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Il racconto della resa dei conti dopo l'orrore della Seconda Guerra Mondiale che ha visto lo sterminio del popolo ebraico ad opera di Adolf Hitler che, con i suoi sodali, organizzò e mise in atto quello che negli atti ufficiali compare come "soluzione completa" mentre è evidente che venne interpretata come "soluzione finale" alla questione degli ebrei. Sulla scena si muovono personaggi tutti ben caratterizzati che sono funzionali per rendere il più possibile dettagliata la ricostruzione dei fatti per come si sarebbero svolti in quella Norimberga rasa al suolo dagli alleati che vide la costruzione di un' aula processuale che accolse i 22 imputati del primo processo nei confronti di criminali che agirono contro l'umanità. Un film corale che non ha un vero e proprio protagonista ma che vede tutte le figure coinvolte essere centrali per l' impianto narrativo. A partire dal medico psichiatra che è il primo ad entrare in scena insieme alla giornalista per poi arrivare al traduttore, ai vari gerarchi nazisti imprigionati e a colui che imbastirà per l' America il processo. La colonna sonora gioca un ruolo importante di enfatizzazione. Il tappeto classico scelto per accompagnare le scene le rendono magnificenti e pompose, cariche di pathos, leggendarie. Caricano di angoscia alcuni passaggi e ne rendono ancora più empatici altri. Le musiche scelte fanno da regolatore patemico del lungo racconto.
Una durata consistente per un film che non si limita a lasciare sullo sfondo i fatti antecedenti concentrandosi solo sul processo. Il contesto viene più volte ripreso per completezza ed esaustività. Ad ogni tassello viene dato il giusto peso.
Un film che mantiene un impianto registico classico, con un cast eccellente di attori, che mira a dare una visione particolareggiata e il più possibile imparziale di un evento storico che ha fatto da spartiacque tra un passato che si aveva fretta di archiviare e un futuro che era ancora tutto da costruire.
Virna Castiglioni
"Michkpara" è un mantra, un augurio, un intercalare che una madre fa al più fragile dei suoi sei figli. È una locuzione ebraica che tradotta suona come "ti do la mia vita". Roland è nato con una malformazione al piede che per la quasi totalità dei luminari interpellati non gli avrebbe consentito di condurre una vita normale. Condannato a non camminare se non con un tutore perenne. Invece, si sa, Dio non poteva essere dappertutto ed è per questo che ha inventato le madri. Ed è proprio una madre coraggio la protagonista di questa storia realmente esistita. Appare leonessa in pubblico per difendere il suo cucciolo più debole ma riesce ad essere dolce e accudente in privato perché suo figlio dovrà avere una vita meravigliosa anche più degli altri. Amore sconfinato, determinazione nella giusta misura e un idolo canoro compiranno il miracolo. Roland contro ogni aspettativa camminerà, studierà, diventerà un principe del foro, sposerà la donna di cui è innamorato, avrà tre figli e una vita stupenda esattamente come la madre gli aveva predetto. Nell' interpretare questa donna piccola di statura ma immensa di carattere, in questa bella commedia dolce amara, una splendida Leïla Bekhti che muta nell' aspetto fisico per passare dalla giovinezza all' età matura ma si fa ogni volta più irresistibile e magnetica nella sua performance che convince appieno fino all' ultimo respiro. La fotografia di Guillaume Schiffman ci mostra una Parigi popolare, uno spaccato di vita di famiglie immigrate che si danno una mano quando serve. Il film è tratto da una storia vera e lo rende ancora più speciale. La regia fonde il piano drammatico con uno più leggero e scanzonato inserendo molte scene divertenti che sanno modulare il film mantenendolo in una dimensione di perfetto equilibrio, creando un' altalena emotiva che aggancia lo spettatore e non lo lascia fino ai titoli di coda che scorrono accompagnati ancora una volta da una splendida canzone di Silvye Vartan in un ruolo inedito di motivatrice a sua insaputa, di mentore senza saperlo, di modello e di idolo per un bambino che sognava tante cose e le ha realizzare tutte financo quella di diventare avvocato e poi amico di chi era solo un mito. Cast in stato di grazia sotto una regia che sa portare il film dritto al cuore dello spettatore. Una visione che appaga lo spirito avendo inserito nella sceneggiatura tutto il necessario per far vivere un'esperienza cinematografica intensa.
