Sfarzosità, stile barocco, costumi e scenografie degne di un teatro di posa. Cast in stato di grazia per un Maestro che centellina i suoi lavori ma ogni volta lascia il segno. La storia è nota, anzi arcinota, e ogni tanto qualche cineasta si cimenta con la narrazione di questa storia leggendaria che esercita sempre un grande fascino sul pubblico. Il Conte di Valacchia ha una predilezione per il sangue, dorme in una bara, non sopporta i raggi diretti del sole, non ama l'aglio, nemmeno le croci e i simboli religiosi ma è estremamente affascinante, bello e dannato. Quello che non sempre viene indagato è il perché ha bisogno di nutrirsi di sangue e rifugge con tutte le sue forze simboli sacri. È stato maledetto e, pur volendo morire, è destinato invece a vagare per l'eternità. Era sposato, era innamorato, era devoto di Elisabetta, il suo unico,grande,vero amore. Prima di andare in battaglia chiede a Dio, per interposta persona del vescovo, che gli si risparmi di perdere l'adorata consorte. Il patto infranto è la morte stessa. Niente ha più senso. Per 400 anni cerca e ricerca la sua amata, reincarnata. La regia muove più piani temporali con la grazia e la naturalezza di chi non teme di risultare incoerente o poco realistico. Il passato rivive nel presente e il presente è specchio del passato in un girotondo di scene che spiegano gli antefatti e ricostruiscono le motivazioni senza tediare lo spettatore.
È tutto convincente. Noiose invece appaiono le battaglie perché Besson sceglie di iniziare il racconto inserendo anche un po' di Storia e fa combattere il Conte contro i musulmani che minacciano la cristianità di cui la Romania è l' ultimo avamposto occidentale. Non ci sarebbe niente di male ma l' insieme degli scontri sembra un inserimento posticcio, poco fluido all' interno del racconto.
Poi, il conte si sdoppia fra l'essere uomo comune e la sua natura vampiresca.
Quando il personaggio è completamente destituito dalla sua aura di demone, spettro questo Dracula è irresistibile. Porta su di sé i segni del dolore, del tormento, dell' abbandono, del rimpianto, del rimorso. È una tensione costante e continua verso il bene amato che gli è stato strappato dal destino. Un uomo che impazzisce di amore e rinnega Dio, il suo Dio per il quale ha combattuto e rischiato la vita. La condanna di vivere senza amore è morte anche se si continua a respirare. L' atmosfera gotica è ricostruita fin nei minimi dettagli e ci immerge in un mondo oscuro che non fa paura ma, al contrario, ci stimola costantemente alla comprensione. Vedendo le scelte di questo Principe alla ricerca della sua Principessa non possiamo fare altro che immedesimarci con lui e supportarlo nelle sue azioni. Anche quando fa del male perché tutto è riconducibile ad un bene superiore.
Al netto di paragoni con chi lo ha preceduto nella narrazione di questo mito, Besson mostra un suo originale Dracula che ha molto da dire sul piano umano e, facendolo interpretare a Caleb Landry Jones dal fascino magnetico e dalla recitazione teatrale, centra l' obiettivo di restituire un racconto romantico, gotico, storico fondendo più generi che lasciano la sensazione che si sia approfondito un personaggio scandagliando tutti i lati possibili della sua figura. Questo Dracula non fa paura, non incute timore, non esercita ribrezzo ma, al contrario, incute rispetto, fa innamorare perché chiunque nella sua vita terrena vorrebbe incontrare chi ci professa amore non solo a parole ma con i fatti rimanendoci fedele oltre la morte, rispettandoci e amandoci spiritualmente come solo chi ha un animo sensibile può fare.
Una storia di romanticismo ante litteram che scalda i cuori e ci fa comprendere come le apparenze possano nascondere drammi profondi che ne giustificano i mezzi poco ortodossi scelti per cercare di superarli.
Virna Castiglioni