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La Grazia

Venerdì 05 Settembre 2025 23:03 Pubblicato in Recensioni

Nel film di apertura di questa Venezia 82, Sorrentino scava nell'animo di un personaggio grigio e noioso, concreto e spigoloso come il suo soprannome, cemento armato.  

È il suo attore feticcio Toni Servillo, già iconico istrione in La Grande Bellezza, e presente in svariate altre sue opere, a vestire i panni del Presidente della Repubblica Mariano De Santis, alle prese con l'annoso dubbio se concedere o meno la grazia a due imputati. A lato di questa enigmatica scelta c'è anche la possibilità di portare avanti una legge sulla delicata questione dell'eutanasia; tutti dilemmi eticamente sfuggenti, che vengono affrontati con difficoltà dal carattere statico e inamovibile del nostro protagonista. 
Il regista napoletano sceglie di centellinare le sue tipiche divagazioni a occhi aperti o i virtuosismi registici, cercando in maniera intima e certosina qualche traccia di sentimento umano, disperso tra le maglie armate del cemento. 
I pochi sprazzi di vitalità emergono in presenza dell'unica persona veramente amica nella sua vita, la complementare Coco Valori (Milvia Marigliano), mentre è sempre e solo un lato quello che mostra alla fedele figlia Dorotea (Anna Ferzetti) o al corazziere Massimo Labaro (Orlando Cinque).
L'indecisione del nostro Presidente e la sua incapacità di andare oltre certi suoi schemi mentali contrastano apertamente con una contemporaneità dalla memoria corta, un tritacarne di situazioni social in cui trovare il modo di soppesare sensazioni e parole sembra sempre più un'utopia.
Nelle stanze del Quirinale il tempo sembra fermarsi, con la stessa immobilità delle convinzioni presidenziali, ed è suggestivo perdersi insieme nei labirinti dell'etica mentre piano piano qualcosa comincia a indicare la via. Perché comunque, sotto sotto, la scintilla della passione è innata nella nostra specie, per quanto soffocata da una vita al servizio del rigore e sopita da un'età che avanza inesorabile.
Non è sicuramente l'opera più elegante del regista napoletano, rimanendo più austero nel linguaggio e nei simbolismi che mette in scena, ma le sue parole ci raggiungono con forza, grazie all'interpretazione di un magnetico Toni Servillo; una colonna sonora che ama sorprendere completa il quadro di un film che affascina nelle sfumature dei suoi dubbi.
 
Omar Mourad Agha

The Smashing Machine

Venerdì 12 Settembre 2025 22:59 Pubblicato in Recensioni
Una fervente attesa circonda l'arrivo di Dwayne "The Rock" Johnson ed Emily Blunt per il loro film in concorso qua a Venezia, ad opera del giovane regista Benny Safdie. 
Col fratello Josh ha realizzato dei lavori di grande rilievo quali Diamanti Grezzi e Good Time, ma in questo caso decide di dirigere per conto suo un biopic sulla vita del lottatore di arti marziali miste Mark Kerr. 
La figura in questione è passata alla storia per aver contribuito in maniera significativa alla grande espansione di questo sport negli anni '90; le sue performance da autentico protagonista, le grandi doti atletiche e tecniche e un innegabile carisma naturale hanno appassionato il grande pubblico e plasmato quello che ora è un grandissimo business.
Spesso, tuttavia, una fama repentina di questo tipo porta con sé una serie di altre questioni collaterali che non tutti sanno gestire. E Mark Kerr si troverà a vivere momenti molto complicati, che non possono essere semplicemente messi al tappeto a suon di pugni.
A schermo, quindi, assistiamo a una duplice vita, quella del combattente e quella fuori dal ring, con un'enfasi particolare all'inaspettata fragilità che si nasconde dietro un fisico scolpito come la pietra. 
È una storia di redenzione sportiva che ricorda molto un altro film passato da queste parti, quel The Wrestler che si prese il Leone D'Oro nel 2008. Tuttavia, rispetto al lottatore decadente di Aronofsky, si avverte che manca qualcosa.
La prova di The Rock è intensa e faticosa, molto fisica, ma quando si tratta di far trasparire le proprie sofferenze interne, emergono tutti i suoi limiti. Non perché non ci provi, ma la sua interpretazione in sottrazione, fatta di silenzi, sguardi nel vuoto, e scatti d'ira coinvolge solo fino a un certo punto. 
Non contribuisce particolarmente nemmeno Emily Blunt, con un personaggio gestito a due velocità. Troppo in secondo piano per la maggior parte del film, e relegata a protagonista in pochi guizzi emotivi che potevano essere costruiti in maniera più omogenea.
Queste problematiche e qualche inciampo nella messa in scena, quindi, impoveriscono l'atmosfera drammatica e impediscono allo spettatore di perdersi totalmente nella lotta interna di una figura che aveva molto di più da dire. 
Dall'altro lato, una certa spettacolarità dei combattimenti avrebbe potuto spingere il film in altre direzioni, ma anche in questo caso si rimane piuttosto delusi; gli scontri si avvicendano veloci e senza lasciare granché il segno, da citare certe sequenze che attirano l'attenzione per l'ottima colonna sonora, ma nel complesso siamo lontani da altri esponenti del genere come l'avvincente Warrior.
Dicevamo che grandi aspettative circondavano questo film, ma questa prima prova da solista di Benny Safdie finisce KO nelle prime riprese.
 