Virna Castiglioni
È una bambina il centro dell' universo che viene rappresentato in "la mia famiglia a Taipei". È buffa, simpatica, tenera, è sempre e solo circondata da adulti e lei così piccola vede quello che ai grandi sfugge o non importa più. Belle le inquadrature alla sua altezza, mentre cammina per il mercato o mentre è circondata dagli adulti. La sua è una famiglia composta di sole donne. Gli uomini sono assenti o quasi. Un ex marito sta morendo. La figlia maggiore (o forse l'unica e sola figlia) non vorrebbe rivederlo ma quando si reca in ospedale le sue parole sono dure come pietre. Da soli è faticoso tirare avanti. Anche se un amico speciale è pronto a dare una mano, ognuno fa come può. La mamma lavorando ad un banco al mercato notturno, la figlia maggiore in un negozio che vende dolciumi. Quest' ultima ha anche una relazione con il suo capo che è per giunta sposato. Mentre la mamma è impegnata suo è il compito di accudire quella che appare evidente essere la sorellina minore. Nei confronti della piccola di casa si mostra affettuosa ma anche molto approsimativa, un po' è presente ma è anche parecchio distante da quella bimbetta che si sente sola e cerca attenzioni come può. Il nonno tradizionalista la redarguisce sempre perché è mancina. Le inculca il pensiero che la sinistra sia la mano del diavolo e non vada usata. Suggestionata da quelle parole cerca di forzarsi a scrivere e ad eseguire i lavori manuali con la mano ritenuta corretta ma con evidenti scarsi risultati. Il film è un racconto corale che alterna momenti più seri a dinamiche che suscitano Ilarità e divertimento. Una buona prova registica che però qualche volta in alcuni punti scade nella caoticità. Alcune scene appaiono ascrivibili al genere soap opera ma, al netto di questa sbavatura, il film ha una sua coerenza e una logica stringente che si mantiene fino al finale dove un colpo di scena per la verità non tanto eclatante saprà riportare ad una situazione di pace e armonia. Un film che conquista per la dolcezza che sa sprigionare. Un sapore agrodolce permea tutta la pellicola. Quel ballo in ciabatte che smorza la tensione accumulata stempera ogni tensione e riporta tre generazioni a volersi bene, nonostante tutto il pregresso e quello che ancora dovrà capitare loro.
Virna Castiglioni
Il film ruota intorno ad un' idea originale. Una ragazzina viene schiaffeggiata da un' amica, non si sa per quale motivo ma, con questo vile gesto le trasmette anche un potere. Da questo momento potrà vedere e sentire quello che fanno e dicono i suoi genitori in sua assenza. Da qui il racconto si fa un po' comico e un po' inquietante perché la ragazzina riporta esattamente le frasi che i genitori dicono quando lei non c'è ma soprattutto può vedere i loro comportamenti nell' interazione con altre persone. Si scopre pertanto che non sono una coppia felice, non amano la vita che conducono, hanno difetti (come ogni essere umano) e non sono trasparenti e leali ma hanno costruito un castello di bugie per rendersi migliori agli occhi degli altri ma soprattutto irreprensibili a quelli della loro unica figlia. Il film è una grande metafora di quello che avviene in famiglia quando ci sono figli adolescenti. Non basta essere genitori modello in loro presenza o fingere una recita continua per non farli soffrire. Qualunque stratagemma si escogiti i figli sono in grado di arrivare alla verità delle situazioni. Sono il termometro che saggia lo stato di salute della famiglia. I figli guardano i genitori sempre, li giudicano costantemente, non sempre li capiscono, qualche volta li perdonano ma sono quasi sempre generali spietati che non transigono e non tollerano errori. Ad un certo punto non si sa se per davvero oppure solo perché non si vuole più stare al gioco è un' altro forte schiaffo a riportare la situazione alla normalità o alla consueta recita. Qualcosa però si è incrinato. L' avere scoperto segreti dei propri genitori li ha anche nello stesso tempo resi imperfetti non più modelli da seguire, esempi da riprodurre. Questa scoperta ha fatto crescere, ha determinato uno scisma, una frattura. I genitori, se in passato hanno assunto un ruolo ideale, non sono più gli eroi di nessuno ma semplicemente esseri umani fallibili e imprecisi che solo per amore si autoimpongono regole e si sottopongono a rigidi schemi di comportamento. Un modo inconsueto di mettere in scena un racconto di formazione di una ragazzina che diventa grande scoprendo che i genitori sono persone e come tali agiscono ruoli diversi nei vari contesti e nell' interazione con altri soggetti pur rimanendo sempre punti di riferimento. Quando si cresce ci si confronta alla pari e anche se si scoprono verità che possono fare male non ci si può sottrarre. È una tappa fondamentale della vita ed è giusto che sia così.
Il film è tutto qui ma la sua grandezza risiede nell' utilizzare un espediente inconsueto per raccontare quello che altre pellicole hanno fatto e faranno con sceneggiature più classiche e canoniche colpendo nel segno lo spettatore che, per buona parte del film, si chiederà se questi schiaffi sono stati dati e presi per davvero o se indipendentemente dall' atto fisico per crescere serva avere dato ma anche subito uno schiaffo morale soprattutto da coloro che ci vogliono bene, siano essi gli amici o gli stessi genitori.
Virna Castiglioni