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Visualizza articoli per tag: francesca tulli

Freaks Out

Giovedì 28 Ottobre 2021 21:43
“È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere.” Lo scriveva Philp K. Dick nel 1962, quando non immaginava che nel futuro qualche decade più avanti uno “scellerato” regista italiano, Gabriele Mainetti, assieme al suo storico amico e sceneggiatore Nicola Guaglianone, avrebbero preso alla lettera le sue parole, scrivendo una romana versione de 
“La svastica sul Sole” (seppur non dichiaratamente) dove i protagonisti sono quattro “X-Men” nostrani. Al contrario dei Mutanti protagonisti dei fumetti Marvel, però questi “sfigati” fenomeni da baraccone, sono ben lungi dall’essere l’archetipo degli eroi. Il Circo Mezzapiotta, intrattiene un pubblico di grandi e piccini, proponendo delle singolari attrazioni: Cencio l’albino (Pietro Castellitto) comanda gli insetti (tranne le api che per motivazioni personali “non gli stanno simpatiche”), Mario il clown (Giancarlo Martini) controlla i metalli (si potrebbe definire ironicamente l’anello mancante nel processo involutivo tra Magneto e il Ragionier Fantozzi) e Fulvio il forzuto (Claudio Santamaria), un uomo scimmia polemico e attaccato al “danaro”. La luce del gruppo è la giovane Matilde (Aurora Giovinazzo) una sperduta “Dorothy” (come viene definita nel film stesso) troppo lontana da Oz e dalla sua casa nel Kansas, controlla l’elettricità, creando intorno a sé un vortice di polvere di fata, fatto di lampadine rotte e polvere. La compagnia si scioglie metaforicamente sotto le bombe dei Nazisti, quando il capo e figura paterna per i protagonisti, l’ebreo Israel (Giorgio Tirabassi), esce dall’anonimato per cercare fortuna in America, lasciando il gruppo con la prospettiva di tornare ma venendo poi catturato e deportato. La ragazza, così, prosegue il suo viaggio da sola convinta di essere stata abbandonata e finisce per unirsi alla sacca di resistenza Partigiana del Gobbo (Max Mazzotta), in mezzo ai boschi – i richiami ai “Bastardi senza Gloria” di Tarantino, qui si sprecano -.
Gli altri tre proseguono alla ricerca di un nuovo ingaggio, trovandolo nel grottesco circo gestito da Herr Franz (Franz Rogowski), un esaltato freak nato con sei dita, coperto dal fratello gerarca che nell’ombra escogita piani segreti e malvagi. Tra i fumi delle allucinazioni prodotte dall’etere Franz ha delle visioni del futuro e come nel sopracitato libro di Dick vede i filmati della disfatta nazifascista attraverso una tecnologia ancora da scoprire. Si convince che i freaks siano la chiave per evitarla e si mette alla ricerca di uomini speciali che possano servire la sua causa, uomini che, senza saperlo, stanno camminando nella sua stessa direzione, finendo proprio nella tana del lupo. 
Il film, di produzione Italo-belga, vanta un comparto di effetti visivi notevole. I costumi e gli scenari evocano le giuste atmosfere circensi, complice il patrimonio artistico di Roma, quello naturale di Viterbo e dell’Aspromonte. Nell’esagerazione generale emergono i difetti legati alla stesura della sceneggiatura (il romanesco può stancare e spinto all’inverosimile scadere nel ridicolo) e l’esasperazione di alcune prove attoriali. L’ottima introduzione, così come la coerenza del finale, vengono smorzate purtroppo nella parte centrale dalla lunghezza eccessiva del film (140 minuti complessivi). Presentato alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è una proposta nuova ma sicuramente meno rivoluzionaria, nonostante l’immane lavoro, di “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015) ma altrettanto citazionista e curiosa, a fronte di un budget enorme per l’Italia, si parla infatti di 12 milioni di euro ufficiali che diventerebbero quasi il triplo secondo fonti non ufficiali.
 
