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Visualizza articoli per tag: disney

Big Hero 6

Venerdì 19 Dicembre 2014 13:46
"Noi siamo nerd che vanno ad una scuola per nerd" così si definisce il team di protagonisti del film d'animazione 3D "Big Hero 6" e questa premessa non potrebbe essere più buona. La Disney omaggia, un omonimo fumetto poco conosciuto della Marvel del 1998 con una rivisitazione strabiliante della vicenda. Hiro (da Hero=Eroe e Hiro=Nome comune giapponese) è un ragazzino di quattordici anni, a cui piace giocare sporco nei combattimenti clandestini tra robot, nella sfavillante San Fransokyo, commistione perfetta tra le due metropoli che ne compongono il nome- Tadashi suo fratello maggiore, è un genio della progettazione, dedito al bene comune e alla creazione di Baymax un operatore sanitario personale robot, rivestito da  una soffice pancia gonfiabile. Progettato per essere "rassicurante e coccoloso" Baymax è tondo, tenero, goffo, lento nei movimenti (almeno senza preparazione "atletica") è un capolavoro di gentilezza artificiale ed è l'amico che tutti i bambini vorrebbero, senza nulla togliere agli altri sei eroi in carne ed ossa che strizzano l'occhio a grandi dell'animazione giapponese (come Osamu Tezuka, Matsumoto e Toriyama) e classici della fantascienza americana come Tron e Iron Man (ma il più speciale resta Fred il capellone del gruppo e la scelta del suo costume da Kaiju anni 50). Questi riferimenti di genere, potrebbero essere troppo specifici per chi non è della materia ma il film è davvero "per tutti". La trama è classica ma ben strutturata, c'è un nemico comune che indossa la maschera del teatro Kabuki, apparentemente facile da "smascherare", e un gruppo di eroi "per caso" ma la vera forza del film sono gli equilibri tra le emozioni che suscita in un pubblico non troppo giovane o adulto c'è il dramma, la tenerezza, la rivincita del più (apparentemente) debole, fa sentire il calore della  forza di un abbraccio quando tutto sembra perduto, commuove, fa riflettere, e al momento giusto ridere. Il team di registi Don Hall e Chris Williams, con il supporto degli animatori di  Ralph Spacca Tutto e Frozen, riescono a superare i due precedenti lavori di successo, creando una storia più complessa e matura, se le principesse di Arendelle Elsa e Anna, incarnavano l'archetipo dell'amore tra sorelle, questo approfondisce quello tra fratelli, senza  però sprecare nessuna occasione per esigenze di copione, di Ralph ne conserva il valore citazionistico (il film è The Avengers incrociato con Totoro e mille altre cose) e a questo proposito, non lasciate per nessun motivo al mondo la sala fino alla fine dei titoli di coda.
 
