Già presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, questo Bugonia si inserisce nella ultimamente molto prolifica cinematografia del regista greco, che si appoggia ancora una volta a quella che sta diventando ufficialmente la sua attrice feticcio, Emma Stone.
Qui la sua musa americana interpreta l'amministratore delegato di una multinazionale, la tipica corporation senza scrupoli spesso accusata di non badare ai diritti dei lavoratori e di inquinare a piacimento.
È con questa convinzione piantata in testa che due fratelli, interpretati da Jesse Plemons (al ritorno con Lanthimos dopo Kinds of Kindness) e l'esordiente Aiden Delbis, decidono di rapire la dirigente; i loro scopi sono sicuramente obbligare l'azienda a dare una sterzata alla direzione, ma già che ci sono pensano anche di fermare un'invasione aliena, perchè la responsabile in questione, secondo loro, ha tutta l'aria di essere l'araldo di una razza extraterrestre che sta portando avanti i suoi scopi per estinguere l'umanità.
Una premessa delirante di questo tipo pone delle basi per uno sviluppo imprevedibile e sopra ogni riga, e infatti non stupisce che l'ispirazione di questo drammatico sci-fi sia coreana, abituati come solo loro riescono a fare a unire critica sociale, commedia, grottesco e violenza in un'unica ricetta pulp.
Sono gli ingredienti perfetti anche per un regista come Lanthimos, ed è incredibile come, nonostante tutti i suoi film, riesca a insinuarsi nello spettatore con le stesse sonorità e i picchi espliciti a cui ci ha abituati.
In questo Bugonia la sua autorialità ha libero sfogo, la sua è una mano ormai matura, che pesca a piene mani da tutto il suo repertorio e si prende ogni rischio nel giocare coi suoi personaggi, aiutato ovviamente da delle performance di attori in grande spolvero.
Gioca anche con lo spettatore, che rimane sospeso nell'incredulità di una situazione volutamente ambigua, al confine di quella surrealtà da cui puoi aspettarti qualsiasi risultato.
Il contorno, invece, è una messa in scena colorata, satura, luminosa, come nelle parti più fiabesche di Povere Creature, opera che gli ha consentito di fare un deciso passo avanti anche da un punto di vista prettamente estetico.
In chiusura si può solo dire che ormai Lanthimos è una sicurezza; non sarà il suo capolavoro, non sarà tagliente come i suoi primi lavori, ma è un regista che in un contesto del genere, e non solo, va sempre e assolutamente visto.
Omar Mourad Agha