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Visualizza articoli per tag: francesca tulli

Giochi di Potere

Mercoledì 11 Luglio 2018 14:20
'Giochi di potere' diretto dal regista danese Per Fly è una spy story che tratta superficialmente di un amore ai tempi di Saddam Hussein. Cresciuto all'ombra di un padre molto ingombrante, un eroe nazionale scomparso prematuramente, Michael Soussan (Theo James) viene assunto dall'Onu per seguire il programma Oil-For-Food in Iraq e  mettere rimedio ad un traffico illegale di farmaci scaduti reso possibile dal regime di Saddam. Il suo capo Pasha (Ben Kingsley) un uomo di fatti, greco di nascita, duro ed egoista, si preoccupa del quanto a fondo il ragazzo voglia andare, e non vede di buon occhio la sua pericolosa amicizia con Lily (Rachel Wilson) una bella ragazza curda che  sospetta essere una spia nemica. A chiudere quella che sembra la  premessa per una barzelletta, (manca il cinese) la svolta narrativa: una chiavetta USB criptata contiene le prove decisive per incastrare i colpevoli ed inevitabilmente si tira dietro di sé una scia di morti, ed è compito di Michael capire come servirsene e chi siano i suoi veri nemici. Non a caso il titolo originale del film è 'Backtabbing for Beginner' suggerendo che il giovane protagonista è incline al ricevere delle pugnalate alle spalle. Basato su una storia vera, scritta nell'omonimo romanzo autobiografico firmato dal vero Michael Soussan, un giornalista dalla 'bocca larga' che ha svolto un ruolo cruciale per smascherare il coinvolgimento del governo USA nelle frodi perpetuate in Medio Oriente e fare luce sui molti scandali politici che hanno coinvolto l'America ma il fim non fa emergere nessuna delle tematiche portanti, lasciando spazio alla noia. La sceneggiatura ricorda una malriuscita fiction televisiva (ricorda una bruttissima copia del premiato ai Golden Globe 'The Night Manager' della BBC) soffocata da luoghi comuni ed espedienti già abusati e retorici. La scelta dell'attore principale noto per aver interpretato il protagonista di Divergment (tratto da una serie di libri di fantascienza per ragazzi) avrebbe dovuto avvicinare un pubblico di adolescenti ad una tematica di attualità ma l'importanza dell'Historical Drama non emerge mai. Il film è stato girato in Marocco, con un visibile basso budget. È una pellicola incentrata sugli intrighi di potere dove l'amore per la verità è il cuore pulsante della vicenda per questo il fatto che il copione sia prevedibile non è ammissibile. La realtà dei fatti viene portata alla luce (in versione romanzata) ma il film non decolla mai.
 
Francesca Tulli

Animali Fantastici: I crimini di Grindelwald

Venerdì 16 Novembre 2018 16:35
J. K. Rowling firma con la sua penna magica, la sceneggiatura del secondo titolo della saga “prequel” di Harry Potter, Animali Fantastici: I crimini di Grindelwald.
Parigi è la città degli amanti, dopo una mirabolante fuga dalla prigionia Gellert Grindelwald (Johnny Depp) sceglie la capitale francese come culla per attuare il suo piano malvagio, schiavizzare i nati senza poteri magici i 'babbani' (o meglio, sarebbe piú politicamente corretto chiamarli “no-mag”) e lasciare che i purosangue siano i padroni del mondo magico. Newt Scamander (Eddie Redmayne) magizoologo, dolce premuroso tenero con ogni creatura, qualsiasi sia l'aspetto o la natura, viene coinvolto, controvoglia, da un giovane Albus Silente (Jude Law) nella lotta contro Grindelwald, ha una missione segreta, e solo lui, per il solo merito di avere un esemplare senso della giustizia può portarla a compimento. Sulle tracce del criminale anche la Auror, Tina Goldstein (Katherine Waterston) compagna di avventure di Newt. L’intera trama orbita intorno a Credence (Ezra Miller) un ragazzo orfano senza risposte. Il film, non privo di difetti risente del bisogno spasmodico di dare risposte agli appassionati. E’ dedicato principalmente a loro, alle persone cresciute aspettando una lettera per la scuola di magia di Hogwarts, ai lettori rapiti dalle vette di epicità toccate dai romanzi. La narrazione aggiunge rami agli alberi genealogici già sviluppati e intricati dei protagonisti e confonde volutamente le acque per cercare l’effetto sorpresa, che esasperato sul finale arriva. Il merito  vero per la riuscita del film va alla scelta di trattare tematiche attuali e adulte, dalla corruzione politica alla discriminazione di qualsivoglia natura. La scenografia barocca, polverosa e vissuta, rende credibile l’esperienza visiva, il film è stato quasi interamente girato nei Warner Studios di Leavesden a 30 chilometri da Londra, dove sono state ricostruite gigantesche porzioni di set, compresi gli interni e le strade parigine. A firmare la colonna sonora, nuovamente James Newton Howard, che riprende, i temi musicali firmati da John Williams per la saga principe. Le creature, di cui lo Snaso merita una menzione speciale, sono nate dall’incrocio tra CGi e tecniche tradizionali, coinvolgendo molti esperti del settore dalla Double Negative alla ILM. Che lo si voglia considerare o no un degno segmento del mondo che ha stregato due generazioni, merita sicuramente di essere visto.
 