Francesca Tulli
 

Into The Woods

Lunedì 30 Marzo 2015 11:08
Into The Woods è un musical teatrale scritto da James Lapine e musicato da Stephen Sondheim nel 1986, basato sul libro “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim, una favola disincantata dove gli esisti dei finali classici vengono stravolti dalla bramosia dei protagonisti e riscritti da capo. La versione cinematografica di Rob Marshall con il marchio Disney ne conserva la bellezza musicale ma talvolta ne tradisce il senso. C’era una volta una strega, un mugnaio e sua moglie (James Corden e Emily Blunt), la coppia desiderava tanto un figlio, ma su di loro la perfida a buon ragione lanciò una maledizione. Dissipati i vecchi rancori e desiderosa di ottenere l’eterna giovinezza in cambio, la vecchietta promette ai giovani di dargli ciò che desiderano e di spezzare l’incantesimo a patto che da soli riescano a trovare quattro oggetti magici dentro al bosco: un mantello rosso, una scarpetta dorata, dei capelli color del grano e una mucca color del latte. E’ facile immaginare quali personaggi incontreranno. Cappuccetto Rosso è una pestifera ladra di dolci, Cenerentola una ragazza disillusa che avrebbe fatto meglio a fuggire per sempre dal ballo, Rapunzel nella torre inganna la solitudine incontrando clandestinamente il  suo amore, Jack munge il suo “mucco” con amore in attesa di trovare i fagioli magici, il lupo cattivo è Johnny Depp che per dieci minuti fa il suo show canoro e poi lascia gli spettatori.  La vera diva è Meryl Streep, nominata all’oscar come migliore attrice non protagonista per la parte della Strega, che porta meravigliosamente i suoi anni. Il regista, che aveva dato il meglio di sé adattando il musical Chicago (vincitore di sei oscar nel 2002 tra cui quello per miglior film), sembra essersi perso dentro al bosco, forse ancora “ammaliato” dalle sirene del suo quarto dimenticabile capitolo dei Pirati dei Caraibi:Oltre i Confini del Mare. Il compromesso di rendere una favola nera un prodotto per famiglie ha reso troppo ingenui i protagonisti azzerando le colpe per i loro insuccessi. La Cinderella live action di Kenneth Branagh (stessa casa di produzione e anno di uscita) ha restituito al cinema la capacità di trasportare un classico delle fiabe con onestà, senza sporcature da new generation, in cui le principesse si trasformano in eroine ammazza draghi. Al contrario Marshall ritorna un passo indietro in un film dove la confusione tra la dura morale della vita e la parodia si fondono in adattamento buono per metà e imbarazzante sulla conclusione. Nel corso degli anni novanta diverse case di produzione con relativo sfoggio di cast stellato (da Robin Williams a Danny DeVito) hanno rinunciato a questo adattamento, nel 1994 sembrava cosa fatta con la Jim Henson company, fino all’arrivo della decisione finale del 2012 di affidarlo all’impero Disney. Tre nomination all’Oscar, tre ai Golden Globes, ma nessun premio neanche quello per i costumi che hanno il pregio di essere tessuti con materiali inusuali. Il vero problema di questo titolo  è Il target : il film è tagliato a misura di bambino, ma il musical originale non lo è, è volutamente ambiguo, le canzoni sono ricche di riferimenti sessuali impliciti e la critica all’agire degli adulti non è fra le righe ma schiacciante. Come dichiara l'ultimo brano “Bisogna fare attenzione a quello che si racconta ai figli perché i figli ascoltano” così, cercando di tornare bambini e guardando la fiaba senza pregiudizi, si resta perplessi. 
 
Francesca Tulli
 

Zootropolis

Mercoledì 24 Febbraio 2016 09:39
Criminalità organizzata, intrighi di potere, sostanze stupefacenti, no non state leggendo la recensione di una nuova serie di Breaking Bad, questi sono solo una parte dei pericoli che dovrà affrontare la coniglietta poliziotto Judy Hopps protagonista di Zootropolis, il nuovo film d’animazione digitale di casa Disney. In un mondo ideale, popolato da soli animali (antropomorfi), dove carnivori ed erbivori vivono in armonia e i diritti sono uguali per tutti, Judy sfida le convenzioni e, nonostante sia la prima della sua specie, coltiva il suo sogno di diventare una garante della legge partendo dalla campagna sogna Zootropoils, la capitale dove tutto è possibile. Giunta finalmente nella metropoli Il suo carattere e il suo sudato distintivo sembrano non compensare le sue dimensioni ridotte: i suoi colleghi sono grandi e grossi, il suo capo, il capitano Bogo, è un bisbetico Bufalo che le affida la mansione di ausiliario del traffico, la sua vita sembra meno eccitante di quello che si auspicava fino all’incontro con la volpe scapestrata Nick Wilde (secondo gli antichi pregiudizi di suo padre, il suo “nemico naturale”), il “Robin Hood” che le sconvolgerà la vita. La trama si infittisce: sparizioni, misteri, mafia, casi irrisolti sotto trame ben studiate degne di un adulto poliziesco (strizza l’occhio a “48 Ore” e molti altri film di genere) a misura di bambino. I registi Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush (dietro alla regia rispettivamente di “Rapunzel”, “Ralph Spaccatutto” e “Big Hero 6”) sfruttano con intelligenza i temi più attuali di sempre. La favola spiega con delicatezza come nascono i pregiudizi, come la discriminazione e la strumentalizzazione dei media possano minacciare l’utopia di una società ideale (Zootopia è il titolo originale della pellicola) e fa capire l’importanza di permettere gli stessi diritti a tutti. Gli autori hanno visibilmente studiato ogni dettaglio. Ogni animale metafora del mondo umano trova il suo posto nella gerarchia sociale, il leone è sindaco, i criceti sono ordinatissimi impiegati, i topi fanno i muratori, le gazelle le pop star e così via… Vi lascio immaginare a quale specie sia stata affidata la burocrazia all’interno degli sportelli della motorizzazione. Esilarante. La città è una sapiente fusione di monumenti di tutto il mondo (ci hanno svelato i registi in visita a Roma per la promozione del film). Se in “Big Hero 6”, la città di San Fransokyo era una commistione facile da riconoscere, a Zootropolis ci sono monumenti che ricordano Parigi, Firenze, Tokyo, Shangai, New York, il Bronx e una miriade di altre combinazioni da scoprire. La colonna sonora di Michael Giacchino è un mix di pop culture che prende in prestito note da Elvis Presley e arriva alla collaborazione con Shakira che è già in classifica con Try Everything. Un thriller alla portata di tutti forse il primo che molti bambini vedranno, condito di amicizie improbabili e valori sociali, raro nella sua categoria. 
 