Omar Mourad Agha
 
 
 
 

A House of Dynamite

Mercoledì 10 Settembre 2025 22:55 Pubblicato in Recensioni
A House of Dynamite (una casa di dinamite) è un'espressione potente, una metafora per una situazione molto pericolosa capace di degenerare velocemente e in maniera devastante.
 
E' anche un riferimento molto materiale e vicino, come se riguardasse ogni singola persona, perché la casa in questione è la casa di tutti, il nostro pianeta, l'unico luogo dell'intero Universo che può ospitarci.
 
Kathryn Bigelow torna quindi a raccontarci di manovre militari e strategie difensive, in quello che ormai è un trend assodato dopo averci portato nel conflitto iracheno in The Hurt Locker, a caccia di Bin Laden in Zero Dark Thirty, e nelle rivolte cittadine di Detroit.
 
In questo caso la sua è una vera e propria escalation innescata quando una testata nucleare viene rilevata in arrivo su suolo statunitense. Nel momento in cui si attivano tutti i protocolli difensivi, si dovrà capire innanzitutto da dove arriva e se sarà il caso di partire con attacchi di risposta, mentre parte la corsa contro il tempo per scongiurare un olocausto planetario.
 
Quello che è subito evidente è il ritmo dell'azione e la tensione palpabile che attraversa tutta la vicenda. La regista californiana è sempre abile a montare scene di grande impatto emotivo, soprattutto quando ci presenta questo tipo di scenari.
 
Il senso di allarme e di ineluttabilità lasciano col fiato sospeso mentre davanti ai nostri occhi si cerca di far fronte a qualcosa dai risvolti inimmaginabili.
 
Un'ottima mossa è la divisione della vicenda in più punti di vista, per dare più completezza a un intreccio che riunisce una moltitudine di agenzie governative e di soggetti coinvolti, senza per questo perdere il focus sulla narrazione.  
 
Un grande cast si muove all'unisono, come delle formiche operose al servizio di ordini precisi e procedure di emergenza, mostrando ottime prove attoriali una dopo l'altra. Tra gli altri, artisti del calibro di Idris Elba, Rebecca Ferguson e Jared Harris prestano il loro volto e talento per interpretare persone con poteri e competenze fuori dal comune, ma alle prese con problemi molto più grandi di loro.
 
E' un thriller molto solido, dritto come erano alcuni film di genere anni '90, totalmente immune a questioni sociali e politiche che hanno attraversato le correnti cinematografiche negli ultimi anni, ma non per questo ne esce ridimensionato, anzi. 
 
La tematica è la stessa fin dai tempi della Guerra Fredda, ma la dialettica internazionale sulla questione della proliferazione nucleare è rimasta sostanzialmente ferma sulla stessa posizione.
 
E' un equilibrio molto precario quello che si basa sulla deterrenza, e la Bigelow ci fa capire quanto sia pericolosa questa situazione. Quasi come un bimbo che gioca con dei fiammiferi, in una casa piena di dinamite.
 
 
Omar Mourad Agha
 

No Other Choice

Giovedì 11 Settembre 2025 22:48 Pubblicato in Recensioni
A 20 anni di distanza dalla precedente occasione, il regista Park Chan-Wook torna al Lido e porta la sua autorialità nel concorso di Venezia 82.
Lo fa adattando il romanzo The Ax di Donald E. Westlake, una dura critica dell'ideologia capitalista e consumista, in questo caso ambientata nella moderna Corea del Sud.
Il protagonista è Man-Soo, un dirigente di una cartiera che perde improvvisamente il lavoro in seguito a una ristrutturazione aziendale. In preda allo sconforto e per l'onta di essere disoccupato, elabora un diabolico piano per impedire a qualsiasi altro candidato di usurpare il suo posto di lavoro.
Famoso per l'iconica Trilogia della Vendetta (Sympathy for Mr. Vengeance, Oldboy e Lady Vengeance), Park Chan-Wook rimane fedele ai suoi temi di rivalsa sociale e personale, con delle situazioni che mettono sempre a dura prova ogni tipo di convenzione etica.
Se il motore delle opere precedenti erano soprusi e abusi prettamente personali, il nostro Man-Soo si scontra con uno altro modello culturale molto radicato in Estremo Oriente, cioè quello della propria immagine professionale. In un ambiente dove il confine tra vita privata e lavorativa sfuma inesorabilmente verso quest'ultima, risulta inevitabile perdere ogni orientamento morale di fronte a un'ingiustizia che scuote così nel profondo.
Anche se un contesto di questo tipo sembra distante da una società occidentale come la nostra, dove per fortuna è più semplice differenziare i vari aspetti della nostra vita, possiamo trovare una certa vicinanza con la massimizzazione dei profitti che anche qua ha messo radici. 
E' un protagonista che viene spinto sempre più ai limiti dalla mano abile del cineasta coreano. Il suo è un cinema che ama concentrare generi, unire dramma e umorismo senza soluzione di continuità, condito da sprazzi di violenza viscerale e improvvisa. 
Collante di questa unione è un montaggio sempre preciso e ritmato, che incastra con maestria una coreografia di situazioni surreali.
Questo No Other Choice è un film che trasporta in un turbine di circostanze assurde, si inventa e reinventa come i suoi personaggi. Siamo spronati a tifare per loro, ridere e a rimanere col fiato sospeso, sentendoci comunque parte di un ingranaggio lubrificato alla perfezione, e alla fine sono tante le immagini che affollano i nostri pensieri.
 
Omar Mourad Agha