Francesca Tulli
 

Ghostbusters: Legacy

Mercoledì 17 Novembre 2021 13:20
Sarà capitato anche a voi di essere “disturbati da strani rumori nel pieno della notte” o di aver provato “un senso di terrore in cantina o in soffitta” una generazione di persone cresciute con il classico film del 1984 di Ivan Reitman saprebbe sicuramente chi “chiamare” per risolvere il problema. Ghostbusters (Acchiappafantasmi) è un rarissimo caso in cui funzionò il connubio tra la comicità demenziale e una storia con elementi soprannaturali di livello. Con un secondo capitolo fatto a pochi anni di distanza (1989, Ghostbusters II) che divenne iconico (grazie al quadro di “Vigo il flagello di Carpazia”) il film divenne quello che oggi chiameremo un “franchise” correlato a tre serie animate e da videogiochi che contribuirono a mantenere vivo il mito. Sorpassando il flop della rilettura al femminile  “Ghostbusters: Answer the Call” del 2016 la sua reale “eredità” vive in Ghostbusters: Legacy” (conosciuto anche come “Ghostbusters: Afterlife”) di Jason Reitman, figlio del regista del primo film, rispettoso dell’originale e al passo con i tempi. Completamente al verde Callie (Carrie Coon) madre single di due figli, la geniale nerd occhialuta Phoebe (Mckenna Grace) e lo sfigato adolescente Trevor (Finn Wolfhard), decide di trasferirsi con la famiglia nella casa ereditata dal nonno mai conosciuto. Un maniero polveroso a Summerville in Oklahoma. Mentre Trevor si invaghisce della cameriera del Drive In, Lucky (Celeste O’Connor) e fallisce nel tentativo di stringere un legame con lei, Phoebe fa amicizia con un ragazzino (Logan Kim) che si fa solo chiamare Podcast per via della sua fissazione per i social networks. Il bel professore della classe di Phoebe Mr. Grooberson (Paul Rudd)  non è solo un pessimo esempio per i suoi ragazzi ma anche un esperto sismologo. Strani fenomeni si verificano in quella cittadina, la terra trema senza apparente motivo e si narrano leggende su “Zappaterra” il nonno dei ragazzi. I protagonisti diventano investigatori. Il film non possidente l'angosciosa inquietudine del remake di IT (2017) né la tristezza velata della  serie “Stranger Things” (2016) eppure ricorda entrambi (anche per la presenza di Finn Wolfhard che sembra aver fatto un balzo generazionale all'indietro, sempre negli “80). La storia procede ad un ritmo lento, con battute superate, comicità esasperata, noia, tinte horror da Piccoli Brividi (la serie di libri per ragazzi del 1992) che aggiungono pesantezza discostandosi dalla ricetta originale di risate e misticismo che teneva in equilibrio il primo non replicabile film. Eppure mantiene una promessa. Alla fine lo spettatore viene premiato. Si “ritorna al passato”: i ragazzi protagonisti giocano con le trappole, con gli zaini protonici, guidano la Ecto-01 la mitica Cadillac piena di gadgets assurdi e quando si ritrovano a spolverare quello che gli è stato “lasciato” come avvenne in Jurassic World (2015, la scena è speculare) ne fanno buon uso. Rivive la leggenda del “dio Gozar il Gozariano” e delle due creature che ne permettono la venuta sulla terra il Mastro di chiavi e il Guardiano di porta, mossi (goffamente) dalla CGI ma realizzati come animatroni con le tecniche tradizionali. Chiamatelo pure “effetto nostalgia” citazionismo, risultato di una ponderata e mutevole operazione di convincimento durato anni per “costringere” affettuosamente Bill Murray ad impugnare gli strumenti del mestiere, chiunque abbia “chiamato” gli Acchiappafantasmi a risolvere gli strani fenomeni nel vicinato e abbia guardato oltre gli occhiali spessi della protagonista con sospetto, esce commosso, davanti  allo scontro finale. Come se alla fine tutti fossimo portati a fare nostro il motto: “Siamo pronti a credere in voi”.
 
