Una giovane agente dell’FBI che indaga su un serial killer basta a far tornare alla mente scomodi paragoni cinematografici di cannibale memoria, ma questo Longlegs prende coscientemente una direzione diversa, basando la vicenda su un culto satanico che ha diramazioni all’apparenza insospettabili.
Il lavoro principale del regista di genere Osgood Perkins si concentra su un’atmosfera tetra, angosciante e disturbante, portando avanti un’ambiguità di fondo che accompagna lo spettatore fino praticamente alla risoluzione finale.
Con svariate opere di questo tipo alle spalle il compito riesce decisamente bene, e l’inquietudine si fa strada praticamente indisturbata, grazie anche a musiche che graffiano, stridono e strisciano nell’oscurità. In questo senso interviene anche il fuoricampo, con battute alle spalle o fuori inquadratura ad enfatizzare il disorientamento.
Una fotografia vintage, inframezzata da dei rossi molto saturi, invece gioca coi contrasti, restituendo delle impressioni visive decisamente riuscite.
Sapendo ciò a cui si va incontro è un’esperienza molto interessante, a patto di fare poco caso a un’investigazione piuttosto sfilacciata, principalmente per via di una scelta narrativa un po’ di comodo. È troppo banale giustificare l’uso di vari deus ex machina col fatto che la protagonista sia particolarmente intuitiva.
A livello interpretativo la ragazza fa comunque un’ottima prova, aiutata anche da una controparte antagonista come Nicolas Cage nei panni del famigerato serial killer.
La sua è una situazione particolare perché dopo che era stata posta molta aspettativa nei confronti della sua trasformazione estetica, sia in fase di marketing ma anche per come il film inizialmente gioca molto col montaggio e le inquadrature per celare il suo viso, si poteva incorrere nel rischio di osare troppo. Il suo trucco e parrucco è su quel limite oltre il grottesco che può sfociare nel patetico, ma un deciso istrionismo, molto adatto alla parte, rompe questo equilibrio e ci regala un’ottima performance.
È un film a cui avvicinarsi con la giusta premura, cercando di dribblare la campagna mediatica che lo ha circondato, perché paradossalmente fa più disinformazione che altro.
Come già citato inizialmente ha ben poco da spartire col Silenzio degli Innocenti, e non è assolutamente uno dei più spaventosi degli ultimi anni, ma sa intrattenere con una buona mano registica e appoggiandosi a un antagonista piuttosto sopra le righe.
Poi si potrebbe dire che poteva chiudere tutto mantenendo quell’elegante ambiguità che aveva contraddistinto quasi tutta la trama, e in generale una struttura narrativa ben più robusta avrebbe dato più contesto, ma tutto sommato è un’opera che ha un suo deciso valore e per un amante del genere rimane caldamente consigliato.
Omar Mourad Agha