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Volevo Nascondermi

Venerdì 06 Marzo 2020 14:03 Pubblicato in Recensioni

In questo clima distopico, purtroppo reale, dove la presenza di un virus influenzale potenziato all’ennesima potenza sta mettendo in ginocchio la vita di tutti i giorni e l’economia mondiale, anche il mondo del cinema deve arrendersi e chiudere le sue porte. O almeno chiuderle in parte, visto che in questi giorni, in poche sale esce Volevo Nascondermi di Giorgio Diritti (David di Donatello 2010 per l’Anno che Verrà), dopo il successo ottenuto all’ultimo Festival di Berlino appena concluso. Hidden Away, così è stato presentato alla Berlinale edizione 70, letteralmente significa “nascosto”. E forse cade proprio a pennello questo titolo. Stiamo tutti belli nascosti nelle nostre case in attesa di un miglioramento della situazione sanitaria. Celati, coperti e latitanti come il protagonista del film Antonio Ligabue (Elio Germano - Palma d’oro come migliore attore al Festival di Cannes 2010 per la sua interpretazione ne La nostra Vita), pittore e scultore italo (l’Emilia è la sua vera casa) svizzero famoso per la sua arte naif. Ma al contrario dell’artista noi siamo convinti che le cose miglioreranno, per lui nascondersi è stato un obbligo per tutta la sua vita. Elio Germano per la sua performance ha vinto l’Orso d’Argento alla Berlinale. Il film sta tutto nella prova one man show dell’attore romano. Che a noi è sembrata un po’ sopra le righe. Ricade troppo spesso nell’overacting. Il film non giova di questo e con l’andare del tempo la pellicola rimane solamente rinchiusa nelle smorfie di dolore del protagonista; non riuscendo fino in fondo a farci capire quanto l’arte di Ligabue lo rendesse intimamente felice e l’importanza che ha avuto per i posteri. Non si scorge mai un barlume di luce.

Antonio Ligabue (1899-1965), chiamato Toni e successivamente “El Tudesc”, fin dalla giovane età ha una crescita incolore, colma di solitudine ed amarezze famigliari. Il colore, al massimo della sua saturità’, ci penserà lui ad usarlo assiduamente nei suoi dipinti. L’infanzia la vive in Svizzera in affidamento ad una coppia con la quale non ha molto dialogo. Fin tanto da attaccare fisicamente la madre adottiva. Cacciato dalla nazione elvetica trova rifugio sulle rive del fiume Po’. Vive di stenti ed incute timore alla gente dei poderi limitrofi. In lui pervade sempre un senso di smarrimento. L’unico modo per sperare ed evadere da pensieri attanaglianti è quello di dipingere. I suoi quadri hanno come protagonisti animali selvaggi della foresta, che aggrediscono quelli più in basso nella catena alimentare. Ma la vegetazione non è quella lussureggiante dei tropici, è la natura della cosiddetta “bassa” fatta di fitti boschi e pianure, sempre con il suo amato fiume Po’ presente. Quando incontra Renato Marino Mazzacurati la sua vita cambia e capisce che il suo sostentamento può arrivare dal suo modo di concepire l’arte. Il suo aspetto fisico non lo aiuta ad interagire con il mondo. In più la sua vita gitana e paranoica non collima con gli ambienti degli intellettuali, ma riesce comunque a far breccia e a guadagnare palate di denaro. Soldi tutti spesi in motociclette, la sua vera passione oltre la pittura. Non si toglierà mai, anche dopo la fama, quell’aurea di diverso.

Giorgio Diritti questa volta non è riuscito appieno a convincere. Non solo la direzione del film non è fluida ed accattivante, ma anche la scrittura ha dei problemi di fondo (scritto con l’aiuto di Tania Pedroni). Il registro è sempre mono corda. L’intensità narrativa non decolla mai e l’atmosfera è piatta. Interessante, come sempre nei film del regista bolognese, rimane la messa in scena dei luoghi in cui si svolge la vicenda. Ottima la ricostruzione degli ambienti rurali in cui ha vissuto Ligabue. I cascinali, dove al loro interno si consuma la vita di campagna con la pasta fatta in casa e il formaggio sempre fuori pronto per essere grattugiato, portano lo spettatore in quell’epoca fatta di luoghi e costumi genuini ed incontaminati. Il supporto della scenografa Ludovica Ferrario è stato fondamentale. Questo è un particolare del film, che riesce a far sentire a proprio agio lo spettatore.