Francesca Tulli

House of Gucci

Martedì 14 Dicembre 2021 23:01

Una giovane coppia spensierata viene fotografata a Milano, sullo sfondo di una pandemia mondiale, a Piazza Duomo nel 2020. Sono l’attore Adam Driver e la diva del pop Lady Gaga, si abbuffano di panzerotti e li guarda tutto il mondo. Alcuni (giornalisti imbecilli) pensano perfino ad un vero scoop, ma stanno solo girando un film di Ridley Scott. La vicenda dietro a questa foto è ben più grande: è la storia della moda, la storia di una famiglia attraversata da una disgrazia, la storia di un amore da favola finito nel sangue, la cronaca degli ultimi fasti dei Gucci. Patrizia Reggiani (Lady Gaga) è una segretaria, lavora per la ditta di trasporti di suo padre e come una novella Cenerentola, ad una festa scambia il “principe azzurro” per il barman. Trova un pretesto per parlarci. Lui è Maurizio Gucci (Adam Driver) e la conquista senza averne la percezione: bacia mano, timidezza, galanteria educazione, la ragazza in ben che meno pende dalle sue labbra e sfrutta l’occasione per ballare con lui. Lei trasale a sentire il cognome che porta, si fa sedurre dalla sua gentilezza e intravede due cose: un matrimonio felice e la via per il successo. La favola finisce a mezzanotte, lui sparisce dopo un saluto veloce. Lei con una mossa da “stalker” lo accalappia all’uscita della biblioteca, gli estorce un appuntamento, lo ottiene e tra i due sboccia l’amore. La vita di entrambi viene messa sotto sopra, sotto il severo sguardo del padre di lui Rodolfo Gucci (Jeremy Irons) che, una volta incontrata la fidanzata del figlio, senza riuscire a persuaderlo, lo disereda. Il giovane sceglie una vita di fatica, pur di sposare Patrizia e dopo le nozze tutto procede a meraviglia fino alla comparsa nella loro vita dello zio, Aldo Gucci (Al Pacino) e del cugino Paolo (Jared Leto). Patrizia intravede una svolta che può davvero renderla ricca, incalzata da una cartomante (Salma Hayek), stravolge la vita del marito e della sua intera dinastia. Fin dal principio ci rendiamo conto che le intenzioni del regista non erano quelle di riportare fedelmente un fatto di cronaca nel dettaglio, lo avrebbe altresì fatto con precisione e accuratezza storica, bensì accostare i fatti più salienti della vicenda alla sua interpretazione dei personaggi, Patrizia diventa affascinante ma perfida, Maurizio l’uomo perfetto nonostante sia infedele, Paolo repellente e grottesco (un irriconoscibile Jared Leto), Aldo e Rodolfo,  a metà tra due aristocratici d’altri tempi e i boss di una raffinata organizzazione criminale. Il bel paese si respira nelle location: la Valle d’Aosta, Roma, Milano, i protagonisti nella versione originale si sforzano di omaggiare la lingua con battute volutamente in italiano. Alla base della scrittura c’è il romanzo di Sara Gay Forden, The House of Gucci (2020). La colonna sonora ci propone una ventina di grandi successi. Passiamo da “La ragazza col maglione” (Pino Donaggio) e “Sono Bugiarda” (Caterina Caselli) per poi toccare anche “Ashes to Ahses” di David Bowie. Il film ha avuto una gestazione difficile, dal 2006 allo scorso anno, soffre delle limitazioni dovute alle difficoltà di girare nel 2020 ma mantiene la promessa di raccontare una pagina della storia della moda italiana e alimentare la leggenda dietro ad un cognome tanto blasonato quanto “maledetto”.

Francesca Tulli

Diabolik

Giovedì 16 Dicembre 2021 13:15

Diabolik ha “mille volti” ma sono maschere, non è “un eroe”. È il protagonista affascinante di una serie a fumetti progressista che portò alla nascita del genere “fumetto nero italiano” creato nel 1962 da due donne, Angela e Luciana Giussani, due sorelle milanesi che ne scrissero più di 800 storie.

Sono stati i registi Marco e Antonio Manetti a trovare il favore e l’aiuto nella stesura del soggetto di Mario Gomboli, attuale detentore dei diritti della casa editrice Astorina, per la riduzione cinematografica, dichiarando fin dal principio di voler scrivere non “un film su Diabolik” ma il “film di Diabolik” con tutti i suoi difetti, con tutte le sue sporcature, un ladro che senza “rubare ai ricchi per dare ai poveri” si fa beffa della legge e la fa sempre franca. Siamo negli anni Sessanta a Clerville (le strade di Bologna in questo caso fanno da location), l’ispettore Ginko (Valerio Mastandrea) insegue una Jaguar E-Type nella notte. Di Diabolik (Luca Marinelli) vediamo solo gli occhi, le mani al volante, fugge dall’inseguimento con l’ennesimo trucco di prestigio. La legge è sua acerrima nemica, ha un nascondiglio dietro ad una montagna di cartapesta, si annida nella casa della facoltosa Elisabeth (Serena Rossi), sua ignara amante, usando lo pseudonimo di Walter Dorian. Una vedova, la bellissima Eva Kant (Miriam Leone), torna dall’Africa a Clerville con la sua cospicua eredità. Tesori inestimabili tra cui un diamante rosa, Diabolik deve rubarlo.