Francesca Tulli

Ave Cesare!

Mercoledì 09 Marzo 2016 11:32

Ave Cesare! Dei fratelli Ethan e Joel Coen è un fantastico dipinto della realtà dietro alla cinepresa. Nella florida America degli anni 50 il produttore e regista Josh Broline (Eddie Mannix) di una grandissima casa di produzione (che potrebbe essere la Disney come la Warner Bros) cerca di fare il film perfetto. Si convince di poter realizzare un kolossal alla Ben-Hur su Gesù Cristo senza offendere nessuna religione presente negli Stati Uniti con l’attore più in voga del momento nei panni di un antico romano redento Baird Whitlok (George Clooney). Tutto procede a meraviglia fino a quando Whitlok viene rapito. Per gli altri registi ignari, alle prese con i propri film lo show deve continuare: Laurence Laurentz (Ralph Fiennes) di cui è difficile anche pronunciare il nome, costringe nei panni di un damerino una stella nascente del Western Hoby Doyle (Alden Ehrenreich) ottenendo pessimi risultati. La star casta e pura dei Musical DeeAnna Moran (Scarlet Johansson) è in realtà una donna dissoluta a cui bisogna trovare un marito per nascondere una gravidanza indesiderata. Burt Gunney (Channing Tatum) è potenzialmente perfetto sa ballare cantare (e recitare!) ma lo considerano solo per ruoli frivoli. Tutto questo chiacchierare viene mediato dalla stampa, qui rappresentata da due sorelle gemelle, Thora e Thessaly Thacker entrambe interpretate da una deliziosa Tilda Swinton. Le musiche di Carter Burwell distendono l’intreccio, la fotografia è brillantemente condita dal make up sfarzoso tipico degli anni rappresentati. I registi attualizzano gli anni 50 e ripropongono le stesse dinamiche che chiunque nel mondo del cinema si ritrova davanti da secoli. Gli sceneggiatori sono fondamentali ma sono messi sempre in secondo piano, il pubblico vede quello che vuole vedere, i registi hanno molteplici interessi ma sono consapevoli delle responsabilità che hanno. La finzione è vera, fuori come dentro al film. Indigesto per tanti versi, cervellotico e confusionario per altri è stato ignorato agli Oscar e frainteso da una stragrande maggioranza di pubblico. E’ cinema dentro al cinema, un circo di giostranti incapaci che crea sogni e elude speranze. Un omaggio vestito da parodia, dove l’amore per questo mondo è sentito quanto criticato.