Il vero difetto di Volevo Nascondermi è quello di non approfondire l’arte del grande artista. Non che si voglia che ci vengano spiegati i quadri, ma soffermarsi soltanto sullo stato instabile di Ligabue è assolutamente riduttivo. Al film manca decisamente una spinta emotiva. Filo ricattatorio perché non esce mai dalla rappresentazione di un Ligabue malato e problematico. Puntare il riflettore sulla diversità intesa come genio avrebbe dato alla pellicola la giusta forza e quel grado di approfondimento corretto, che avrebbe innalzato la figura del pittore e del film stesso.

Prendere l’esempio da un riuscitissimo film come ll mio piede sinistro di Jim Sheridan. L’handicap in questo caso non è solo portatore di distacco dalla vita, ma il premio Oscar Daniel Day Lewis viene descritto come coraggioso e innamorato di quello che la vita gli offre: la sua pittura. Nel film di Diritti questo modus operandi più edificante non è presente.

David Siena

Parasite

Giovedì 20 Febbraio 2020 00:13 Pubblicato in Recensioni
Diceva Karl Marx "Tutta la società si va dividendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte tra loro: borghesia e proletariato". L'ampia forbice tra gli elementi qui contrapposti dal filosofo tedesco dimostra come nella Storia ci sia continuamente un divario ideologico che somiglia di volta in volta alla forma che assume l'uomo nella società.
Da questo substrato intellettuale, scevro però dal mero intellettualismo o dalla ideologia autarchica di chi si crogiola nello stereotipo politico,  Bong Joon-Ho costruisce la sua pellicola mattoncino su mattoncino, tenendo sempre ben presente la forza che una immagine può elicitare in chi la fruisce.
Ed è infatti di grande potenza iconografia, oltre che narrativa, l'opera coreana che, per la prima volta nella storia del cinema, si è accaparrata con decisione la statuetta più ambita degli Academy di Hollywood: quella per il miglior film (oltre che altre tre per il miglior lungometraggio internazionale, miglior regia e miglior sceneggiatura originale).
Le immagini di questo film, definito da molti come un capolavoro della cinematografia moderna, evocano, da sole, una potenza narrativa che elude dal rincorrere un manierismo formale asettico. Portano lo spettatore, insieme al regista, a sussultare a ogni cambio di scena e a seguire i personaggi sullo schermo come incantati da una coreografia che assurge a metafora del messaggio filmico. Ogni volta che i personaggi si muovono sullo schermo, ogni volta che salgono, scendono dalle scale, che cadono o che lottano, si ha la sensazione di assistere a una "danza cinematografica" in cui gli elementi scenografici e allegorici creano una vera e propria filosofia.
Ogni elemento è rappresentato con un senso estetico squisitamente cinematografico e ogni personaggio (dallo studente universitario giovane e intellettuale, all’imprenditore cultore dell’arte moderna; dall’adolescente arrivista, al padre di famiglia fallito; dall’ex atleta, al viziato e sedicente bambino prodigio; dalla ingenua aristocratica, all’aspirante studente universitario disoccupato…) esprime un puntuale punto di vista sulla scena della lotta di classe vista dagli occhi di un autore moderno.
Con la scena iniziale della finestra, vista dall'interno, del seminterrato dove vive la famiglia protagonista Ki-taek, il contraltare proletario, povero, disoccupato e maleodorante, della famiglia altoborghese dei Park, che presto entreranno in contatto tra loro in modi del tutto inaspettati, lo spettatore subito si trova a familiarizzare con ciò che sarà poi esplicitato e sviluppato lungo tutte le due ore successive. L’episodio iniziale vede infatti il padre di famiglia Ki-Taek esortare il figlio a lasciare le finestre aperte durante la disinfestazione della strada per approfittarne e fare in modo di godere i vantaggi di un servizio gratuito.
Questa scena sarà il prodromo di un domino che porterà l'intera famiglia ad insinuarsi tra i favori dei ricchi Park, altolocati rappresentanti di quella parte di società capace di fondare imperi, ma che necessita parassitariamente del lavoro altrui per svolgere le più elementari mansioni domestiche, come guidare o cucinare.
La metafora degli scarafaggi che vivono nei seminterrati, esseri da eliminare, allegoria di un parassitismo privo di vigore e di virtù, porta lo spettatore ad esporsi subito con un giudizio morale sulla famiglia proletaria. La loro condizione economica non sembra giustificare l'idea che si possa vivere di espedienti o l'idea che il fallimento possa essere una opzione realistica, seppure involontaria, ma mai resipiscente.
Gli stratificati livelli su cui s'inerpica il film di Bong Joo-Ho pongono però subito una successiva domanda: esistono più tipologie di parassitismo? O meglio ancora: chi possiamo definire il vero parassita nell'epoca moderna, in cui il concetto di classi sociali, seppure più sfumato e diversamente delineato, è sicuramente ancora integro nelle menti di chi la vive? Il regista ripone la risposta a questa domanda nella ossimorica ascesa verso l'introspezione.
E le scale rappresentano una materiale ascesa o discesa verso o dal simbolico scranno sociale del prestigio e dell’autorevolezza. Rendono i protagonisti del film, uomini svincolati dalla propria condizione parassitaria perché ne liberano la coscienza e ne rinchiudono l’emotività in un bozzolo di disillusioni. Perché non sempre e non ad ogni costo la guerra tra classi è una gara di supremazia. A volte quello per cui si lotta è una incosciente redenzione, un raggiungimento della presa d’atto che quello a cui si aspira non sempre è pianificabile (“L’unico piano che non fallisce mai è quello di non avere piani” dice il signor Kim), e che per ottenerlo, ciò di cui non si può fare a meno è essere coerente con la propria natura e con la propria identità. 
Ma forse quello che il regista coreano vuole dirci è che in fondo siamo tutti parassiti di qualcuno o di qualcosa. Siamo tutti esseri in continuo assestamento. Tutti aspettiamo un’ascesa verso qualcosa che forse non arriverà mai ma a cui dovremmo ambire, facendo sì che le scale che aspiriamo a salire siano quelle dell’autocoscienza e del rispetto verso il prossimo.
 