Eva è scaltra, conosce gli uomini, si trascina dietro di sé il viceministro Caron (Alessandro Roja), un uomo grezzo che le fa la corte, ma il suo cuore è più complicato. Quando Diabolik si intrufola nella sua stanza d’albergo, la bracca con un coltello e la guarda negli occhi, quello sguardo basterà ad entrambi per accorgersi della loro somiglianza. Tra i due nasce un grande reciproco amore. È nel fumetto numero 3 (1963) che fa la sua prima comparsa Eva Kant, una “Catwoman” nostrana, figlia dell’amore per la filosofia delle autrici (il cognome Kant è un riferimento a Immanuel Kant), il suo ruolo è centrale, mette quasi in ombra il suo partner, che a favore di sceneggiatura in questo film viene interpretato da tanti attori, quelli di cui ruba l’identità. Diabolik con le sue maschere in silicone riesce a simulare altre persone, caratteristica particolare, resa possibile grazie al lavoro di composting di Diego Arciero. Gli effetti speciali di questo film sono tradizionali, ricordano quelli del cinema di Bava (Mario Bava nel 1968 adattò egli stesso il fumetto nel suo film Danger: Diabolik), c’è del posticcio nell'utilizzo di materiali “teatrali” ma che rende tutto assolutamente verosimile. Anche i costumi di Ginevra de Carolis, sono perfetti considerando quanto è difficile rendere credibile un personaggio che esce dai tombini di notte con una tuta nera aderente su tutto il corpo. Le musiche sono di Aldo de Scalzi e Pivio con l’aggiunta di un brano inedito di Manuel Agnelli (“La profondità degli abissi”). Gli attori protagonisti ci hanno rivelato (alla conferenza stampa di Roma) di essersi documentati senza farsi influenzare troppo dalle controparti cartacee, rendendo i personaggi propri, così che Valerio Mastandrea si è convinto che il commissario Ginko “non vuole” davvero prendere Diabolik, perché a detta anche del protagonista Luca Marinelli, entrambi non esisterebbero senza l’altro. È una caccia all'uomo che non termina mai, un classico senza tempo che potrebbe risultare anacronistico per certi versi ma mantiene una purezza di base che può attirare anche un pubblico giovane. Il film si divide involontariamente in due “casi” da risolvere, dà a tratti l’impressione di vedere due episodi di una serie televisiva (inizialmente infatti si era pensato di farlo) tuttavia, nonostante questo porti ad un ritmo altalenante, si riesce a trovare una chiusura, con un classico scontro finale. Ha il pregio di essere negli ultimi dieci anni una dignitosa trasposizione di un fumetto italiano, che si trascina dietro una tradizione che (restando nei confini dell'Europa) non ha niente di meno di quella dei BD francesi e, come un diamante prezioso, ha bisogno di splendere ancora.

 

Francesca Tulli

Spider-Man: No Way Home

Giovedì 16 Dicembre 2021 20:59

È il 1962 quando sull’albo a fumetti “Amazing Fantasy #15” Stan “The Man” Lee e Steve Dikto crearono il personaggio tuttora più popolare della Casa delle Idee Marvel: l’Uomo Ragno, Spider-man. Morso da un ragno radioattivo, dopo aver ottenuto poteri straordinari (tra cui quello di lanciare ragnatele e arrampicarsi) il giovane Peter Benjamin Parker diventa l’eroe del suo quartiere, ironico e sagace con la maschera, timido e introverso senza, si scontra con la sua condizione, cambia la percezione del “supereroe con superproblemi” e fa innamorare cinque generazioni, diventando nel tempo anche un’icona del cinema. Spider-Man: No Way Home di Jon Watts segna una tacca importante nella vita di chi ha seguito le sue storie fino ad oggi. Spider-man (Tom Holland) è stato smascherato, tutto il mondo conosce la sua vera identità, alcuni sono diventati suoi fan, altri gli gettano mattoni alla finestra, la sua popolarità è diventata un vero incubo, anche per il suo migliore amico Ned Leeds (Jacob Batalon) e la sua fidanzata Michelle Jones per gli amici M.J. (Zendaya). I tre ricevono una lettera di rifiuto per l’ MIT, nessuna scuola vuole immischiarsi nelle faccende ultraterrene, Peter da sempre ossessionato dal senso di colpa, si reca dal Doctor Strange (Benedict Cumberbatch) lo stregone che può risolvere ogni cosa, emanando un incantesimo per far dimenticare a tutti la sua identità segreta. Mosso dalla compassione Strange, decide di aiutare il ragazzo, ma l’incantesimo viene compromesso. Sul ponte di Brooklin compare un supercattivo, il Doctor Octopus (riprende il suo ruolo Alfred Molina), ed è solo il primo alla ricerca di Peter Parker ma tutto prende una piega inaspettata quando egli, proveniente da un altro universo, non riconosce il volto dell’eroe. “Da un grande potere derivano grandi responsabilità” e tutti meritano una seconda occasione, il personaggio principale è così tenero da generare simpatia anche nelle sue scelte più infelici. La sua crescita poterà nuova linfa alla continuità dell’MCU. Sulle note del compositore Michael Giacchino, il citazionismo è così pertinente da far dimenticare le ingenuità degli espedienti narrativi che portano al compimento della storia e la soffocante Cgi.  Frutto di una contesa durata anni tra Sony e Disney/Marvel Studios, dopo più di una decade passata a contendersi i diritti per la trasposizione, No Way Home è il premio per la costanza dei fan e il simbolo della pace che le due major hanno risolto a beneficio di tutti. La quadra tra una buona soluzione economica, vantaggiosa al botteghino, e la dolce dedica a chi ha perseverato nella speranza di vedere il più possibile, scegliendo di incentrare tutto intorno ad un bene che non si può comprare: i ricordi.

