Un sequel che arriva a 20 anni esatti. Potrebbe sembrare un po' oltre tempo massimo per raccontare l' evoluzione della moda ma soprattutto per fare il punto circa il modo di raccontare la stessa attraverso le pagine di una rivista. Nel frattempo, infatti, l'editoria è passata da un lungo tempo in cui ha versato in stato comatoso all' hinc et nunc in cui è proprio defunta. In "Il diavolo veste Prada 2" il focus non sono più i vezzi e le angherie della direttrice di moda più venerata e odiata da tutta la redazione ma una lunga corsa per riportare in vita un paziente dato per morto. L' editoria cartacea, le foto patinate, la scrittura sopra ogni cosa. Un articolo che sia scritto bene, che abbia le giuste fonti non serve più. Quello che conta sono le visualizzazioni, i likes, la viralità. La più grossa fake news vale più della più piccola verità se circola e viene letta, sembra dirci questo sequel. Il film ha sempre la stessa allure glamour di un tempo. Le locations sono sempre da urlo e la parte del leone la fa proprio Milano con il suo Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, la Pinacoteca di Brera, il Cenacolo vinciano sebbene quest' ultimo sia stato ricostruito (ed è giusto che sia stato così) perché Milano è davvero la nuova capitale di un Paese che deve ancora molto alla moda come motivo di orgoglio. Nella trama c' è posto per tanti grandi e chi non compare viene almeno citato. Su tutte le star predomina Lady Gaga. La sua performance si impone al centro di una scena che dice molto di come si intrecci studio, talento, immagine, visionarietà, marketing e iconicità. Perché lei è davvero l' unica artista vivente che sa far riuscire meglio questo mix fra bravura e look perché la moda da sempre va anche a braccetto con lo show business. Nel film è sempre centrale la figura di Andy o Emily a seconda di chi sia il suo interlocutore. È cresciuta, è maturata ma non rinnega le sue origini e le rivendica anche nell' indossare di nuovo, un po' arrangiato e stravolto, quel semplice maglioncino ceruleo pescato nel vascone delle offerte al corner di un market che aveva dato inizio a tutto. Al netto di un film che va visto per quello che è e cioè un racconto leggero per passare due ore di spensierato svago un messaggio vero e profondo lo veicola lo stesso. In un mondo che va veloce e che che rischia di soccombere sotto la lava di un' eruzione che non è prevedibile vale ancora la pena lottare per i propri ideali e cercare di realizzarli con tutti i mezzi (leciti e meno leciti) a propria disposizione. Il cast è ancora la punta di diamante di un film che rimarrà un vero e proprio cult per generazioni e generazioni.
Chi non va in sala per vedere questo nuovo capitolo (si stenta a credere che ci sia ancora qualcuno che non l'abbia visto) non è nessuno proprio come chi non segue i trends e le tips per essere sempre a la page.
Un film che ha un battage pubblicitario enorme. Un marketing agguerrito. Un risultato al botteghino che si preannuncia trionfante. Non è però solo la vittoria della mediocrità ma il giusto stile per raccontare i nostri tempi. Dal 2006 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti e alcuni pilastri che sembravano così solidi sono invece risultati friabili.
Il maggior pregio del film è non fare finta di niente ma documentare, sempre a modo suo, quello che è lo stato dell' arte del mondo del giornalismo oggi. Ne esce un quadro impietoso ma molto vero e questo atto di coraggio va premiato.
Virna Castiglioni