Valeria Volpini

Black Square. Intervista a Rosaria Petti

Venerdì 31 Gennaio 2020 13:01 Pubblicato in Interviste
È da poco in libreria, per Giulio Perrone Editore,  Black Square. La fuga del giovane Holden di Maria Rosaria Petti. Una storia originale che spazia attraverso mondi paralleli, reali e immaginari, lungo la scia di epoche diverse, incontrando personaggi famosi dei quali il destino viene riscritto riscattandoli. Abbiamo incontrato l'autrice che ci ha parlato di questo interessante romanzo, il suo quinto lavoro narrativo. 
 
 
 
 
Questo è il tuo quinto romanzo, sei un’autrice prolifica, cosa significa per te scrivere? 
Da quando ho memoria ho sentito il bisogno di raccontare storie. Era la mia panacea contro tutte le paure. All’inizio le disegnavo soltanto, poi ho cominciato a scrivere. La rappresentazione della realtà mi sembrava migliore della realtà stessa. 
 
Nel libro cerchi di immedesimarti in alcuni protagonisti della letteratura mondiale Anna Frank, Holden Caufield, ma c’è un protagonista o una protagonista della letteratura in cui ti ritrovi maggiormente, quale e per quale motivo? O chi avresti voluto essere e perché?
In realtà ho cercato di imparare la lingua di Holden e di Anna e di vedere il mondo con i loro occhi. E’ stato un atto d’amore nel quale ci siamo cambiati a vicenda.
Avrei voluto essere Jo di ‘Piccole donne’, ma anche Jane Eyre, Anna Karenina e Sofia la moglie ombra di Tolstoj, perché mi sembra che nei romanzi di questo grande scrittore ci sia anche la sua mano e la sua testa.
 