 

Francesca Tulli

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley

Giovedì 27 Gennaio 2022 12:11
Soffocato dai ricordi, inseguito da un incubo ricorrente, il giovane Stanton “Stan” Carlisle (Bradley Cooper) alla ricerca disperata di un lavoro, si propone come tutto fare al padrone di un circo degli orrori Clem Hoatley (Willem Defoe) una carogna, avida e senza cuore, che nel suo baraccone di “meraviglie” tiene addirittura un povero malcapitato ubriacone disperato come “uomo bestia” e lo nutre di polli vivi, assicurandosi che sopravviva ogni sera alle sue percosse. Stan grazie al suo carisma riesce a trovarsi uno spazio tutto suo. Ottiene una branda su cui dormire dove sembra essere a suo agio nonostante sia circondato da una spettrale serie di feti in barattolo, bambini mai nati, della collezione personale di Clem, tra cui spicca quello soprannominato Enoch, un ciclope da un solo occhio che sembra seguire ogni sguardo. Quando comprende che “l’opera dei poveri” può offrirgli molti di più di spostare pesi e fare commissioni, entra nelle grazie della cartomante Madame Zeena (Toni Collette) e si fa ben volere da suo marito il vecchio Pete (David Stratharin) mentalista in pensione, che ritiratosi dalle scene per scrupoli di coscienza su di un taccuino rilegato in pelle custodisce ancora gelosamente i trucchi del mestiere. Stan dunque apprende come esercitare la telepatia, la chiaroveggenza, la precognizione e l’ipnosi e mostra di avere un talento per l’illusionismo che sfrutta per uscire da ogni situazione spiacevole. I due lo mettono in guardia, giocare con i sentimenti delle persone è pericoloso e ferisce i “gonzi” quanto gli incantatori, e nel tempo per entrambi le conseguenze possono essere disastrose. Tra le tante amenità proposte dal circo, c’è il numero di Molly Cahill (Ronney Mara) la ragazza che riesce a sopportare enormi scariche di elettricità. La giovane cattura l’interesse di Stan, che come in una fiaba, la invita  a ballare sulla giostra dei cavalli sotto la pioggia, promettendole di fuggire con lui alla ricerca di nuove prospettive e di vedere “Il mondo e ciò che contiene”. Il futuro gli riserva lontano dalla povertà la scintillante America dell’epoca d’oro di Roosevelt, dove Stanton popone i trucchi di mentalismo all’alta società e fa la conoscenza della dottoressa Lilith Ritter (Cate Blanchett) una psichiatra diabolica che come lui conosce la crudeltà della vita e la complessità della suggestione. “Nightmare Alley” è la trasposizione dell’omonimo libro del 1946 dello scrittore americano William Lindsay Gresham, il regista Guillermo del Toro appassionato e conoscitore delle sue opere  lo ha scelto come soggetto data la sua importanza storica e culturale nonostante, il tema sia stato abusato nel tempo. Sua la scelta di prediligere un ritmo calmo e disteso (accompagnato dalla colonna sonora di Nathan Johnson) dove non si sente il bisogno di indovinare il finale della vicenda, bensì, quello di conoscere i suoi protagonisti (respingenti) raccontati con minuzia di particolari a fronte di una magnifica scenografia, dove la suggestione è data dalla ripetizione di motivi concentrici (come nelle sue opere precedenti) gli abiti accurati e la peculiare bellezza della mostruosità firma del regista che incanta con ogni suo film il suo affezionato pubblico. 
 