Recensione di Francesca Tulli
 

Il Ritorno di Mary Poppins

Giovedì 20 Dicembre 2018 10:58
Nel film del 1964, Mary Poppins, aggrappata al suo ombrello magico, faceva il suo ingresso nel pantheon degli immortali lungometraggi Disney, Walt in persona dopo altri 4 tentativi di portare al successo un film con tecnica mista, si premurò di seguire la produzione, riuscendo nell’impresa. La “tata perfetta” protagonista dei romanzi di Pamela Lyndon Traves, mostrava un modello di donna irreprensibile, dolce e premurosa, non c’era nulla che la sua borsa magica non potesse contenere, una figura che ha incantato cinque generazioni. A distanza di cinquantaquattro anni la casa di produzione ha affidato al regista e coreografo statunitense Rob Marshall l’arduo compito di dirigere un seguito, che fosse al passo con i tempi e allo stesso tempo specchio dell’originale. La trama fa riferimento al vero seguito del romanzo “Mary Poppins Ritorna” del 1935 (che ebbe uno scarso successo editoriale) e si ambienta nuovamente a Londra, vent’anni dopo durante la Grande Depressione del 1930. Il fu “piccolo” Micheal Banks, ora è un uomo adulto (Ben Whishaw), un pittore fallito che lavora come impiegato per la Banca di Credito, vedovo con tre figli, la sorella Jane (Emily Mortimer) attivista per i diritti dei lavoratori non ha smesso di sostenerlo in ogni cosa. Michael indebitato rischia di perdere la casa, la storica dimora in Viale dei Ciliegi 17, e solo il perduto certificato di validità delle azioni lasciate da suo padre potrà salvarlo da questa sfortunata situazione, senza scrupoli il direttore della banca il Signor Wilkins (Colin Firth) aspetta di incassare il suo sporco denaro. Nello sconforto, e con l’essere diventati adulti i Banks sembrano aver dimenticato la loro magica infanzia, trascorsa con la tata portata dal vento dell’est. I figli di Michael, la maggiore Annabel, il fratello John e il piccolo Georgie, cercando di aiutare il padre come meglio possono senza perdersi d’animo, fino a quando, nel momento più disperato in loro aiuto, piove dal cielo Mary Poppins giovane bellissima e risoluta (Emily Blunt) a portare i suoi prodigiosi consigli.  Cercare di fare un confronto tra le doti canore di Julie Andrews (la storica interprete di Mary Poppins) e quelle di Emily Blunt sarebbe impossibile, la seconda ne resterebbe sconfitta in partenza senza nulla toglierle, possiamo però elogiare l’adattamento e il doppiaggio italiano del primo film e discutere su quello del nuovo, che si sforza di raggiungere il senso della lingua madre, e non sempre riesce nell’impresa. Con le musiche di Marc Shaiman e Scott Wittman il regista, senza toccare mai il famoso “Supercalifragilistichespiralidoso” ha fatto tesoro delle sue precedenti esperienze con i musical, nonostante il peso dell’impresa ha giocato sull’effetto sorpresa, inserendo citazioni, vecchie conoscenze, cameo d’eccezione, sequenze pregevoli d’animazione classica con tecnica mista, una CGi di supporto non troppo invasiva e un personaggio bislacco interpretato da Maryl Streep (con cui aveva precedentemente lavorato a “Into The Woods” 2014). È tiepido per chi è cresciuto con il classico ma non irrispettoso. Al posto degli spazza camini, gli “Acciarini” Jack uno di loro (Lin Manuel Miranda) è l’adulto che non ha mai smesso di credere. Lontanissimi da “Saving Mr. Banks” (2013) che raccontava una commovente seppure romanzata, genesi del film con Tom Hanks nei panni di Walt Disney, questo “Ritorno di” come promette il titolo sa di sequel di altri tempi, piacerà agli adulti ed è adattissimo al pubblico di bambini a cui è dedicato.
 
