedale in gravi condizioni di salute. I comportamenti spogli di virtù e di coraggio e le dinamiche (false), che interessano ai membri di questa disomogenea comunità sono l’esempio perfetto della decadenza della borghesia, perennemente insoddisfatta ed infelice.
 
Happy End è scritto e diretto da Michael Haneke. Quest’anno il re delle negazioni, che analizza il mondo sempre per sottrazione, esce a bocca asciutta dal prestigioso Festival francese. 
Per la sua personale e provocatoria ricognizione nell’attuale (e disagiato) ceto medio usa diversi tipi di regia: l’uso diegetico dello smartphone (vedi locandina, icona riuscita che riassume il contenuto del film) è intervallato da riprese statiche e da piani sequenza. Così facendo il regista si avvicina per poi entrare con violento realismo nei contradditori meandri del benessere, convincendo lo spettatore che quello a cui sta assistendo è tutto vero. Il suo è uno sguardo indiscreto e critico sulle attuali convenzioni sociali.
Bravura nel mixare, così da riuscire a trasmettere tutti i significati e farne sentire il peso. Il tutto incorniciato con delirante leggerezza. Un ottimo cinema intellettuale dalla potenza nascosta, che scuote alla distanza. Happy End sembra quasi essere lo spin-off di Amour.
 
Per mettere in scena il cinismo, nei legami umani nel mondo concupiscente dei benestanti, si avvale di un Parterre de rois di attori di primissima fascia. Su tutti, si lasciano mettere a nudo con impressionante bravura, il sofferto ma sempre soprannaturale Jean-Louis Trintignant e l’icona del cinema d’autore made in Europe Isabelle Huppert. Prime donne di un cinema corale, che mette volutamente la narrazione in secondo piano, per dar spazio alle solitudini solitarie, che si spingono da sole verso una drammatica deriva. 
 
David Siena
 

Okja

Mercoledì 24 Maggio 2017 20:38
Lucy Mirando (Tilda Swinton, premio Oscar nel 2007 per Michael Clayton), direttrice dell’omonima compagnia, ha un piano ben congeniato per rinvigorire l’immagine della propria multinazionale. Il suo egocentrismo la porta a sperimentare qualcosa che nessun altro ha mai provato. Sparge in diverse parti del mondo il suo narcisismo: dei baby maialini geneticamente modificati. I teneri animali vengono dati in affidamento e cresciuti da brave persone. Vivono a contatto con la natura ed il benessere giova alla loro salute. Uno di questi diventa l’amico del cuore di Mija (Ahn Seo-hyun), ragazzina della Corea del Sud. Il suo nome è Okja. Dopo dieci anni di spensieratezza e amore fraterno tra i due, la scaltra Lucy ha intenzione di portare, l’ormai enorme maiale, a New York. Nella sede della Mirando Corporation però avvengono strani esperimenti. Mija intraprende un’isolata missione di salvataggio per riportare il suo caro gigante buono tra le montagne della sua amata Corea. Tutto si complica quando gruppi di capitalisti, manifestanti e consumatori vogliono Okja per soddisfare i propri propositi. In questo marasma generale conta solo lo smisurato affetto che lega Mija al ciclopico animale. Sentimento portante del nuovo film di Bong Joon-ho, che nel 2013 ci sorprese con l’intrattenimento filosofico nel suo Snowpiercer. 
 
Okja, in concorso al Festival di Cannes 2017, parte con un piede nella fossa, in quanto produzione originale Netflix, non distribuibile nella sale cinematografiche. Pedro Almodovar, presidente di giuria, ha criticato l’organizzazione del festival, dichiarando che un prodotto non accessibile a tutti è difficile da premiare. Ma il vero problema di Okja è intrinseco nella pellicola stessa. Il film è più adatto ad un passaggio televisivo che al grande schermo. Ed è così che tutto il gran chiasso montato dei media, prima della kermesse francese, si esaurisce di colpo, come un temporale estivo. Okja è un prodotto più modaiolo che riuscito. Risulta pasticciato e poco graffiante. L’interesse mosso intorno al film, nel male, è la cosa che giova maggiormente a questa grande giostra (budget elevato: intorno ai 50 milioni di dollari), che solo nel suo teaser trailer spara i colpi migliori ed invoglia alla visione totale.
 
Bong Joon-ho, va contro l’industria del “All you can eat”, ma la sua è solamente una favola vegetariana ed animalista troppo semplicistica e anche il pepe, che distribuisce sulla pietanza, non riesce a pizzicare a dovere i palati. Fa un passo in avanti ed uno indietro. Si impantana nel contesto narrativo creato. Mette speranza nella sua opera, ma non fa i conti con la realtà: in un’epoca dove l’alimentazione è sempre più esasperata dalla fame di commercio, il potere la vince sempre. Qui l’iconografica ragazzina, che lotta con grinta, è veramente forte e le sue sono sentite intenzioni (il rapporto con Okja invece è delicatamente sussurrato, scritto con vincente sensibilità), ma con se nel finale porta un messaggio globale confuso e poco attendibile. L’idea era interessante, ma la riflessione che ci propone il regista coreano è scadente e piatta. Lancia un messaggio diretto contro l’occidente, ma il suo film è decisamente occidentale, da major quale è Netflix. Evidenza della confusione che alberga nel progetto Okja e di come la bussola si smarrisca svariate volte.
 
Se la parte d’autore porta con se parecchi deficit, quella meramente tecnica (sequenze di azione) è ben realizzata. Supportata anche da un montaggio frenetico, che coinvolge e che fa dimenticare, in quei momenti, le sviste della sceneggiatura (curata dallo stesso Bong Joon-ho, coadiuvato da Jon Ronson). Una menzione di riguardo è dovuta per gli splendidi effetti speciali: il mastodontico maiale è visivamente appagante, incredibilmente vivo ed agilissimo. 
 
E’ nostra consuetudine annunciarvi l’uscita nelle sale, ma Okja rimarrà confinato al solo home entertainment. Per molti dovrà bastare il nostro giudizio critico, che affossa l’ultimo lavoro di Bong Joon-ho. Il suo stile caustico, questa volta, tentenna sotto l’incombente ombra dell’ambizione commerciale. Okja è poco prorompente ed eticamente ambiguo. Anche ai protagonisti (grandi nomi) manca la verve giusta: Tilda Swinton è stranamente sottotono, poco incisiva e sapida, Jake Gyllenhaal (Animali Notturni – 2016), nel ruolo del Dr. Johnny Wilcox, è eccessivamente caricato, al limite del detestabile.
 
David Siena
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