Francesca Tulli

Il serpente dell'Essex

Venerdì 13 Maggio 2022 11:30
 
“Il Serpente dell’Essex” è una serie televisiva britannica per Apple TV+ diretta dalla regista Clio Baranrd adattamento del premiato omonimo libro del 2016 di Sarah Perry. 1892. Una landa di fango, misticismo e credenze popolari. Gli abitanti di un piccola comunità di una contea dell’Inghilterra orientale sono terrorizzati dalla presenza di un mostro che si annida nelle loro teste. Si tratta di un serpente piumato che si manifesta realmente quando i pescatori si spingono troppo oltre, dove la nebbia si nutre delle loro fantasie, alimentata dalle storie del folklore popolare e dalle loro paure più recondite, il mostro (che muta forma) li ossessiona dopo la sparizione di una fanciulla in circostanze misteriose ed un altra serie di inspiegabili eventi soprannaturali. L’intera vicenda ruota intorno a Cora Seaborne (Claire Danes), vedova di un marito violento e  di un matrimonio opprimente, ella spinta dalla ritrovata libertà, accompagnata da suo figlio (stordito dall’apatia) e dalla affezionata serva Martha (Hayley Squires) si mette ad indagare sulla bestia e si reca sul posto, cercando le prove della sua esistenza. Ha l’ambizione di trovare un dinosauro e di poter contribuire al progresso nella branca che si occupa delle conoscenze in ambito naturalistico, ispirata anche dall’ondata di scoperte scientifiche in voga sulla scia degli studi rivoluzionari di Charles Darwin. A farle la corte, un giovanissimo chirurgo arrivista, Luke Garrett (Frank Dillane) che non le toglie mai gli occhi di dosso, nonostante il suo disinteressamento. Lontano dalla sua dimora a Londra, Cora viene presentata al vicario del villaggio, William Ransome (Tom Hiddleston) il pastore ha una moglie angelica, Stella (Clémence Poésy) e una figlia. Egli è molto preparato a rispondere circa la presenza della creatura, in quanto uomo di fede e di cultura, con l'arduo compito di rassicurare i sui fedeli e provare che questo demonio non esiste. I due si confrontano, l’eterno scontro tra religione e scienza si trasforma nel pretesto per cercare di conoscersi a vicenda e li trascina verso una inaspettata passione reciproca. Tra i due si consuma una torbida storia d’amore che poterà Cora e tutte le persone che gli gravitano attorno a sprofondare nell’abisso con lei. I costumi di Jane Petrie ci presentano una protagonista moderna, attingendo da un guardaroba d’epoca semplice ed accurato, la serie è stata girata nel distretto di Maldon.  Il romanzo, è una lettura complessa, ricca di particolari tipici dell’estetica del “sublime” con protagonisti respingenti e lunghe descrizioni perniciose dell’ambiente malsano dove si svolge la vicenda a confronto la serie è una più semplice e fruibile (in accezione positiva) Gothic Romance in sei episodi dove le piccole differenze nella risoluzione dell’intreccio narrativo complice la bravura e l’alchimia degli ottimi interpreti  contribuiscono a stabilire una maggiore empatia con i protagonisti rendendo le tematiche attuali e dando ottimi spunti di riflessione sulla complessità dell’animo umano.
 