Francesca Tulli
 

Spider-Man: Un nuovo universo

Martedì 25 Dicembre 2018 10:34
Sfido chiunque a non conoscere l'Uomo Ragno: dal 1962, data della sua creazione ad opera di Stan Lee e Steve Dikto "l'amichevole Spider-Man di quartiere" è entrato nell'immaginario collettivo di tutti, perfino di chi non ha mai letto un solo “Marvel”. La sua inossidabile presenza negli albi a fumetti, i tre filoni cinematografici, le serie TV animate (nove), lo hanno consacrato come uno dei personaggi più popolari della pop culture. Tutti conoscono la storia di Peter Parker, morso da un ragno radioattivo, fotografo timido e sfigato senza il costume, eroe sagace con la tutina rossa e blu. Pochi conoscono invece la storia di Miles Morales, lo Spider-Man dell'universo alternativo Ultimate, creato nel 2011 da Brian Mendis e disegnato da Sara Pichelli dove tutto viene rimesso in gioco. “Spider-Man: Un Nuovo Universo” diretto da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman ha lui come protagonista ci racconta le sue origini e apre tutte le porte dei multiversi della 'Casa delle idee'. Miles è diligente e popolare a scuola, suo padre Jefferson è un poliziotto, suo zio Aaron Davis è uno scapestrato. I suoi primi passi al college proseguono senza intoppi, per quanto abbia delle normali difficoltà di integrazione nella nuova classe, dove però una bella ragazza biondina sembra interessata a conoscerlo, quando un fatto casuale lo trascina nel vortice delle 'grandi responsabilità' di un supereroe. Suo il compito di ripristinare la realtà dopo che lo spietato Kingpin (lo storico villain Wilson Fisk) ha aperto un portale verso le dimensioni parallele per cercare di riportare in vita l'amata moglie Vanessa. È un esempio riuscitissimo di come un film fatto con questa tecnica possa portare le pagine di un fumetto sul grande schermo, letteralmente, talvolta meglio dei film veri e propri, uscendo dagli schemi delle classiche versioni animate tradizionalmente o 3D: i fondali ricchissimi di particolari, sono talvolta sfocati, a mettere in protagonisti in luce, esattamente come sulla carta. Le vignette con tanto di narrazione in prima persona, calcano le scene più importanti. Miles ha origini ispaniche e afro-americane, da qui lo spunto per disegnare attorno a lui un mondo di colori accesi al neon che sembrano usciti da una bomboletta spray, lo stesso protagonista ha l'hobby dei Graffiti. Allo stesso modo questo ha offerto lo spunto per la colonna sonora di James Cartwright che si è affidato al cantante pop e R&B Tyler Cole per il brano portante 'Way Up'. Nonostante il film sia pensato e adatto anche per i bambini, è dichiaratamente diretto agli adulti e agli appassionati. Al centro della vicenda una strana amicizia nata per caso, dove il mentore impara dall'apprendista e viceversa. Con la benedizione di Stan Lee, e la sceneggiatura di Phil Lord è riuscitissimo: rispetta i personaggi è ricco di citazioni pertinenti e sorprendentemente commuove.
 
