“Frankenstein” vive nella mente di Guillermo del Toro sin dagli esordi, prova che quando la passione bruciante non ti consuma puoi abbracciare la luce del sole e lasciare che ti riporti alla vita. Come spettatore affezionato non si cerca un’aderenza totale al classico immortale di Mary Shelley, si opta per una visione interna, viscerale, il romanzo del 1818 viene fatto a pezzi dal regista messicano per rinascere nel suo film autoriale. Un raro esempio moderno di quando una storia si possa con rispetto distruggere e ricostruire per coglierne l’essenza. Il dottore, Victor Frankenstein (Oscar Isaac) è un personaggio controverso. Fin da bambino è cresciuto nella casa del padre (Charles Dance) un uomo serio dedito al lavoro nel campo della medicina, che gli ha trasmesso la scintilla per capire il potere della scienza applicata ma non la sensibilità per comprendere il dolore di qualsiasi natura esso sia. Così nel tempo Victor “inseguito” dal fantasma della madre, sviluppa un desiderio molto umano e terreno: vuole sconfiggere la morte ignorando la responsabilità che comporta mettere al mondo una vita. Guidato in sogno dalla visione di un angelo, si fa beffe dei luminari suoi pari che lo ritengono un folle dalle idee blasfeme e con il solo aiuto di un mecenate ricco e non disinteressato Harlander (Cristoph Waltz) decide di ri-creare in laboratorio un uomo perfetto. È nelle gelide vestigia di un campo di battaglia che recupera i corpi senza vita dei soldati più valenti, per assemblare la sua opera: non li macella, li asporta con chirurgica arte, pezzo dopo pezzo, e li assembla insieme nella sua torre di Babele, un laboratorio segreto in luogo abbandonato, dove prende vita il suo bellissimo ed esecrabile Prometeo. Il tutto avviene sotto lo sguardo di Elizabeth Lavenza (Mia Goth) una donna curiosa, dalle idee scomode, la nipote di Harlander. Ella entra in scena con una citazione ad Amleto come dentro ad una natura morta con indosso un abito sontuoso (uno dei tanti, estri creativi della costumista Kate Hawley) accompagnata dalle note della colonna sonora di Alexandre Desplat. Victor è ossessionato da Elizabeth sua unica distrazione, un amore a metà, che gli sembra una favola. Nel secondo atto di questa vicenda anche la creatura (Jacob Elordi dopo 11 ore al trucco) ha la sua verità da raccontare. Il suo destino è legato all’insoddisfazione del dottore, frustrato per la sua scarsa capacità di saper utilizzare la dialettica, egli infatti riesce inizialmente a proferire una sola parola, il nome del suo creatore: "Victor" e questo a lui suona come a monito del suo totale e inevitabile fallimento. Il mostro non è condannato dall’autore è un essere puro (come l’innocenza di Elizabeth). Inconsapevole della violenza del mondo. Non ci si meraviglia che riesca a trovare più affinità con gli animali, la neve e tutto ciò che gli assomiglia al livello emotivo, anche la stessa strana, donna che interessa al suo creatore, eroticamente tentata dalla sua natura peculiare. Tra i due uomini si avverte un’ostilità sotto pelle che ruota intorno a lei, promessa, tra l’altro, già da tempo ad un altro. Più avanti nella sua sfortuna la creatura viene aiutata da un vecchio mentore cieco (David Bradley) che crede sia lo “spirito della foresta”. Così egli rappresenta qualcosa di diverso per ogni personaggio che incontra, per alcuni è un mostro per altri è un dio, questa dicotomia è la stessa utilizzata ne “La forma dell’acqua” (2017) e questo film racchiude tutti i temi cari al regista: le diatribe che portano padre e figlio a separarsi come in “Pinocchio” (2022). La genesi di una bestia (Nightmare Alley, 2021) e il concetto di redenzione il più potente di tutti quando niente sembra poter ricucire le ferite da chi rifulge l'unica emozione che può portare alla salvezza. L’amore, come in Crimson Peak (2015). Ci sono omaggi alle altre rappresentazioni cinematografiche della creatura, utilizza nella fotografia i motivi concentrici de “Il Labirinto del fauno” (2006) e i colori del Technicolor di Lamberto Bava . Niente sfugge all'occhio meticoloso di Guillermo Del Toro, che ci mette in parte anche caratteri autobiografici, citazioni alla sua stessa collezione a tema Frankenstein e anche nei dettagli si concentra sul suo vissuto, perfino i topolini del fienile ricordano una sua dolce esperienza personale con un singolare animale domestico (Twitter lo ricorderà). Trascurando un piccolo apporto di CGI il film, prodotto con Netflix, vanta una manifattura artigianale in tutte le sue parti. Non c'è la presunzione di corroborare la materia, ma la consapevolezza di conoscerla così tanto e bene in ogni declinazione filmica e non, da poterla raccontare con rispetto e amore. Plasmare creare, inventare perfino sfidare una dea della letteratura, con la soddisfazione di essere arrivati a chi ha cuore per poter raccogliere l'energia del fulmine dell’arte.
Francesca Tulli