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“Nello spazio nessuno può sentirti urlare” descrive perfettamente la situazione dei protagonisti di “Underwater” che vivono (letteralmente) la stessa storia ma sott’acqua. Norah (Kristen Stewart) si trova a sei miglia di profondità, lavora dentro una struttura sottomarina situata nella fossa delle Marianne con altri malcapitati ricercatori, quando un terremoto inspiegabile crea una breccia all’interno dell’installazione alveare, seguendo le istruzioni per fronteggiare l’emergenza, dopo aver sentito l’allarme cerca di raggiungere le capsule di salvataggio, con un altro giovane malcapitato Rodrigo (Mamoudou Athie) senza nessuna possibilità di fuga, sul tragitto incontra il capitano (Vincent Cassel) deciso ad affondare con “la sua nave” pur di difendere i suoi compagni, la coppia di fidanzatini, Paul (T.J. Miller) e la stagista Emily (Jessica Henwick) e Smith  (Jhon Gallagher Jr.)  il nerd  chiacchierone, simpatico (come una secchiata in faccia di prima mattina) che non fa altro che citare a caso la cultura pop. Superstiti e ignari dei pericoli che li attendono dentro una tuta speciale si fanno strada verso le tubature, i pertugi, le carcasse dei compagni in una disperata corsa verso la salvezza. Non c'è alcun dubbio, il regista William Eubank ha riciclato tutte le idee dalla saga di Alien iniziata da Ridley Scott nel 1979. A cominciare dal titolo, che compare con delle lettere bianche e allungate come fosse un film dello stesso franchise, il tipo di abbigliamento indossato dalla protagonista, una versione più mascolina e scoperta di quello indossato da Ripley (inimitabile Sigourney Weaver) ha perfino la sua stessa acconciatura (tuttavia i capelli corti di Norah sono sua scelta: non è prigioniera ne frutto di una clonazione perché si sottolinea esasperatamente il suo essere androgina, forse per volere dell'attrice) la mutazione delle creature nemiche che passano diversi stadi dall'essere larva (simile anche nel design ad un chestbuster) fino alla “xeno-forma” finale. Lo stesso vale per le scenografie, manca però il senso di "vera" claustrofobia, la paura dell'ignoto non crea aspettativa. Non siamo su un astronave, forse per questo si vede una forte influenza di altri film di genere tra primo fra tutti The Abyss di James Cameron (1989). Nella fantascienza è inevitabile seguire le tracce dei predecessori maestri, almeno da conservarne il gusto, la patina, gli ingredienti giusti, tuttavia in questo film non c’è nessuna volontà di trovare una strada originale, ci sono perfino dei cliché superati anacronistici  del vecchio cinema americano scelte questionabili e ingenue come il fatto che la protagonista nonostante il suo aspetto mascolino sia eterosessuale, nessuna novità, nessuna rivoluzione, la volontà di omaggiare crea uno duplicato sbiadito. Non è scontato sottolineare che la qualità degli effetti visivi è notevole. Il regista ha dimostrato di avere talento con il suo “The Signal” (2014) ci si domanda cosa abbia spinto la produzione ad andare in questa direzione piuttosto che esplorare nuove possibilità con questa disponibilità di budget. Avrebbe avuto senso solo se alla fine si fosse palesato un agente della Weyland-Yutani (elemento che ha salvato anche “Alien VS Predator 2” il punto più basso della saga degli Xenomorfi) almeno questa eco sarebbe stata legittimata.
 
 Francesca Tulli

 

  • Regia: William Eubank
  • Paese: Stati Uniti
  • Genere: fantascienza
  • Durata: 95
  • Cast: risten Stewart, Vincent Cassel, T.J. Miller, Jessica Henwick
  • Valutazione: 2

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