Francesca Tulli
 

Ralph Spacca Internet

Venerdì 04 Gennaio 2019 12:55
Viviamo in un mondo dove le persone si “incontrano in chat” “comprano su Amazon” e si “perdono su Google” non c’è da stupirsi che Phil Johnston e Rich Moore, premiati registi dello studio di animazione 3D della Disney abbiano deciso di ambientare il seguito di Ralph Spaccatutto (2012) “su internet” immaginata come una enorme metropoli “reale” dove dati e persone scambiano interazioni di ogni genere. I protagonisti visti già dal primo film, sono i personaggi dei videogames Arcade di una vecchia sala giochi, che a chiusura si incontrano in un limbo dove tutti possono avere la loro piena libertà. Ralph è un ragazzone dolce e buono, nonostante il suo compito sia spaccare i muri di pixel nel gioco di Aggiustatutto Felix (un muratore mingherlino sempre allegro) Vanellope von Shweetz peperina e vivace è la migliore pilota di corse su Candy Rush, un simulatore dove i tracciati sono fatti di zucchero e caramelle. I due sono amici per la vita. Il gioco della piccola rischia di essere smantellato, per via del manubrio rotto accidentalmente, “dall’alto” ricevono l’informazione vincente; l’unica speranza è di riuscire a vincerlo su “eBay” per questo senza perdersi d’animo e senza neanche avere la minima idea di cosa sia “eBay” Ralph e Vanellope decidono di entrare nel web e davanti a loro si estende un vero e proprio mondo di possibilità incredibili, dove però si annida anche il pericolo, finiscono nei guai quando si mettono contro la banda di Shank, la bellissima protagonista di un gioco di corse online dove tutto è permesso. Lo scenario è incredibile, durate la loro visita in Italia per la conferenza stampa, abbiamo chiesto ai due registi come fossero arrivati a tanto, ci hanno raccontato che dietro alla costruzione di questo mondo gli animatori hanno preso a riferimento le mappe delle capitali più antiche, considerando internet come una città stratificata come Roma, Vienna e Istanbul, dove il moderno convive con la storia. Non c’è da stupirsi che a dare informazioni per Google ci sia un omino con il Tocco in testa che si occupa di fare “le ricerche” e che banner pubblicitari e spam siano omini verdi e mostriciattoli, uno di loro, J.P. Spamley è per ironia, nella versione italiana, doppiato da Salvatore Aranzulla, il genio informatico che ha scritto un blog per aiutare gli utenti a trovare sempre una soluzione ai propri problemi. Un altro fenomeno che viene messo in luce è quello di YouTube, una vera e propria rete streaming dove il pubblico fa critiche spietate, senza immaginare cosa ci sia dietro alla faccia del protagonista di un video virale. Ricco di citazioni di ogni tipo, Disney non poteva esimersi da far comparire le proprie star per eccellenza, le principesse in un cameo memorabile, la responsabilità degli autori è stata quella di farle comparire tutte il giusto tempo, è stato a detta dei registi, come dover far incontra nella stessa stanza Marilyn Monroe, Judy Garland e Anita Ekberg, e ci sono riusciti: come ci si aspetta dalle dive rubano la scena. Ralph è in definitiva uno specchio perfetto della “realtà virtuale” in cui tutti, grandi e piccini possono ritrovarsi, dove i sentimenti restano reali. 
 