Francesca Tulli

Il cacciatore e la regina di ghiaccio

Lunedì 04 Aprile 2016 14:24

Il primo film di questa saga, Biancaneve e Il Cacciatore (di Rupert Sanders, 2012), è una rivisitazione abbastanza imbarazzante della fiaba con protagonista Kristen Stewart di Twilight, nei panni di una  Biancaneve in armatura, che incantava gli animaletti in CGi e inciampava su ogni ramo del bosco. Il cacciatore e la Regina di Ghiaccio del regista esordiente Cedric Nicolas-Troyan, sequel e allo stesso tempo prequel del precedente, svincolato dall'ombra ingombrante della favola originale, è un soggetto nuovo, un fantasy per adolescenti che ammicca ad altri classici, decisamente più riuscito. La crudele Regina Ravenna (Charlize Theron) era stata sconfitta, dopo un lungo periodo di pace il suo specchio magico (quello delle sue "brame") torna a esercitare il suo oscuro potere e viene rubato. Sarà compito del buon cacciatore Eric (Chris Hemsworth) in compagnia di due nani (non sono più sette ma ci sono) recuperarlo in una lunghissima quest per i boschi. Durante una rissa da bar, quando il cacciatore sta per avere la peggio, una misteriosa donna viene in suo soccorso, Sara (Jessica Chastain) un'altra "cacciatrice" addestrata fin dall'infanzia insieme a lui nell'esercito personale della Regina di Ghiaccio Freya (Emily Blunt). I due, legati dal destino, hanno ben più dei ricordi di infanzia in comune. Al centro della vicenda c'è il lato oscuro del rapporto fra sorelle, l'invidia e la gelosia, quello che manca nel Frozen della Disney, a cui questo film strizza l'occhio più di una volta: quando la regina di ghiaccio entra sulla scena è impossibile non pensare alla canzone "Let It go". La camminata regale, l'abito imponente, il castello, i suoi poteri sono riconducibili ad una versione dark della Elsa amata dai bambini, sembra infatti che il figlio di Charlize Theron durante le riprese abbia detto a sua madre "mamma non sederti sul trono di Elsa" e questo la dice lunga. Chris Hemsworth con i capelli lunghi conserva il look vincente di Thor, il dio nordico che lo ha reso celebre nei cinemacomic della Marvel, e brandisce la sua ascia da cacciatore come il martello Mjolnir. Colleen Atwood, la costumista di moltissimi film di genere (spesso coinvolta nei film di Tim Burton) dà il meglio di sé nell'opulenza dei costumi delle donne: pietre, argento e dettagli finissimi, piume che sembrano scaglie d'oro, una goduria per gli occhi. Lo stesso merito ce l'ha Enzo Mastrantonio, il famoso make up designer di numerosi film e serial Tv italiani e internazionali  ( innumerevoli da Montalbano e Gomorra-la Serie a Moulin Rouge!  Titanic e Avengers: Age of Ultron ). Il dipartimento artistico ha plasmato (in computer grafica) delle creature inusuali, una bella sfida ad altri film con pretese ben più alte come (l'orrendo) Maleficent della Disney, nonostante molte delle persone coinvolte siano le stesse. L'intera pellicola è una eco dei miti nordici e di film già visti, azzardando un paragone esagerato, gli appassionati penserebbero a Labyrinth (1987) se gli descrivessero un fantasy dove c'è una ragazza di nome Sara che viene spiata attraverso gli occhi di un gufo, cercando la città dei Goblin, ma è proprio per questo gusto retro che, spostandosi dalla fiaba riveduta e corretta per adolescenti, fa acquistare a questo film l'aspetto di una avventura per ragazzi senza pretese ma di ottima fattura. 