Francesca Tulli
 

Spider-Man: Across the Spider-Verse

Giovedì 01 Giugno 2023 22:42
 
Storicamente, l'Uomo Ragno sotto la maschera ha portato tanti volti. Fumetti, animazione e cinema hanno contribuito a rendere sempre vivo e attuale il suo mito da oltre sessant'anni. I due registi statunitensi Phil Lord e Christopher Miller presentano (come scenggiatori questa volta) l'ambizioso seguito di "Spider-Man: Un nuovo universo" che vinse l'Oscar come miglior film di animazione nel 2019. Se il primo era una storia delle origini il secondo definisce un nuovo standard per i film (non solo di animazione) dove convergono una miriade di personaggi senza sacrificare l'efficacia della storia. Su internet vi sarà forse capitato di imbattervi in quel famoso meme dove tre Spider-Man si incontrano. Il concetto di "Ragnoverso" o "Spider-Verse" (quello del titolo “Across the Spider-Verse”) dove tutti gli alter ego dello stesso eroe Marvel si incontrano, si potrebbe riassumere così. Nonostante il mercato sia saturo di film dedicati ai supereroi e di molteplici rivisitazioni dello stesso personaggio i due registi hanno saputo trovare la chiave per utilizzare al meglio la potenza visiva delle immagine per raccontare non (solo) la storia che conosciamo già quella del "morso del ragno radioattivo che conferisce grandi poteri" ma piuttosto senza retorica "le grandi responsabilità" che ne derivano. Al centro della storia, ci sono temi molto importanti: le relazioni familiari, l'incomprensione, l'amore inespresso, Il peso della perdita e quello della solitudine, questi gravitano intorno ai due giovani protagonisti, Gwen Stacy e Miles Morales, gli eredi spirituali di Peter Parker. Spider-Woman, la stessa Gwen, viene accusata di omicidio, dal padre poliziotto che però non conosce la sua identità segreta. Lontana da Miles il suo unico amico, si aggrappa al suo ricordo per motivarsi, immaginando che almeno lui la possa capire. Miles non l'ha mai dimenticata ma i suoi problemi sono di tutt'altra natura: ha paura di deludere le aspettative dei suoi amorevoli genitori, che non conoscono la sua identità segreta. Secondariamente deve conciliare la sua vita di vigilante di quartiere con il suo futuro piano di studi. Sulla sua strada si mette di mezzo un nuovo super cattivo 'la macchia', sottovalutandolo (come lo spettatore) e senza neanche immaginare cosa si sta scatenando, si scontrerà con ben altro. L' animazione è un limite solo per chi ancora non la considera "cinema" o semplicemente per chi non esce dall'ottica che un prodotto animato (specialmente se americano) sia indirizzato solamente ad un pubblico di bambini. Da questo punto di vista questo film distrugge entrambi i pregiudizi con una estetica tridimensionale sorprendente che evoca le pagine di un fumetto e le fonde con la dinamicità dell'azione, indugiando sui colori che accompagnano la completa scrittura dei personaggi. Per quanto un bambino ne possa cogliere l'aspetto 'cool' il film è indirizzato ad pubblico adulto, in grado anche di apprezzare il lavoro fatto sulle citazioni e la nostalgia. Questo lo fa senza le ingenuità di Spider-Man:No Way Home, con il semplice pregio di avere dei personaggi consistenti e con cui si riesce ad simpatizzare dal principio. Al termine della visione si ha la sensazione di aver letto una intera run a fumetti, come tale però non si chiude e lascia sul finale più domande che risposte. Se c'è un solo e unico difetto è proprio il non aver esplicitato (sarebbe bastato un 'parte 2' nel titolo) dal principio che questa porzione di storia avrà la sua conclusione nel prossimo capitolo (in uscita nel 2024 Beyond the Spider-Verse) ci si augura che le aspettative non vengano deluse perché il 'cliffhanger' è voluto per dare respiro alla creatività senza sacrificare nessun aspetto: non avrebbe avuto senso un finale stiracchiato dopo una così bella premessa. Tuttavia per sciogliere una matassa così ben aggrovigliata, ci vorrà molto di più che a liberarsi di una ragnatela.
 
Francesca Tulli

“Ziggy played guitar. Jamming good with Weird and Gilly, the Spiders from Mars” così incarnandone l’alter ego da lui stesso ideato, David Bowie raccontava al mondo (con il brano “Ziggy Stardust”) chi fosse questo affascinante alieno, venuto da Marte sulla terra per esibirsi in pubblico nell’omonimo Tour in 103 concerti, 60 città dal 29 Gennaio del 1972 (Aylesbury) al 3 luglio del 1973. L’ultima tappa (filmata dal regista D.A. Pennebaker) avvenne a Londra sul palco dell’Hammesmith Odeon.

Il figlio del regista, Frazer Pennebaker, oggi ha riproposto (in qualità 4K con audio 5.1) quella giornata straordinaria con il progetto “Ziggy Stardust & The Spiders from Mars: il film” (in Italia a cura di Nexo Digital) per riportarlo cinquant’anni dopo nei cinema di tutto il mondo. Il documento di straordinaria importanza, non è un vero e proprio “film” come suggerisce il titolo, ma una versione inedita del concerto, con la scaletta completa e l’aggiunta (rispetto alla versione precedente) della performance di “The Jene Genie” e la chiusa di Jeff Beck .
Facciamo un salto nel passato: nei (pochi minuti) di dietro le quinte, Bowie, instancabile professionista, è nel suo camerino, con lo staff di truccatrici e costumiste che gli sistema un look già perfetto. Angie, sua prima moglie, ironizza sul suo rossetto e lui risponde sardonico: “Sei una ragazza, che ne vuoi sapere di trucchi”. Il ragazzo di appena 26 anni, sta per incantare un pubblico di 5000 fan scalmanati, con alle spalle l’esperienza degli Stati Uniti e del Giappone, di cui ha assorbito l’essenza, durante il concerto indossa (tra gli altri) un abito striminzito da donna, con un coniglio ricamato , che si dice trovò dimenticato in una vetrina e che, neanche le signore lo volevano, ma lui riconobbe il talento dello stilista Kansai Yamamoto e lo comprò, stringendo poi un’amicizia con l’ideatore con cui nacque una collaborazione straordinaria negli anni a seguire.