Francesca Tulli
 

Captain Marvel

Martedì 05 Marzo 2019 10:27
Dalla sua creazione nel 1967 ad opera di Stan Lee e Gene Colan, l'identità segreta di Captain Marvel è stata assunta da diversi personaggi, solo nel 2012, Carol Danvers, tra le altre funzioni, ufficiale dell'aeronautica militare creata come comprimario nella serie a fumetti del 1968 (dallo stesso Colan e da Roy Thomas) ne ha ereditato il titolo. L'eroina è stata scelta per rappresentare questa figura all'interno del Marvel Cinematic Universe, nel film diretto da Anna Boden e Ryan Fleck, in cui scopriamo le sue origini. Vers (Brie Larson) è l'asso della squadra Starforce. Addestrata dal colonnello Yon-Rogg (Jude Law) non ricorda nulla del suo passato, vive su Hala la terra nativa dei Kree, un popolo alieno, tecnologicamente avanzato in perenne lotta contro il popolo dei sanguinari mutaforma Skrull. Durante una missione di recupero viene catturata dal nemico e forzata a ricordare alcuni frammenti del suo trascorso. Fugge e precipita sul pianeta C-53 meglio conosciuto come "la terra". Là attira l'attenzione dei servizi segreti e viene contattata da 'Fury' (Samuel L.Jackson) un giovanissimo agente dello S.H.I.E.L.D. ancora ignaro delle minacce che 'non provengono dal nostro pianeta' egli non può sapere che Talos leader degli Skrull (Ben Mendelsohn) ha preso le sembianze del suo capo. Ricco di collegamenti, citazioni e vecchie conoscenze sembra volutamente girato e post prodotto dieci anni fa, ad uniformarsi con i primi titoli quando la Marvel ha cominciato a presentare tutti i componenti del suo universo in espansione (i film della 'Casa delle idee ' hanno compiuto dieci anni lo scorso 2018). Dove questo tratto risulta affascinante, sfortunatamente Brie Larson (Premio Oscar per "Room" del 2015) sembra costretta nel ruolo di "guerriera", appassionata dichiarata di fumetti e cultura pop, sembra aver fagocitato il ruolo, troppo sicura di sé, lascia dietro la debolezza comune ad ogni eroe con 'super problemi' (a prescindere dal sesso) come se volesse mostrare che una donna, in quanto tale, non ne ha, rendendo difficile per lo spettatore o la spettatrice una reale identificazione, nonostante il suo alter-ego, abbia storicamente sofferto. La fantascienza ha sempre portato modelli di protagoniste femminili forti, capaci e con un innato senso della giustizia, esempio su tutti Ellen Ripley interpretata da Sigourney Weaver nella saga di Alien (1979) a cui l'intero film sembra aver fatto riferimento, lo notiamo nella scenografia di alcuni interni (interminabili corridoi con poca illuminazione) come nella scelta dei costumi e ovviamente non si può ignorare la somiglianza tra il gatto arancione Jones (scampato allo Xenomorfo) e la "vera protagonista" di Captain Marvel, la micia Goose. Doveroso, il tributo a Stan Lee, scomparso lo scorso anno 'padre' di questo generoso multiverso. Aspettiamo che Mrs. Denvers faccia la sua parte nella guerra contro Thanos affianco degli Avengers 'alla fine dei giochi'.
 
Francesca Tulli
 

Avengers: Endgame

Giovedì 25 Aprile 2019 15:15
 
Ci furono i Vendicatori, gli eroi più forti della terra che “un giorno come nessun altro… si unirono contro una minaccia comune. Per combattere quelle battaglie che nessun supereroe, da solo, avrebbe mai potuto affrontare”. Poi venne Thanos. Avengers: Endgame segna la fine di un’era, diretto seguito di Avengers: Infinity War (2018) firmato anch’esso dai fratelli Anthony e Joe Russo, mette fine ad un arco narrativo che copre più di dieci anni di film prodotti dalla “Casa delle Idee” Marvel. Thanos (Josh Brolin) ottenute tutte le sei Gemme dell’Infinito (oggetti dalle proprietà magiche capaci di sovvertire l’ordine cosmico) ha letteralmente schioccato le dita e polverizzato metà della popolazione dell’universo. La sua patetica crociata, era un folle piano per evitare che in futuro la sovrappopolazione portasse i pianeti alla rovina, sorte toccata alla sua patria Titans. In piedi sono rimasti ben pochi, tra loro la prima formazione (riferendoci solo ai film) degli Avengers : Captain America (Chris Evans) il super soldato dal cuore tenero, sopravvissuto dentro un blocco di ghiaccio alla seconda guerra mondiale, ora deluso dalla sua patria, Tony Stark (Robert Downey Jr.) il “genio, playboy, filantropo” dentro l’armatura di Iron-Man, corroso dai rimorsi e dai sensi di colpa, Bruce Banner (Mark Ruffalo) e il suo incontrollabile “Mr. Hyde”, l’incredibile Hulk, Thor (Chris Hemsworth) il dio del tuono norreno, la Vedova Nera (Scarlett Johansson) ex letale assassina del KGB e Occhio di Falco (Jeremy Runner) l’arciere, l’unico a non comparire nel film precedente. Proprio apprendendo la sua storia, si apre questo nuovo capitolo. Ci troviamo davanti ad uno scenario apocalittico. La tristezza è il prezzo da pagare per essere sopravvissuti al genocidio, non c’è consolazione nella vendetta contro il responsabile, “andare avanti” come vorrebbe il Capitano, sembra impossibile perfino per lui, fino a quando Ant-Man (Paul Rudd) bussa alla porta dei nostri eroi e mette a disposizione la sua esperienza personale a beneficio di tutti: aver viaggiato nel tempo dentro il “regno quantico” rende possibile l’idea di poter tornare indietro e fermare Thanos, una missione potenzialmente suicida, generatrice di una serie di irreparabili paradossi temporali, dalle regole sconosciute; con i suoi 182 minuti di durata, Endgame è una montagna russa di emozioni, una prima parte piacevolmente lenta, introduce una seconda epica e citazionista. Tuttavia non è privo di difetti il più grave: uno dei personaggi principali è stato ridicolizzato, per stemperare il tono greve del resto della pellicola, decostruendo un percorso di maturazione durato sei film. Ogni riflessione sembra superflua ma Stan Lee, che insieme a Jack Kirby fu responsabile della creazione del gruppo di eroi, per la prima volta “uniti” nel 1963, amava dire che : “l’aldilà, nell’universo Marvel, ha le porte girevoli” eppure l’empatia con questi personaggi, per gli appassionati è così forte, che ogni qualvolta bisogna dire addio, anche per un breve periodo, ad un eroe che ha portato a compimento il suo viaggio, la perdita sembra “reale” per questo non smetteremo mai seguire queste "grandi storie".  Endgame non rappresenta solo una fine, apre (forse distrattamente) moltissime porte, milioni di possibilità , realtà senza regole, dove tutto sembra possibile…perché lo è.
 