 
Francesca Tulli

Oceania

Giovedì 22 Dicembre 2016 10:53
Piccola, arruffata nei suoi capelli ricci, incantata dai racconti della sua nonna pazzarella, Vaiana intenerisce il pubblico al primo sguardo. Ron Clemets e John Musker navigatori esperti dell'animazione Disney, autori di Aladdin (1992) e della Sirenetta (1989). Tornano a dirigire le acque incantate dell'oceano in CGi, con un occhio sulle avventure di questa piccola eroina avventata. Il "malvagio" Maui, semidio trasformista che può assumere fattezze animali, ha rubato il cuore alla dea della terra. Vaiana figlia del capo villaggio scelta dal destino, si convince di affrontare l'imminete carestia causata da questa catastrofe, cercando una soluzione oltre il Riff di cascate, dove nessuno si era mai (fino a prova contraria) spinto prima. Vaiana è l'eronia femminile che rispetta i canoni della donna imbattibile, che ora fa presa sul pubblico. Dolce e un po' svitata vive questa Odissea con eccessiva tranquillità, ma fa la conoscenza di personaggi variopinti, rubati a alle atmosfere di "Alla ricerca di Nemo" (2013). Colpisce la qualità grafica del prodotto, solo 5 anni fa, hanno confessato i registi  durante la conferenza stampa, non sarebbe stato possibile animare l'oceano con queste possibilità, nonostante i criteri per realizzare l'acqua siano gli stessi di 27 anni fa: calcolare trasparenza, tonalità di colore e fluidità. La colonna sonora di Mark Mancina ci trascina nel mood e la voce “cantata” di  Vaiana in italiano è di Chiara Grispo, giovanissima sfornata dalla fabbrica di Amici 15. I rimandi musicali però strizzano l'occhio  anche al passato, il granchio Tamatoa, canta un inno a  ciò che  “brilla” ("Shiny") firmato da Lin-Manuel Miranda dichiaratamente ispirato (nella versione originale) al sound di David Bowie. Nota di stra merito, all'utilizzo della animazione tradizionale sui tatuaggi “senzienti” di Maui, che si muovono sul suo petto come i vasi greci nelle coreografie di Hercules (1997). Ci si domanda sempre perché i comprimari svolgano un ruolo importante ma non troppo per dare spazio a eroine femminili troppo piene di sé, e il dubbio resta. La forza di Moana però è nel cantato, nelle atmosfere tropicali, nel bisogno di contatto con la natura che ci fa inevitabilmente arrivare, fare un salto ai tropici a dicembre forse sarebbe troppo ambizioso per molti di noi, ma si esce dalla visione piacevolmente riscaldati da un sole digitale.
 
Francesca Tulli

Coco

Mercoledì 27 Dicembre 2017 18:40
Parlare della morte ai bambini è difficile, talvolta parlarne con gli adulti è ancora più arduo. Ci sono riusciti Lee Unkrich e Adrian Molina i registi di Coco, l’ultima strabiliante fatica nata negli studi di animazione digitale Disney Pixar. Nella famiglia del piccolo Miguel Rivera la musica è stata bandita, per una vecchia faida familiare. Tutto procede per il meglio nella tranquilla città di Santa Cecila in Messico e mancano pochi giorni alla ricorrenza del Giorno dei Morti, dove i defunti che non sono stati dimenticati, possono scendere sulla Terra a visitare i vivi. Miguel a dispetto di tutti, armato di chitarra di legno coltiva la sua segreta  passione per la musica e in particolare per Ernesto della Cruz, a suo dire il più grande cantautore mai esistito. Solo lo spelacchiato cane di strada Dante (il suo nome non è casuale ma niente paura non gli accadrà niente di brutto, non stiamo parlando di un film di Tim Burton!) assiste alle sue esercitazioni da autodidatta. Si presenta l’occasione di un talentshow e Miguel si affida ai suoi antenati per tentare l’impossibile. Una cascata di petali colorati lo trascina nel regno dei morti, dove c’è solo gioia e nostalgia della vita, uno specchio di felicità dove gli unici a soffrire sono le anime dimenticate. Tra di loro Hector, uno scioccato scheletro che sembra disposto a tutto per tornare dai suoi cari durante la festa del “Dìa De Los Muertos”. A dispetto di una trama apparentemente semplice (capace di parlare anche ai bambini) l’intrigo rivela molti colpi di scena e la pellicola commuove, senza mettere tristezza. Dove la famiglia non ti sostiene, la comprensione passa per il compromesso, i tuoi sogni vengono distrutti prima di potersi realizzare, la forza per andare avanti la puoi trovare da solo. Un insegnamento che arriva dritto al cuore, senza falsi sentimentalismi. Il concetto di famiglia viene allargato mettendoci davanti alla consapevolezza che forse tra i nostri avi, qualcuno che abbiamo conosciuto solo tramite i racconti e le fotografie, ci avrebbe capito. lo studio della scenografia è curatissimo frutto di un viaggio in Messico, da parte della produzione e  la visione dell'aldilà, della città affollatissima di chi è passato (realmente) a miglior vita è assolutamente laica, senza riferimenti religiosi, se non storico culturali. La tradizione Messicana diventa uno strumento per parlare a tutti. Lo stesso espediente era stato affrontato nel film d'animazione Il libro della Vita (2014) di cui Coco non è la copia carbone. La musica è la vera protagonista del film, è veicolo di immortalità. A firmarla è Michael Giacchino (che si conferma uno dei più grandi compositori di colonne sonore di questa generazione). L’edizione italiana è ben curata. Michele Bravi il cantante nostrano vincitore della settima edizione di X-Factor italia, canta la versione del tema principale “Ricordami” nei titoli di coda, e Mara Maionchi, giudice dello stesso talent, messa alla prova come doppiatrice, farà scendere una lacrima anche ai più duri di cuore, nella sua interpretazione di un personaggio definito da lei stessa“ più vecchio di lei”.L'arte la fa da padrona, con la bendizione degli eredi di Frida Kahlo (lo abbiamo chiesto al regista Lee Unkrich, durante la conferenza stampa). Dove l’amore è l’unica forza, oltre la verità, oltre la tradizione, oltre l’oppressione e le frontiere possiamo tranquillamente prevedere, che in un mondo giusto, il premio Oscar per il miglior film di animazione di quest’anno lo abbiamo già trovato. 
 