Bowie si approccia al palcoscenico non solo come cantante ma piuttosto come attore, racconta delle storie e come tutte, ne scrive l’inizio e la fine. Quel concerto raccontava l’epilogo della brevissima vita di Ziggy, un personaggio vissuto per poco più di un anno che, romanticamente con la canzone “Rock’n’Roll Suicide”, si congedava dal suo pubblico di adoranti con le note che accompagnano i versi: “Gimme your hands cause you’are wonderful”. Il 13 aprile del 1973 Bowie, pubblicherà un nuovo album che avrà il nome di quello che lui stesso definiva lo “Ziggy Americano”  Aladdin Sane, con la celebre saetta sul volto, a testimoniarne il suo lascito, che gli permise una lunga e straordinaria vita consacrata alla sua arte.

Francesca Tulli

Dune - Parte II

Mercoledì 28 Febbraio 2024 11:35
“Lisan al Gaib!” così il popolo nomade dei Fremen, abitatori del deserto, chiama il Messia, giunto per guidarli verso “un pianeta verde” divisi tra chi seguendo una (costruita) profezia vede già questa figura religiosa nel protagonista di questo viaggio, Paul Atreides (Timothée Chalamet) e chi no. Il ragazzo è scappato durante la notte ad un attentato contro suo padre è figlio di un duca e di una sacerdotessa del culto di “streghe” Bene Gesserit, Lady Jessica (Rebecca Ferguson). Dalle pagine del libro di Frank Herbert fino ad arrivare alla trasposizione cinematografica di Denis Villeneuve, Dune rappresenta un testo “sacro” della fantascienza. Di sfondo una guerra di potere tra casate che si contendono il controllo della Spezia, una sostanza stupefacente in grado di prevedere il futuro e permettere un espansione del proprio dominio grazie ai viaggi interstellari. Qui il regista canadese riscrive (in parte) mantenendo le linee guida dell’originale e una forte corrispondenza con il libro, la sua versione del primo tomo e ne fa una trilogia divisa in tre film, il primo nel 2021 (uscito con il titolo omonimo “Dune”)  fungeva da prologo ed ora possiamo vederne lo sviluppo di quella storia in Dune: Parte 2. “La prima parte è un film contemplativo, mentre la seconda parte è un film di guerra epico e infarcito d’azione” così Villenuve ha descritto i suoi film e senza dubbio non ci sarebbe descrizione più appropriata. Nel contendersi il controllo sul pianeta Arrakis dove si svolge questa epica Space Opera, ci sono altre forze in gioco: i crudeli e spietati Harkonnen guidati dal barone Valdimir Harkonnen (Stellan Skasrsgard) e dai suoi nipoti rivali Rabban (Dave Bautista) e il na-barone Feyd-Rautha (Austin Butler). Violenti, succubi della loro stessa sete di potere con la percezione di essere superiori vantano astronavi e armi avanzatissime. Un’altra forza in gioco è l’impero retto dall’anziano Shaddam IV (Cristopher Walken) e sua figlia la principessa Irulan (Florence Pugh) complici anche loro nello scrivere il fato di Paul. A tirare le fila dietro il volere dell’imperatore, la “magia” delle “streghe” del culto  Bene Gesserit senza la quale niente avrebbe lo stesso esito. La vita di Paul però che sembra sembra sempre essere nelle mani di altri viene cambiata da un altra figura, una giovane ragazza guerriera, del popolo del deserto Chany Kynes (Zendaya) per cui inevitabilmente perde la testa. Il regista si è vaso di due stelle nascenti di Hollywood per assicurarsi il favore delle nuove generazioni adattando un romando del 1965, che ha un messaggio terribilmente attuale. Timotée Chalamet e Zendaya hanno diviso il pubblico di affezionati dal principio perché molto diversi dalle loro controparti cartacee e rappresentano l’unico punto potenzialmente debole del progetto. Il film con la sua durata di 165 minuti vanta effetti visivi di livello ed un incredibile comparto sonoro: il verme delle sabbie, una creatura centrale all’interno della narrativa viene pre-annunciato da un profondo rumore prodotto dallo strumento chiamato martellatore, reso in modo eccellente. Dune non sarebbe lo stesso senza la colonna sonora solenne di Hans Zimmer,  che aveva scritto anche le musiche del primo film perché affezionato dall’adolescenza al materiale di partenza. L’intera operazione dietro lo sviluppo di Dune sta lentamente lasciando un segno, come una clessidra che un granello alla volta accompagna l’inesorabile avanzare del tempo, qui voltata, ci riporta indietro alla vera fantascienza e verso il termine della storia che lo consacrerà metaforicamente, come un moderno vangelo, alle nuove generazioni.
 
Francesca Tulli 
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