Francesca Tulli
 

Aladdin

Mercoledì 22 Maggio 2019 10:12
“Le notti d’oriente con la luna nel blu” nella versione “live action” Disney, diretta da Guy Ritchie di Aladdin, un classico d’animazione del 1992 che portò in occidente nelle case di tutti, uno dei racconti più celebri de “Le mille e una notte” (datati circa 900 d.C.) “Aladino e la lampada meravigliosa”. La storia, per chi non la conoscesse, narra di un ladruncolo di strada, buono di cuore, che viene incaricato da un malvagio gran visir, di rubare una Lampada Magica. Al suo interno vive un genio altrettanto generoso da lui svegliato per errore, che gli promette di esaudire 3 desideri. Nel cuore del ragazzo, c’è la principessa Jasmine, la figlia del Sultano che respinge ogni pretendente, destinata solo a sposare un uomo di sangue reale. Questo remake sembra un vestito cucito addosso a lei (interpretata da Naomi Scott) che in questa rivisitazione mette in ombra tutti gli altri personaggi. Non sempre a beneficio della trama: c’è una regola non scritta, che prevede ogni qual volta bisogni mettere mano alla riscrittura di un classico Disney (e non) che la protagonista debba essere esasperatamente messa in luce. Così Jafar (interpretato da Marwan Kenzari) l’antagonista, viscido serpente ma allo stesso tempo acuto e indiscutibilmente carismatico nell’originale, viene ridotto ad una figura debole, simbolo del maschilismo e della misoginia. Aladdin (il simpatico e atletico Mena Massoud) si dimostra degno delle attenzioni della futura regnante, tuttavia non fa nulla di eccezionale per la principessa, perché lei non ha bisogno di nessun uomo a cui “affidarsi”. Il Genio, il migliore delle figure maschili, Will Smith da il meglio di sé nella sua versione “umana”. La sua veste digitale Genio della Lampada blu enorme e muscoso, è stato aspramente criticato dagli appassionati ancor prima dell’uscita del film, eppure, in qualche modo, funziona. È un peccato che i suoi “Fenomenali poteri cosmici” non possano nulla contro, la volontà di Jasmine. Viene introdotto anche un altro personaggio femminile Dalia (Nasim Pedrad) una simpatica ancella frivola e indipendente che serve da spalla comica. Percorrendo un passo indietro, dispiace perché la principessa dolce e ribelle del film d’animazione era realmente forte, non necessitava nessuna modifica, all’interno del contesto della storia, risultava importante come tutte le sue controparti maschili e ognuno giocava un ruolo fondamentale. Dopotutto ha sempre avuto una tigre come animale domestico. Plauso agli adattatori delle canzoni in lingua italiana: alcune strofe sono diverse tuttavia mantengono il senso che devono avere. Anche Gigi Proietti nel cast dei doppiatori: da la sua voce come doppiatore al Sultano. Il film è fatto a modo di Musical. Nota di merito alla coreografia e la messa in scena di alcune sequenze, che ricalcano l’originale come il momento trionfale in cui Aladdin fa il suo ingresso in città come Principe Alì. I costumi, sfarzosi e ricchi sono stati spudoratamente “rubati” al cinema di Bollywood più indiani che arabeggianti, sorprendentemente alcuni abiti sono più castigati di quelli della versione su carta che restano addirittura più “sexy”. Il target di questo film è difficile da definire, gli adulti cresciuti con il classico, avranno difficoltà ad apprezzarlo (il confronto è schiacciante) ma il film è assolutamente adatto ad ogni età e i bambini forse al contrario apprezzeranno i colori frizzanti e la vitalità dei personaggi senza farsi condizionare dal passato.  
 