 
 
Black Square è un quadro magico, una sorta di portale dimensionale attraversando il quale ha luogo una necessaria trasformazione, una nascita a nuova vita. In questa idea ho visto un po’ il passaggio che David Cronenberg fa in particolar modo in “Videodrome”. Anche lì il concetto di attraversamento era fondamentale, qui è un quadro nero, lì uno schermo televisivo che tutto ingoia. Si può parlare di metatesto nel tuo libro, è quindi una grande riflessione sulla letteratura?
Black Square è stato concepito da Malevic come un sipario dell’arte figurativa e un accesso dal quale  si può fermare la Storia e da dove si può farla ripartire.
I personaggi letterari del mio romanzo si trovano a un certo punto fuori dalle loro pagine, che rimangono bianche  e l’assenza di questi testi dal panorama letterario mondiale farà sentire per la prima volta tutto il vulnus di una perdita insopportabile. Allora ho immaginato che ‘Black Square’ fosse l’“ interruttore” per  riportarli a casa.
Nel mio immaginario i personaggi letterari  soffrono di solitudine perché vivono dell’interscambio con i lettori, e oggi, che nessuno legge, sono rimasti al buio. 
 
Si sente una forte influenza del cinema, sia da un punto di vista di scrittura (sembra infatti molto vicino ad un soggetto di un film), sia perché lo citi espressamente, riproponendo dei momenti chiave di alcune pellicole emblematiche. Che tipo di nesso c’è per te tra cinema e letteratura?
Il cinema e la letteratura sono una meravigliosa invenzione escogitata dall’uomo per allargarsi la vita e sono divise da un filo sottile. Ma se un libro esige una compensazione immaginaria per definire lo spessore e il paesaggio delle sue pagine, il cinema richiede immedesimazione ed empatia. Entrambi però offrono la possibilità di cancellare la realtà. 
Ho scritto questo romanzo come una sceneggiatura perché i singoli gesti dei miei personaggi lasciassero indovinare i loro pensieri.
 
Interessante è il concetto di tempo, ci sono ad esempio grandi salti temporali anche di epoche tra i protagonisti della storia e ciò che fanno, l’ambiente in cui si trovano a muoversi, i riferimenti (cinematografici ad esempio) di cui parlano. Come mai hai voluto imprimere questa particolare connotazione al racconto?
Il tempo è la grande illusione che ci governa e solo il presente è reale. Ma il passato e il futuro condizionano tutte le nostre scelte. I nostri pensieri non hanno una trama sequenziale ma fanno salti temporali che ci costringono a schivare ostacoli e salite impervie, eppure tutti insieme i nostri pensieri sono la nostra storia. Continuiamo ad ammazzarlo il tempo, per noia, per svago, per riempire dei buchi, senza renderci conto che è il nostro unico patrimonio. Non riesco a concepire una storia che non scorra su due binari paralleli perché le storie migliori si accompagnano sempre ad altre.
 
Hai un po’ riscritto la vita di questi personaggi, in una sorta di revisionismo letterario, un po’ quello che ultimamente, soprattutto dopo C’era una volta ad Hollywood, si attribuisce a Tarantino, anche tu li hai voluti vendicare a tuo modo? 
Tarantino ha cercato di riscattare gli orrori di un destino e  anch’io ho voluto riscattare il destino dei miei personaggi, regalandogli un’altra possibilità e un futuro ai loro sogni infranti.
 
Anna Frank è l’esempio di infanzia che ha resistito attraverso vivacità, intelligenza e immaginazione agli orrori di un tragico periodo storico, divenendo immortale. Sei molto legata alla tua idea d’infanzia? 
Anna Frank non voleva diventare immortale, voleva solo essere felice e crescere. Il suo diario è il mio diario di adolescente. La sua infanzia la mia infanzia normale. A un certo punto ho pensato che fosse venuta  a cercarmi per avere un finale diverso e che io, diventata scrittrice, potevo essere l’adulta che lei sognava di diventare. 
 
Perché è fondamentale il bisogno di uscire da confini già scritti?
Per essere sicuri di aver contribuito a stendere la trama della nostra storia e di non essere il Personaggio di un libro già scritto da un altro.
 