Recensione di Francesca Tulli

Nelle Pieghe del Tempo

Giovedì 29 Marzo 2018 12:17
Per alcuni la fisica quantistica e la magia hanno una stretta correlazione. Scomparire tra le pieghe del tempo e finire chissà dove, è un concetto simile alla fantasticheria che finendo dentro un buco nero, si possa raggiungere un regno incantato, come quello oltre l’arcobaleno de “Il mago di OZ” (1939). “Le pieghe del tempo” è un romanzo pubblicato nel 1963, della scrittrice statunitense Madeleine L’Engle (scomparsa nel 2007) criticato inizialmente per essere stato definito "troppo diverso". Nel 2003 la Disney cercando come da tradizione nelle storie del passato temi attualissimi per sviluppare un adattamento cinematografico produsse il liveaction  “Viaggio nel mondo che non c’è” adattamento dello stesso libro che oggi ha riproposto con la regia di Ava DuVernay mettendo l’accento sull’importanza di avere un cast prevalentemente al femminile. Meg Murry (Storm Reid) è una bimba emarginata, nella sua scuola, soltanto Calvin (Levi Miller) il più carino della sua classe, sfidando le oche che la prendono di mira, è pronto a difenderla. Meg è figlia di due menti brillanti, suo padre, il fisico Alexander Murry (Chris Pine) è scomparso in seguito ad una sua ricerca per arrivare ad altre dimensioni attraverso le “pieghe del tempo”. Convinta che non sia morto, guidata dal suo fratellino adottivo Charles Wallace (Deric MacCabe) incontra tre donne misteriose che possono aiutarla, la signora Cos’è (Reese Witherspoon) stramba e apparentemente antipatica, la signora Chi (Mindy Kaling) dolce e premurosa (peculiare perché si esprime solo attraverso citazioni storico letterarie) e la signora Quale (Oprah Winfrey) una vera leader. Tutte e tre hanno abiti straordinari, eccentrici e bislacchi, una vera sfida per il costumista Paco Delgado (lo stesso di Les Misérables 2012 e The Danish Girl 2015) che guarda sia alla moda che al passato dando a Oprah il trucco probabilmente ispirato a quello di Bowie in Labyrinth (1986). L’avventura porta a scenari originali e variegati potenzialmente interessanti. Dove però i dettagli scintillanti hanno dato carattere e appeal alla pellicola, la fotografia e l’abuso di CGI, seppur di notevole qualità, hanno finito per rovinarla. Le tre protagoniste che trainano la prima metà del film sono state poco sfruttate nella seconda parte e nonostante il cast stellare sfortunatamente nello sguardo dei due attori principali manca il (vero) stupore per la meraviglia e per l’avverarsi dell’impossibile. I due piccoli eroi riescono a fare tutto senza farsi troppe domande, davanti alle insidie proseguono senza alcuna difficoltà reale, portando il trionfo del bene sul male ad un livello di incredulità difficile da elaborare. Tuttavia la pellicola è innocente come il pubblico di bambini e bambine a cui è destinata, meglio se interessati alle materie scientifiche e promuove dei modelli femminili forti e encomiabili.
 