Francesca Tulli
 

Spider-Man: Far From Home

Mercoledì 10 Luglio 2019 10:24

Gli Elementali, mostri giganteschi con poteri primordiali legati (come suggerisce il nome) ai quattro elementi, fuoco, aria, acqua e terra, minacciano il pianeta, orfano di Tony Stark, compianto in ogni angolo del mondo. Senza gli Avengers a proteggere gli esseri umani della minacce extraterrestri, Nick Fury si rivolge ad un nuovo alleato, un alieno Quentin Beck altresì noto, in futuro come Mysterio (Jake Gyllenhaal) furioso perché a suo dire, le stesse creature, responsabili per la morte della sua famiglia, hanno devastato la sua patria natia. Seguito diretto di Avengers: Endgame  (2019) diretto da Jon Watts come il precedente stand alone Spider-Man: Homecoming (2016) prosegue le avventure del sedicenne Parker nella sua terza incarnazione cinematografica, legata all’MCU, un contesto ben più ampio in cui, lo scenario, si allarga a macchia d’olio su infinite possibilità e combinazioni. Tutte le persone scomparse con lo schiocco di dita di Thanos (Avengers: Infinity War 2018) , il famoso “snap” sono riapparse prive di ricordi e con qualche anno in più dopo la sua sconfitta, questo fenomeno è stato chiamato effetto “blip”. “Blippato” come amano dire gli studenti, distrutto dalle perdite subite, dopo aver vagato nello spazio e nel tempo, Peter Parker (Tom Holland), vuole godersi la gita scolastica che prevede un itinerario europeo, alla scoperta della scienza e offre un’ ottima scusa per trovare il modo di dichiararsi a MJ, Michelle Jones (Zendaya) la ragazza più bella e sfuggente della classe. Per questo Spidey può sempre contare sulla solidarietà del suo amico Ned Leeds (Jacob Batalon) l’unico compagno di classe a conoscere la sua identità segreta. I fantasmi del passato però lo tormentano, così come la “grande responsabilità” di prendere il posto di Tony come suo erede, tra illusioni e fallimenti, il ragazzo si trova a dover fare i conti con i super problemi che lo affliggono (metaforicamente) dal 1962, quando Stan Lee e Jack Kirby crearono il personaggio, più amato e famoso della scuderia Marvel. Posando su una base pregressa di eventi complessa e valida, il film ha un tono scanzonato, divertente, ha il  tipico umorismo adolescenziale che fa presa sulle nuove generazioni, senza invalidare la credibilità dei personaggi originali. É stato realmente girato nelle città post distrutte e devastate in CGI a Praga, Londra  e senza perdersi l’occasione di sottolinearne la bellezza tipica che offre ai turisti nella nostrana bella Venezia. La colonna sonora, del maestro Michael Giacchino si arricchisce di canzoni popolari quali il “Bongo Cha Cha Cha” e una versione remix di “Amore di Tabacco” di Mina. Al centro della vicenda il valore della “verità” nella realtà specchio di una società in cui si crede solo a quello che si vuole. Commovente per certi aspetti (ottimo il retcon con i precedenti) fa sorridere e intrattiene. Come ormai spesso accade le scene post-credits sono due, la seconda ci affaccia letteralmente verso nuovi orizzonti.