 
Redazione 

The Farewell. Una bugia buona

Martedì 24 Dicembre 2019 17:02 Pubblicato in Recensioni
Una bugia è spesso uno spunto ideale per un’avvincente trama cinematografica. Gli escamotage narrativi più interessanti hanno, quando ricorrono a una natura mendace, un’attrazione maggiore già nell’idea che porta in sala lo spettatore, intrigato dal gusto di condividere un segreto con lo schermo.
In questo film la regista Lulu Wang trae spunto dalla sua biografia per raccontare un episodio che colpì la sua natura dicotomica: cinese di nascita ma cresciuta in America, per l’esattezza a New York, il centro del mondo occidentale. 
Lei, come la protagonista del film che dirige: Billi (Awkafina), ospita in sé due identità che fanno fatica a convivere nel momento in cui le tradizioni dell’una s’impongono sullo spirito modernista dell’altra .
L’amata nonna paterna di Billi, Nai Nai, è ammalata di un tumore inoperabile e la diagnosi prevede per l’anziana solo pochi mesi di vita. I suoi parenti decidono, contro il volere di Billi, di nasconderle le proprie condizioni di salute per permetterle di vivere serenamente l’ultimo periodo della sua esistenza.
Sono intrecciati, nella seconda regia di Lulu Wang, una serie di temi profondamente connaturati nell’epoca contemporanea. L’idea che rende interessante il soggetto è quella che porta lo spettatore stesso a una riflessione etica: è giusto tenere inconsapevole un proprio caro delle sue condizioni di salute? Ad un più ampio livello la questione si risolve, o meglio, si fossilizza, in un metaforico agone morale tra due combattenti che si schierano l’uno con l’Oriente e con la tradizione e l’altro con l’Occidente e il mondo contemporaneo, che ha, con il concetto della verità, una relazione di tipo manicheo, qui raccontata in modo sommesso ma incisivo. 
Il contrapporre la realtà alla menzogna è un simbolico contrasto tra i due mondi, il cui anello di congiunzione è Billi, più cittadina della nazione in cui è immigrata da piccola che della nazione di nascita. 
La Wang sottolinea come la cultura e le tradizioni di un paese influiscano sulle idee e sulla morale di ciascuno e come questo porti a un continuo dubbio esistenziale che fa sentire la protagonista paradossalmente una cinese in America e, allo stesso tempo, un’americana in Cina.
La vita di Billi è infatti sempre in bilico tra quello che era (o avrebbe potuto essere) e quello che è e il rapporto con la nonna rende tangibile e visibile tutto il mondo che si è lasciata alle spalle. 
La regia è discreta e con un gusto per l’inquadratura tipicamente orientale, e coabita con una regia più dinamica ma che conserva uno spirito squisitamente formale e delicato, nei momenti in cui Billi e la sua vita da giovane donna americana fanno capolino sullo schermo. 
Non c’è un climax narrativo. Anzi, l’evento scatenante è anche l’evento che dovrebbe assurgere ad un parossismo emotivo che invece non arriva mai. 
La notizia della malattia di Nai Nai è dichiarata fin dall’inizio e non è la svolta drammaturgica ma l’espediente che permette alla storia di esistere. La volontà della regista è quella di raccontare, infatti, la lotta interiore di Billi con uno stile introspettivo e mai spudorato e questo rende la narrazione a tratti piatta, senza svolte e con un ritmo che fa continuamente aspettare un momento culminante che è volontariamente assente.
Le emozioni non sono mai travolgenti. Sono sempre sopite, sommesse, anche nel momento in cui esplodono sui volti dei protagonisti (nella scena in cui il padre di Billi dichiara alla figlia la volontà di non dire a Nai Nai che le restano poche settimane di vita, i due attori sono addirittura inquadrati di spalle). 
La tematica della mistificazione dei sentimenti e di quello che questi rappresentano è quindi intrecciata a quella della migrazione, anche rappresentata allegoricamente dagli uccelli che sembrano seguire la giovane protagonista, ricordandole la sua natura migratoria e in continuo divenire.
Questo film ci vuole parlare di quello che siamo e che potremmo essere e porta lo spettatore a farsi delle domande più che ad avere delle risposte, rimanendo discreto e formale, nonostante i toni si tratteggino con un’ironia surreale che sottolinea le differenze ma, allo stesso tempo, riesce a valorizzarle. 
 
Valeria Volpini