Di Francesca Tulli           

Il Ritorno di Mary Poppins

Giovedì 20 Dicembre 2018 10:58
Nel film del 1964, Mary Poppins, aggrappata al suo ombrello magico, faceva il suo ingresso nel pantheon degli immortali lungometraggi Disney, Walt in persona dopo altri 4 tentativi di portare al successo un film con tecnica mista, si premurò di seguire la produzione, riuscendo nell’impresa. La “tata perfetta” protagonista dei romanzi di Pamela Lyndon Traves, mostrava un modello di donna irreprensibile, dolce e premurosa, non c’era nulla che la sua borsa magica non potesse contenere, una figura che ha incantato cinque generazioni. A distanza di cinquantaquattro anni la casa di produzione ha affidato al regista e coreografo statunitense Rob Marshall l’arduo compito di dirigere un seguito, che fosse al passo con i tempi e allo stesso tempo specchio dell’originale. La trama fa riferimento al vero seguito del romanzo “Mary Poppins Ritorna” del 1935 (che ebbe uno scarso successo editoriale) e si ambienta nuovamente a Londra, vent’anni dopo durante la Grande Depressione del 1930. Il fu “piccolo” Micheal Banks, ora è un uomo adulto (Ben Whishaw), un pittore fallito che lavora come impiegato per la Banca di Credito, vedovo con tre figli, la sorella Jane (Emily Mortimer) attivista per i diritti dei lavoratori non ha smesso di sostenerlo in ogni cosa. Michael indebitato rischia di perdere la casa, la storica dimora in Viale dei Ciliegi 17, e solo il perduto certificato di validità delle azioni lasciate da suo padre potrà salvarlo da questa sfortunata situazione, senza scrupoli il direttore della banca il Signor Wilkins (Colin Firth) aspetta di incassare il suo sporco denaro. Nello sconforto, e con l’essere diventati adulti i Banks sembrano aver dimenticato la loro magica infanzia, trascorsa con la tata portata dal vento dell’est. I figli di Michael, la maggiore Annabel, il fratello John e il piccolo Georgie, cercando di aiutare il padre come meglio possono senza perdersi d’animo, fino a quando, nel momento più disperato in loro aiuto, piove dal cielo Mary Poppins giovane bellissima e risoluta (Emily Blunt) a portare i suoi prodigiosi consigli.  Cercare di fare un confronto tra le doti canore di Julie Andrews (la storica interprete di Mary Poppins) e quelle di Emily Blunt sarebbe impossibile, la seconda ne resterebbe sconfitta in partenza senza nulla toglierle, possiamo però elogiare l’adattamento e il doppiaggio italiano del primo film e discutere su quello del nuovo, che si sforza di raggiungere il senso della lingua madre, e non sempre riesce nell’impresa. Con le musiche di Marc Shaiman e Scott Wittman il regista, senza toccare mai il famoso “Supercalifragilistichespiralidoso” ha fatto tesoro delle sue precedenti esperienze con i musical, nonostante il peso dell’impresa ha giocato sull’effetto sorpresa, inserendo citazioni, vecchie conoscenze, cameo d’eccezione, sequenze pregevoli d’animazione classica con tecnica mista, una CGi di supporto non troppo invasiva e un personaggio bislacco interpretato da Maryl Streep (con cui aveva precedentemente lavorato a “Into The Woods” 2014). È tiepido per chi è cresciuto con il classico ma non irrispettoso. Al posto degli spazza camini, gli “Acciarini” Jack uno di loro (Lin Manuel Miranda) è l’adulto che non ha mai smesso di credere. Lontanissimi da “Saving Mr. Banks” (2013) che raccontava una commovente seppure romanzata, genesi del film con Tom Hanks nei panni di Walt Disney, questo “Ritorno di” come promette il titolo sa di sequel di altri tempi, piacerà agli adulti ed è adattissimo al pubblico di bambini a cui è dedicato.
 