Francesca Tulli

Il Re Leone

Domenica 18 Agosto 2019 10:31
Scordatevi il concetto di “Remake” che conoscete, “Il Re leone” di Jon Favreau non è un semplice rifacimento del capolavoro di animazione Disney del 1994, è l’esempio lampante di quanto stia cambiando il gusto visivo del pubblico, pone, seppure su una scala di differenti valori, la stessa domanda che il mondo si è fatto dopo la creazione della pecora Dolly. 
È una questione morale. 
Le versioni “live-action” dei classici Disney, proposte negli ultimi anni (l’ultima uscita Aladdin, 2018) figlie dell’operazione iniziata nel 1996 con “La carica dei 101-Questa volta la magia è vera” ci propongono le stesse storie rivedute e corrette, interpretate da attori in carne ed ossa, visibilmente preoccupati di rendere giustizia alle controparti in cellulosa, spesso affossati dal confronto con l’originale, generano dibattito e si accodano negli anni, dietro alle miriadi di discussioni generate dai franchise, sebbene siano “inutili” per certi versi, hanno un peso diverso. Questo non è un “live-action” è lo stesso film realizzato con la computer grafica fotorealistica, una diversa tecnica di “animazione”, non è un documentario del National Geographic, non è un film con attori che interpretano personaggi già esistenti e amati (l’umanità lo fa da secoli e mi riferisco anche al teatro) è un esperimento nuovo. Come tale, genera impressioni diverse. Simba è il principe della foresta, l’amato cucciolo è figlio di Mufasa, il Re, saggio e buono che veglia sul cerchio della vita. Scar, lo zio invidioso, vuole rovesciare le sorti della dinastia, prendere il posto di suo fratello e impedire all’erede legittimo di salire sul trono. La storia, a tutti gli effetti, è un dramma dinastico Shakespeariano, liberamente tratto dall’Amleto, funziona in qualsiasi modo venga proposta, tuttavia, si resta perplessi davanti alla totale inespressività degli animali, la forzatura nel far parlare creature che sembrano vere e non lo sono, si rabbrividisce sfiorando l’effetto di nausea provocato da quella che si definisce “zona perturbante” (o effetto “uncanny valley”) quando il nostro occhio si accorge che non sta guardando degli esseri viventi ripresi da una telecamera ma qualcosa di ibrido e finto, costruito così bene che sembra disgustosamente “reale”. Non si discute sull’efficienza dei motori grafici né la bravura degli animatori per certi versi, sebbene peccasse della stessa identica mania di perfezionismo “Il libro della Giungla” (2016) dello stesso Favreau, gli valse l’oscar per i migliori effetti speciali nel 2017 e questo è una sua evoluzione, tuttavia, resta la perplessità generata dagli altri fattori, una su tutte la componente “musical” presente in entrambe le versioni, se la versione precedente, rcca di colori offriva brividi e scene corali, questa può solo contare su fondali monotematici, scenari secchi e aridi, personaggi di contorno superflui (c’è un galagone con Timon e Pumba!) e zero credibilità. Le musiche sono dello stesso compositore Hans Zimmer, nella versione originale Nala è la famosa cantante pop Beyoncé, Simba è Donald Glover, in Italia gli stessi personaggi sono interpretati da Elisa e Marco Mengoni, il resto del doppiaggio italiano, curato con le migliori voci in circolazione tra cui Luca Ward e Massimo Popolizio ha combattuto una guerra impari: il primo “Re Leone” vantava un cast di attori e doppiatori d’eccellenza tutt’oggi viene considerato uno dei migliori mai realizzati (basti citare Vittorio Gassman e Tullio Solenghi come Mufasa e Scar). Si contano le scene soffocate (“Sarò Re” la canzone di Scar è ridotta ad un coro striminzito e un ritornello) le scene eliminate (il “Politically Correct” ci sta rovinando, mi riferisco al rapporto tra Scar e Sarabi) le citazioni forzate (no non avete riso, durante il siparietto di Timon alla fine, quando vuole proporre Pumbaa come portata principale. Vero?) e gli innumerevoli altri difetti, primo fra tutti quello più imperdonabile la ricerca spasmodica delle nostre “lacrime facili” costringendoci ad emozionarci per il ricordo di un film fatto 25 anni fa, come fosse un loro successo. I bambini di oggi amano le nuove tecniche, probabilmente questo film è dedicato a loro a quelli che si annoiano davanti al cartone animato (esistono davvero?) ma una buona fetta di appassionati, piange l’insuccesso. 
 
Francesca Tulli
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