Francesca Tulli
 

Ralph Spacca Internet

Venerdì 04 Gennaio 2019 12:55
Viviamo in un mondo dove le persone si “incontrano in chat” “comprano su Amazon” e si “perdono su Google” non c’è da stupirsi che Phil Johnston e Rich Moore, premiati registi dello studio di animazione 3D della Disney abbiano deciso di ambientare il seguito di Ralph Spaccatutto (2012) “su internet” immaginata come una enorme metropoli “reale” dove dati e persone scambiano interazioni di ogni genere. I protagonisti visti già dal primo film, sono i personaggi dei videogames Arcade di una vecchia sala giochi, che a chiusura si incontrano in un limbo dove tutti possono avere la loro piena libertà. Ralph è un ragazzone dolce e buono, nonostante il suo compito sia spaccare i muri di pixel nel gioco di Aggiustatutto Felix (un muratore mingherlino sempre allegro) Vanellope von Shweetz peperina e vivace è la migliore pilota di corse su Candy Rush, un simulatore dove i tracciati sono fatti di zucchero e caramelle. I due sono amici per la vita. Il gioco della piccola rischia di essere smantellato, per via del manubrio rotto accidentalmente, “dall’alto” ricevono l’informazione vincente; l’unica speranza è di riuscire a vincerlo su “eBay” per questo senza perdersi d’animo e senza neanche avere la minima idea di cosa sia “eBay” Ralph e Vanellope decidono di entrare nel web e davanti a loro si estende un vero e proprio mondo di possibilità incredibili, dove però si annida anche il pericolo, finiscono nei guai quando si mettono contro la banda di Shank, la bellissima protagonista di un gioco di corse online dove tutto è permesso. Lo scenario è incredibile, durate la loro visita in Italia per la conferenza stampa, abbiamo chiesto ai due registi come fossero arrivati a tanto, ci hanno raccontato che dietro alla costruzione di questo mondo gli animatori hanno preso a riferimento le mappe delle capitali più antiche, considerando internet come una città stratificata come Roma, Vienna e Istanbul, dove il moderno convive con la storia. Non c’è da stupirsi che a dare informazioni per Google ci sia un omino con il Tocco in testa che si occupa di fare “le ricerche” e che banner pubblicitari e spam siano omini verdi e mostriciattoli, uno di loro, J.P. Spamley è per ironia, nella versione italiana, doppiato da Salvatore Aranzulla, il genio informatico che ha scritto un blog per aiutare gli utenti a trovare sempre una soluzione ai propri problemi. Un altro fenomeno che viene messo in luce è quello di YouTube, una vera e propria rete streaming dove il pubblico fa critiche spietate, senza immaginare cosa ci sia dietro alla faccia del protagonista di un video virale. Ricco di citazioni di ogni tipo, Disney non poteva esimersi da far comparire le proprie star per eccellenza, le principesse in un cameo memorabile, la responsabilità degli autori è stata quella di farle comparire tutte il giusto tempo, è stato a detta dei registi, come dover far incontra nella stessa stanza Marilyn Monroe, Judy Garland e Anita Ekberg, e ci sono riusciti: come ci si aspetta dalle dive rubano la scena. Ralph è in definitiva uno specchio perfetto della “realtà virtuale” in cui tutti, grandi e piccini possono ritrovarsi, dove i sentimenti restano reali. 
 
Francesca Tulli